L’ultimo tabù della nostra epoca: la morte

1 IMAGE WITH FRAME E’ stata la protagonista di quest’estate insinuandosi sotto pelle, facendoci riflettere, piangere, ringraziare la scelta di passare una vacanza senza rischi, tranquilla, tranquilla.

Se pensiamo alla morte quanto dura la riflessione?

Dura attimi, centesimi di secondo, e poi viene rimossa. Per questo la morte è rimasta l’ultimo tabù della nostra generazione. Abbiamo accettato culturalmente la pubblicazione del sesso e del nudo femminile declinati in tutte le forme. Il porno non è più peccato, è considerato ricreazione dal lavoro pesante. Il matrimonio con un partner dello stesso sesso, l’adozione di figli da parte di due madri o due padri, cambiare sesso e ricambiarlo di nuovo, arruolarsi nell’esercito americano se gay, è legale. E’ ammesso affittare l’utero da donne che dopo nove mesi di gestazione ‘cedono’ il figlio senza intralciarne l’educazione. E’ persino ammesso insultare e bestemmiare pubblicamente in televisione. Ancora però non siamo capaci di intavolare una discussione sulla morte. Non se ne parla. Non escono articoli. Si parla dell’esistenza di Dio, di politica, di sport, di tradimenti, di soldi. Mai della morte. Abbiamo paura di prendere l’infezione anche solo a parlarne.

Una tra le morti più orribili di quest’estate è quella del sub di Palinuro  Mauro Cammardella, annegato a una profondità di circa 45 metri, durante l’immersione nella Grotta della Scaletta. Anche se non sono state pubblicate le cause dell’incidente, è possibile immaginare come sia stata l’agonia degli ultimi minuti.

Il dettaglio di avere trovato acqua nei polmoni conferma che fosse vivo quando ha tirato dall’erogatore l’ultima boccata d’aria. Il più esperto del gruppo, si sarà reso conto di essere in trappola molto prima della fine. Non siamo preparati a morire. Nessuno di noi lo è veramente. Forse lo sono le suore, i santi, i sacerdoti. Delle volte la morte è istantanea, altre arriva con una pausa di qualche minuto lasciandoti la lucidità di capire quello che sta per accadere. Per prima cosa contrasti l’ineluttabilità della fine con l’azione, cerchi di liberarti per riguadagnare la superficie. Ma a quella profondità e in un tunnel così stretto tutti i movimenti diventano impossibili, limitati dalla fatica. Hai sopra di te la pressione del peso dell’acqua che non è quella in superficie: è il peso della colonna d’acqua che ti grava addosso e che aumenta con la profondità perché l’acqua è circa 800 volte più densa dell’aria. Già dopo i 40 metri ogni movimento diventa pesante e per portare ossigeno ai muscoli sotto sforzo respiri più frequentemente. Tutti i sub sono allenati a controllare la mente in immersione, non potrebbero altrimenti immergersi fidandosi delle bombole che gli danno aria in un ambiente chiuso, claustrofobico come l’acqua. E’ come andare su Marte. Oltre ad essere andato su Marte, Mauro, si è calato nelle viscere del pianeta dove non penetra un raggio di sole, le pareti sono ruvide, l’acqua è stagna, il limo ricopre il fondale, non si vede un tubo se non grazie alla torcia, mentre la mente ci vede benissimo e libera i mostri: i mostri che ogni subacqueo è aiutato a tenere a bada in immersione dalla luce del sole, dalla trasparenza dell’acqua, dal compagno a poca distanza, dall’ombra della carena della barca che dondola in superficie.

Ma nel buio della grotta, quando il sole, la superficie, la barca, l’aria sono così lontane, irraggiungibili, è dove i mostri, non più dominati dalla mente serena, escono fuori in tutta la loro malefica potenza. Sono i mostri alimentati dalla paura di restare senza ossigeno e di morire. Non è una bella morte tra i mostri della mente nella caverna lontano da chiunque ti possa gettare una cima, allungare un altro erogatore e darti aria. La paura ti tortura con una fitta dietro l’altra al cuore, i muscoli si contraggono, i nervi diventano duri come muri di cemento.

Mauro sapeva che da un momento all’altro sarebbe arrivata l’ultima boccata d’aria dalla bombola. Dopo? Avrebbe dovuto respirare acqua e sarebbe soffocato, sarebbe morto in un tratto di grotta che se tutto fosse andato come previsto doveva guadagnare in pochi minuti per poi risalire verso la superficie. Non si sarà rassegnato a morire. E invece stava soffocando. Una boccata d’acqua salata, e poi una seconda, gli stavano bruciando gli alveoli. Questo avrebbe portato il cuore ad arrestarsi, poi si sarebbe spenta la mente. Quanto velocemente arriva il buio nella mente?

Quel senso di essere stati fregati dalla vita o meglio dalla morte, dalla momentanea incompetenza, dalla linea sul palmo della mano che non avvisa quando si muore e trancia di netto i rapporti con la famiglia e gli amici.

Dopo il collasso dei polmoni e il buio della mente cosa succede? Forse si è ritrovato a respirare in una dimensione più sottile, con un corpo più sottile, liberato dall’attrezzatura sarà uscito dalle viscere della terra, dal buio e dal peso dell’acqua. Si sarà sentito leggero come non succede né su Marte, né sulla Terra.

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I mostri dentro la mia testa mi portano ad immaginare spesso la morte degli altri. E’ un esercizio che faccio a rallentatore. Immagino secondo dopo secondo come si prepara una persona alla morte: il marinaio dentro un sommergibile che affonda, un passeggero dentro un aereo che precipita, un pilota di macchina che vede il muro della pista avvicinarsi a 300 km/h, un prigioniero che viene preparato alla decapitazione.

Quello che mi fa soffrire della morte è la paura di morire. Odierei lo stato di agitazione, perdere il controllo sul tempo, bestemmiare contro il destino. Ogni volta che mi addentro nella morte  di qualcuno faccio lo stesso esercizio, lo ripasso mentalmente finché non mi sono convinta che in quel caso, se toccasse a me, dovrei rimanere calma con il corpo rilassato come se avessi fede.

Nella morte, l’unica cosa che veramente rimpiangerei è di avere lasciato le cose in sospeso. Vorrei spendere tutto prima di morire. Fatto questo sarei pronta.

Vedo la morte come il passaggio della mia energia da uno stadio all’altro. Certo non dico di vedere la luce accecante come chi ha avuto l’esperienza di pre-morte (NDE) – no – ma sono abbastanza ottimista che nel dopo-vita ci aspetta un cambio di dimensione. Spero in un cambio di dimensione: una dimensione che controllo meglio, dove non esiste la paura.

Il terremoto nel centro Italia, ci ha riproposto la morte in tutti i possibili aspetti drammatici popolari. La nostra cultura, zeppa di luoghi comuni resistenti,  ci obbliga a vedere i morti come vittime sfortunate, e i vivi come quelli che il destino ha voluto salvare. Se fosse invece il contrario? Se questa vita fosse solo uno stadio elementare della nostra esistenza che ci assoggetta alla materia per obbligarci ad imparare ad usarla, e il prossimo stadio fosse proprio la liberazione dalla materia?

Nella nostra cultura niente è penetrato dei risultati della fisica quantistica: Bohr, Heisenberg, Einstein sembrano mai esistiti. La materia ha ancora l’aspetto di una massa solida, costante, fidata; ci rimane difficile credere in un’altra vita oltre questa apparente solidità.

Neanche la religione ci aiuta. Il parroco di Amatrice deluso chiede a Dio il perché della sua assenza quando la terra ha tremato e ha inghiottito nelle macerie gli innocenti.

Non è mai un caso quando un terremoto o una catastrofe naturale colpisce una zona remota, dove vive gente chiusa al mondo, alla cultura delle idee. Verrebbe da dire al parroco di Amatrice che Dio ci vede benissimo, sa perfettamente quello che fa. Nessuno sa meglio di lui chi deve promuovere verso la prossima dimensione e chi deve rimanere indietro a studiare Fisica, e lottare con la burocrazia per un funerale, la ricostruzione della casa, un lavoro, l’esenzione dalle tasse, la cancellazione della rata di un prestito per una casa o una macchina che non c’è più.

Oltre a un pezzo d’Italia in macerie c’è rimasto in mano un mondo ateo e materialista. La gente é attratta dalla materia come se rivelasse tutta la felicità che lo spirito nasconde. Più spingiamo in fondo la riflessione sulla morte, più ci attacchiamo alle cose materiali come una mongolfiera con la zavorra. E come una mongolfiera con troppa zavorra non riusciamo a volare.

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