Cacciatori di virus

Lush Green Landscape Waterfall on the Hawaiian Islands With Beautiful Sky

Ogni volta che abbattiamo un albero, cacciamo un animale selvatico o utilizziamo tecniche di allevamento intensive potremmo scatenare una pandemia. Non parlo di futuri e hollywoodiani scenari apocalittici ma dell’alta probabilità che un nuovo e sconosciuto virus si diffonda tra noi e causi la morte di migliaia di persone.

Viviamo un periodo storico molto delicato in cui le minacce di attacchi terroristici, anche batteriologici, sono troppo frequenti. Se, per curiosità, chiedessimo al più sospettoso, da dove arriverà la prossima minaccia all’umanità, probabilmente ci elencherà una serie di ipotesi stravaganti, inclusa quella di un’origine extraterrestre dei nostri mali ma, di sicuro, non farà mai cenno alla foresta o a un allevamento di galline.

La quasi totalità delle epidemie che hanno colpito e colpiranno il genere umano in futuro ha origine in una foresta, in un allevamento intensivo o semplicemente in un ambiente prima completamente naturale in cui l’uomo ha imposto la sua presenza e obbligato gli animali a condividere gli spazi.

Spillover (ossia: tracimazione) è il termine tecnico con il quale i microbiologi hanno definito il passaggio di un agente patogeno, come un virus o un batterio, da una specie a un’altra. Quando il passaggio avviene tra un animale e l’uomo, allora, parliamo di zoonosi.

Nonostante non abbiamo familiarità con questo termine, la zoonosi è molto frequente; un esempio su tutti è la trasmissione dal cane all’uomo del virus che causa la rabbia. Se, in alcuni casi, la diffusione può essere tenuta sotto controllo grazie a vaccinazioni e a vaste campagne di sensibilizzazione, in altri, il passaggio del virus dall’animale all’uomo ha sancito l’inizio di epidemie su vasta scala che hanno portato alla morte di milioni di persone, basti ricordare la peste bubbonica, l’Aids e, per finire, l’Ebola.

spillover

Spillover è anche il titolo del nuovo libro di David Quammen, naturalista e giornalista scientifico americano che ha dedicato gli ultimi dieci anni a cercare di capire l’origine di questi fenomeni e per farlo ha deciso di inseguire i cacciatori di virus, cioè gli scienziati che hanno dedicato le loro vite alla ricerca delle specie portatrici dei virus che potrebbero scatenare la prossima pandemia.

Sono persone come Beatrice Hahn, microbiologa dell’Università della Pennsylvania, che ha analizzato il sangue di centinaia di macachi e scimpanzé africani per ricostruire il punto di origine dell’Aids. O Eric Leroy, veterinario francese, che nel 2006 cercò Ebola in più di mille animali diversi fra Congo e Camerun, trovandolo, alla fine, nel pipistrello della frutta. Alcuni li ha persino seguiti sul campo, come Aleksei Chmura, ricercatore dell’organizzazione americana non profit EcoHealth Alliance per catturare pipistrelli, probabilmente infetti col virus della Sars, nelle grotte della Cina meridionale.

“Conoscere il serbatoio naturale di questi virus è importantissimo – spiega David – perché se non esistesse, significherebbe che il virus è intrappolato nell’uomo ed è possibile pensare di eliminarlo completamente. Se invece c’è un ospite animale, le epidemie saranno destinate a ripresentarsi nel tempo, almeno finché non si bloccherà il passaggio fra animale e uomo”.

Il virus dell’HIV ed Ebola, ad esempio, devono la loro diffusione nell’uomo alla medesima pratica di macellazione di carne di scimpanzé infetto. Una volta effettuato il salto, però, i due virus hanno avuto un comportamento assai diverso. Mentre il primo, in grado di rimanere dormiente per anni, ha avuto una diffusione globale e ha già causato 30 milioni di vittime, Ebola si manifesta in maniera esplosiva e, benché lasci poche possibilità di scampo a chi ne è contagiato, i suoi focolai sono facilmente isolabili.

Ultimamente le zoonosi si stanno moltiplicando e la causa è da ricercare solo nella sempre maggiore invadenza dell’uomo che distrugge e occupa aree naturali obbligando animali selvatici a vivere a stretto contatto con gli umani.

Un esempio lampante di quanto affermato è ciò che è accaduto negli Stati Uniti con la malattia di Lyme, una patologia batterica trasmessa dalle zecche. In un primo momento si era data la colpa del contagio alla consistente popolazione di cervi che viveva, appunto, in Connecticut. L’analisi ecologica, condotta da Rick Ostfeld, del Cary Institute of Ecosystem, ha scoperto invece che le zecche infestano soprattutto i roditori che prosperano indisturbati nelle foreste intorno alle città dove l’uomo ha sterminato i loro predatori.

I patogeni che causeranno le epidemie del futuro, esistono già in natura e la loro evoluzione è avvenuta in parallelo a quella dei loro ospiti naturali. In condizioni normali si replicano lentamente e si diffondono nella popolazione ospite senza dare alcun segno. La distruzione di ambienti naturali complessi, come le foreste, è l’occasione offerta ai virus per contagiarci. In fondo, minacciando la specie ospite, devono traslocare e l’uomo è spesso una scelta obbligata.

Continuando a distruggere gli ecosistemi e ostinandoci ad allevare animali in maniera intensiva non facciamo altro che moltiplicare infinitamente la possibilità di nuovi contagi che potrebbero essere causa di sconosciute epidemie.

Se, come sembra, non potremo evitare l’arrivo del Next Big One, speriamo almeno di essere in grado di limitarne i danni. Grazie alla ricerca scientifica, buone misure di salute pubblica e una buona informazione potremmo anche noi adattarci e affrontare nuove epidemie, sperando non siano devastanti come le precedenti.

Per approfondire:

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