Haiti

Quando parlo di paradiso (vedi articolo precedente) non mi riferisco allo stereotipo turistico, immagino piuttosto un’enclave di persone che vivono nell’abbondanza e nella libertà. Benefici negati alla stragrande maggioranza di persone sul Pianeta. Un esempio di come la benedizione del clima e della posizione geografica siano insufficienti a proteggere un paradiso dal divenire un inferno è rappresentato dal caso dell’isola di Haiti in Centro America. Di Haiti se ne è parlato spesso negli utlimi 12 mesi per due ragioni: povertà crescente e numero di vittime causate dalle inondazioni a seguito di 4 uragani tropicali.
A una lettura superficiale i problemi dell’isola potrebbero essere archiviati come il prodotto di un anno di eccezionale brutalità climatica essendosi abbattuti, in meno di quattro settimane, quattro uragani (Fay,Gustav,Hanna,Ike) che hanno rovesciato una tale massa di pioggia da provocare allagamenti e distruzione alle persone e alle cose.
Eppure gli operatori dell’Onu (UNDP – United Nations Development Programme) e lo stesso ministro dell’ambiente haitiano risconoscono che il problema ha origini più profonde: deforestazione e mancanza di pianificazione agricola che risale al tempo dell’indipendenza di Haiti all’inizio del 19mo secolo.
In entrambe i casi la responsabilità e da ricondurre alle scelte dell’uomo. Per anni Haiti ha importato riso e materie prime a prezzi più bassi dei prezzi delle stesse materie coltivate sull’isola, tanto che i coltivatori haitiani hanno dovuto abbandonare l’agricoltura.
Poi la situazione si è ribaltata quando all’inizio del 2008 i prezzi delle materie prime sono aumentati a livello mondiale, a causa dell’aumento di domanda da Cina e India, e importare era diventato troppo oneroso. L’agricoltura quindi ha ripreso per poi vedere il raccolto andare distrutto dalle piogge torrenziali degli uragani di fine estate. Il secondo problema è la lenta e inesorabile perdita del manto protettivo forestale dove il legno delle foreste è trasformato in carbone per uso domestico: cucina e riscaldamento dell’acqua per lavare i panni. L’uso del carbone per cucinare ad Haiti – dove il 70% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno – ha contribuito a una deforestazione massiccia.
Il risultato è che con meno del 2% di foresta sul territorio la pioggia si trasforma in valanghe altamente distruttive che ad Haiti hanno reclamato 800 vittime e la rovina delle infrastrutture nonchè del raccolto, degli orti privati e dello stock di animali. Praticamente alla fame senza potersi risollevare da sola, Haiti, è in mano agli aiuti internazionali. C’era un modo per poter prevenire tutto questo?
È evidente che il non rispetto della conformazione naturale dell’isola, associata a politiche agricole errate ha reso vulnerabile Haiti ai cataclismi meteorologici. Ma anche il numero degli uragani che si sono abbattuti sulla zona sono eccezionali. Gli scienziati avevano avvertito che con l’aumento di Co2 nell’atmosfera ci sarebbero stati aumenti nel numero e nell’intensità degli uragani. Di nuovo la responsabilita è riconducibile all’uomo. Haiti è solo uno dei primi esempi completi di come l’uomo, per inerzia, distrugge il territorio dal quale trae sostentamento.

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