Coral farmers, tra squali tigre e misteriose malattie subacquee

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Nel tardo pomeriggio volontari e ricercatori sono ancora in acqua per posare le strutture metalliche che faranno da supporto a centinaia di speciali mattonelle. La posa di quelle strane brande è un lavoro duro: i pali di ancoraggio vanno piantati nella sabbia e nel sottostante strato roccioso per evitare che la prima burrasca le capovolga. I martelli pesanti sbilanciano i subacquei che li impugnano. Col sole basso, da sott’acqua si vede benissimo tutto ciò che è in superficie, dalle foglie portate dal vento, al cielo luminoso. Ma se guardi la superficie da sopra, lì sotto sembra tutto scuro. Alcune sagome cominciano ad avvicinarsi alla riva. Heron Island è famosa per ospitare, oltre ad uno storico laboratorio per la ricerca sui coralli, nutrite colonie di tartarughe verdi e tartarughe liuto, una vera attrazione per chi ama il reef. Per scopi molto diversi anche gli squali tigre sono dei veri appassionati di tartarughe verdi, e verso il tardo pomeriggio, con gli uomini e le donne ancora sott’acqua, iniziano le loro incursioni…

Uomini, ma soprattutto donne coraggiose, offrono di aiutare il reef a ripopolarsi, giovani coralli a crescere. In alcuni punti del Mar rosso, per esempio, da Sharm el Sheikh fino in Sudan è facile imbattersi in supporti calcarei o laterizi concrezionati che servono a misurare la crescita dei coralli, la loro capacità di attecchire, la loro capacità di sopravvivere in un ambiente sempre più ostile. Lo scopo è quasi sempre il ripopolamento, l’ultimo anello di una gigantesca catena fatta di espianti, trapianti, colture in vasca e osservazioni astronomiche. Sì, perché lo spawning dei coralli, cioè il rilascio dei gameti, avviene solo in certe condizioni e solo durante la fase lunare più cara alla riproduzione in mare: la luna piena. In un preciso momento tutti i coralli di un certo tipo iniziano a rilasciare nubi dense che variano dal bianco lattiginoso al rosa arancio secondo il tipo di corallo. In certe aree, come sulla Grande barriera australiana, il fenomeno è così esteso e macroscopico che viene seguito dai satelliti nello spazio.

Il metodo più usato per il ripopolamento è la coltura in vasca dei rametti di corallo. I piccoli segmenti vengono fatti attecchire su un supporto di cemento speciale, poi la base di cemento col corallo ormai ben saldato viene reimpiantata su un fondale marino in grado di offrire un buon supporto. I ricercatori spesso ripiantano subito in loco i rametti di corallo spezzati accidentalmente. Sembra che i rametti conservino una grande vitalità e che possano continuare a vivere anche se ancorati ad un fondale sabbioso, purché restino immobili. Gli squali tigre osservano.

Esistono anche delle ‘colle’ speciali per i coralli. Nel 1995 a Grand Cayman l’ancora di una nave da crociera arò strappando una vastissima area di barriera corallina. Per rimetterla a posto furono usati dei mastici speciali. C’era da rimettere insieme blocchi di calcare delle dimensioni di un pugno fino a quelle di una utilitaria. Pochi di quei coralli si salvarono, ma la barriera in quel punto, mi dicono, sta rinascendo. Quella dei coralli è una durissima lotta combattuta da decine di figure in concerto tra loro. Dalle larve ai polipetti, dalle alle zooxantelle alla temperatura dell’acqua alle fasi della luna, tutto deve coincidere per permettere la vita di queste fantastiche colonie, questi condomìni coabitati da specie diverse ma simbiotiche, di continuare.

C’è chi li cresce esclusivamente in laboratorio, sotto la luce di costosissime lampade poco sostenibili. Si tratta dei coralli destinati all’acquariofilia e alla gioielleria. Questi allevamenti rendono denaro, ma spesso sono ubicati lontano dalle aree colpite dai disastri naturali, aree dove è necessario un ripopolamento. E poi non c’è il thrill dei subacquei che a rischio della loro vita, tra squali famelici ed embolie in agguato, cercano di salvare reef moribondi ai confini dell’universo. Manca l’aspetto romantico.

E manca anche l’equo sostenibile. Qualche anno fa fui interpellato per un progetto. Il mio compito, da istruttore subacqueo quale sono, sarebbe stato l’addestrare i pescatori beduini di quella regione del Sinai all’immersione con autorespiratore e ad avvicendare i famosi ‘cassetti’ (delle grosse teglie dove vengono allevati i coralli) che andrebbero spostati regolarmente secondo un protocollo fornito da un importante istituto di scientifica. Ma in Egitto scoppiò la rivoluzione e non e ne fece nulla. Quell’idea, l’ammetto, è sempre nella mia testa: coltivare coralli per venderli a industrie finora voraci e ben poco sostenibili, come gli acquari e la gioielleria, per poi ripopolare reef danneggiati sensibilizzando e sostenendo le popolazioni legate al problema ‘reef’. Quattordici piccioni con una fava.

Che io sappia solo alle Fiji ci stanno riuscendo. Non bisogna mai smettere di sperare. Non mi ricordo chi l’ha detto. Ma voi vi state ricordando dello squalo tigre all’inizio?

Vi state chiedendo cosa accadde alle ricercatrici e alle volontarie minacciate dagli squali famelici nelle acque crepuscolari di Heron Island?

Nulla. Nello steso progetto era prevista la taggatura degli squali tigre. Nessuno di loro mangiò un subacqueo. Ma probabilmente, senza l’avventura ed il pericolo molti non sarebbero arrivati a leggere fin qui di apparentemente insulsi coralli.

© foto Elena Caresani Cleis

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