Feiran, l’oasi proibita

3S3A9586Ne avrete abbastanza di sentirmi nominare Sharm ma in un viaggio si fanno molte cose, si vivono tante avventure. Ne racconto solo un’altra l’ultima del mio viaggio appena trascorso in Egitto.
Era una serata tranquilla, con la luna piena in cielo, poca gente per le strade. A pochi passi dal mio albergo c’era il lungomare e prima di arrivare al bar per ordinare una Margarita decido di entrare in un negozio di subacquea per vedere che assortimento di gadget avevano. Mi aggiro tra gli scaffali quando vengo attirata da una guida del Sinai. In mezzo, tra le pagine che descrivono il mare e le ultime che parlano del deserto, ce n’erano alcune dedicate alle oasi. Così vengo a sapere che esiste un’oasi all’interno del Sinai, una grande oasi di cinque chilometri quadrati, suddivisa in orti e giardini che la gente locale coltiva, si chiama Oasi di Feiran.

Torno in albergo e prenoto una macchina per l’Oasi di Feiran. ‘No, l’Oasi in questo momento è chiusa, i turisti non possono andare, entrano ed escono solo chi ci abita’ – mi risponde l’addetto alle escursioni. Chiamo quindi Alberto, l’amico di Ornella, che vanta una grande esperienza con i beduini nel deserto, l’italiano che ha mollato la subacquea povera per darsi a un lavoro di controllo nei pozzi petroliferi. ‘Perchè durante l’interregno di Morsi l’esercito e la polizia erano completamente scomparsi dal Sinai’ – ‘ai posti di blocco il controllo lo facevano i beduini, anche se poi dopo l’elezione di Sisi hanno ripreso a considerarli come degli zingari’ – mi dice. ‘Mi puoi portare a Feiran?’ chiedo. ‘Ma stai scherzando? Feiran non è un posto per turisti in questo momento.’

Passano i giorni continuo a chiedere testarda a tutte le agenzie turistiche di Sharm se fanno escursioni a Feiran, mi rispondono tutti la stessa cosa. 

Cosa c’è di più potente di un re o di un prete? Il dottore. Ed è proprio un dottore che dopo una telefonata mi organizza in quel tale giorno alle 7 di mattina l’appuntamento con una guida beduina che mi porterà a Feiran. 

‘Hai preso il passaporto? mi chiede Rabieh. Ho una macchina fotografica, tre obiettivi, acqua, fragole e passaporto. Imbocchiamo la strada verso il monastero di Santa Caterina. Quando scendo dalla macchina per fare la prima foto le mani si congelano dal freddo. Siamo su un altopiano, ai lati della strada vedo pozze di acqua, di pioggia recente. ‘Devi ritornare a marzo, qui al posto del deserto è una distesa di fiori’

La sua macchina è una compatta, non ha preso la jeep per non dare nell’occhio. Ogni 40/50 chilometri ci dobbiamo fermare a un posto di blocco dove mi controllano il passaporto e il visto.

Ad un certo punto si ferma al lato di un wadi (il letto in secca di un fiume) e mi dice di proseguire a piedi da sola fino alla fine seguendo i tubi dell’acqua incanalata dai beduini, mi verrà a prendere con la macchina dove avrà di nuovo accesso con la strada.

M’incammino sulla sabbia, passando accanto a grossi massi di granito levigati come palle di gelato, così tondi che l’acqua deve averli piallati per secoli. Li costeggiano gruppi di palme giovani, verdi e ben idratate.

Prima un gruppo, poi un altro e poi ancora palme e massi levigati. Cammino per un’ora e della mia guida nessuna ombra. Mi sfiora il pensiero di essere sola, senza acqua, senza telefono, con una macchina fotografica che verrà trovata tra qualche anno con la mia ultima foto e un paio di occhiali da sole. ‘Ma si può essere più stupide?’

Adesso ho davanti una formazione di rocce che blocca tutto il letto. A sinistra ci sono pozze d’acqua che non posso saltare a meno che non ci nuoto dentro, a destra c’è un muro formato da palle di gelato al granito sovrapposte, potrei infilare le scarpe dentro le fessure tra pietra e pietra e scivolare raso raso fino alla fine. Se cado finisco in acqua e con me un migliaio di euro di Canon. Mento a me stessa e mi convinco che non è difficile. Il passaggio adesso è tutto sulle rocce e mi diverte pochissimo.. ma proprio quando ormai mi sento persa sento arrivare da lontano una voce. Mi appare dal niente un beduino, uno sconosciuto, che mi indica dove mettere i piedi.

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Scendo ancora fino a che il fiume si apre in una grande ansa di sabbia e trovo la macchina parcheggiata di Rabieh. Tutti i tubi che mi hanno fatto compagnia durante la discesa finiscono nel giardino dell’Eden del vecchio beduino che lo coltiva.

In mezzo al Sinai,in un posto sperduto senza punti di riferimento lontano da qualsiasi villaggio c’è un pezzo di sabbia irrigata da un getto di un  vecchio fiume che è diventato l’orto e la ricchezza di un contadino. Coltiva piante di olivi, melograni, uva, limoni, meli, mandarini, aranci, e a terra pomodori, piselli, zucchine, melanzane e tutte le erbe aromatiche.

Era l’ora di pranzo avevamo tutti fame. Il contadino passa tra i solchi e raccoglie la verdura che gli serve. Mi offre una foglia di rucola lunga come una foglia di barbabietola e forte come un peperoncino. La sua l’avvolge dentro una striscia di pane piatto e se la porta alla bocca gustandola come se fosse il companatico più saporito che avesse mai assaggiato. Il sapore diverso di quel cibo è la fatica, il sole, l’acqua di sorgente. A misurarla quella foglia doveva avere livelli di energia esplosiva magari ti fa male perché non sei abituato a mangiare senza tracce d’inquinanti.

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Dopo molti e molti altri posti di blocco finalmente arriviamo a Feiran. ‘Io ti ho portato qui ma non c’è molto da vedere, le palme stanno morendo, il livelo dell’acqua si è abbassato, le piante hanno radici sino a tre metri e non raggiungono la falda che adesso è a 45.’

Stavano in piedi due palme su dieci. Le altre erano a terra. Quelle in piedi erano zombi con la chioma secca. Uno spettacolo da post apocalisse. L’oasi era silenziosa, deserta, senza nessuna di quelle attività che avevo immaginato di vedere. 

Ho visitato il piccolo monastero dove una suora rumena magra come un fantasma mi ha fatto visitare la cappella. Quattro suore si occupano dell’antico monastero di Feiran che un tempo serviva per ospitare i pellegrini diretti verso quello di Santa Caterina.

Il sole stava calando, era arrivato il momento di rientrare a Sharm. Ho chiesto a Rabieh quanti chilometri avevamo percorso. In meno di 12 ore avevo provato il gelo sul primo altipiano, bevuto tè caldo zuccherato, visto le pozze di acqua piovana, visitato le serre delle donne beduine, incontrato le due ragazze che pascolano capre, fotografato quelli che riparano l’asfalto delle strade, le palme del wadi, l’orto dell’eden nascosto, mangiato al sole il cibo cucinato dagli uomini e offerto in cambio le mie fragole, visitato il monastero di Feiran e costeggiato il canale di Suez. ‘ Abbiamo percorso 500 chilometri oggi’.. ‘quando ritorni ti faccio visitare le miniere di turchese, le pozze d’acqua sorgente, vedere un vero accampamento beduino e fotografare le volpi..’

Questa è la giornata che non dovevo passare, l’itinerario che non dovevo seguire,l’Oasi chiusa ai turisti.

 

 

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