Casalinghe americane e riflessioni sul futuro

Sono donne all’apice della piramide economica: sicure di sé, ricche, bionde, rifatte, amanti del superfluo. Bravo, emittente americana ha prodotto dal 2010, ogni anno, un reality ad episodi che segue la loro vita: sono le Real Housewives of Beverly Hills. Dove per Beverly Hills si deve intendere il quartiere residenziale più esclusivo di Los Angeles.

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Non c’è una vera e propria trama. L’attrazione principale è l’eccesso che emanano e sfoggiano senza alcun senso di colpa queste casalinghe americane. Abitano in case spaziose e lussuose, scendono da limousine con autista, vestono abiti firmati, si addobbano di gioielli vistosi, calzano scarpe con tacchi altissimi, usano troppo trucco, bevono aperitivi, cocktails e champagne a tutte le ore, invitano gli amici a casa con ricevimenti costosi per poi parlarne male dietro alle spalle, non sanno cucire un discorso, sembrano sempre sull’orlo di una crisi di nervi per troppa solitudine. Le guardi e ringrazi il cielo di non essere stata intrappolata culturalmente in una vita dove quello che conta sono solo i soldi.

Ingenuamente si potrebbe pensare che è un fenomeno contenuto. Non possono essere vere, avranno pure uno specchio nel quale guardarsi. Queste donne hanno abusato talmente della chirurgia estetica che hanno finito per assomigliarsi, tutte deturpate mostruosamente: labbra enormi, nasi minuscoli, zigomi gonfi, occhi come fessure, tette prorompenti. E invece i produttori, sfidando il buonsenso, hanno trovato cloni a pacchi negli Stati Uniti e altrove: NY, Dallas, Atlanta, New Jersey, Los Angeles, Miami, Potomac, Vancouver, Melbourne, Cheshire, Auckland.

Alla fine del sogno, quella nuvoletta che aleggia sopra la nostra testa quando pensiamo come spendere  i soldi una volta diventati ricchi, c’è questa realtà. Piano piano la ricchezza ti fa scivolare verso il kitch, ti fa diventare attore di un’operetta, donna da avanspettacolo, una caricatura.

Se il capitalismo moderno piano piano, giorno dopo giorno, anno dopo anno, abuso dopo abuso, ingiustizia dopo ingiustizia ci ha consegnato a questo modello di vita, poteva candidarsi alla Presidenza degli Stati Uniti un uomo diverso?

All’indomani del risultato mi sono domandata perché tanta protesta, tanto furore. A volte anche dietro a comportamenti sociali che sembrano sfuggire ai sondaggi c’è una scienza esatta. E’ lui il prodotto ultimo del capitalismo. Un uomo da operetta. Ignorante e arrogante. Con l’ambizione di comandare dalla sala arida della sua ricchezza, con l’ambizione di convertire i sudditi mondiali all’operetta.

Quello che le REAL = vere ( che deriva, forse, dall’esclamazione più comune dello spettatore – ma sono vere?) casalinghe ricche americane vivono è un’alienazione da troppa ricchezza. Si rinchiudono nel loro mondo che pur spazioso è minuscolo rispetto al vero mondo. Più i ricchi sono ricchi e più frequentano gli stessi posti, gli stessi paesi, dove incontrano gli stessi amici del loro giro super ristretto.

Gli esploratori, i girovaghi, i viaggiatori, quelli che bruciano di desiderio per incontrare nuove culture sono di solito senza denaro. Si alimentano di scoperta, invecchiano all’aria aperta.

Cosa sarà del nostro futuro influenzato da un Presidente americano, uomo più potente del Pianeta, che del mondo apprezza solo lo sfavillio del materialismo?

Due autori che seguo con interesse hanno detto la loro in pezzi che contemplano scenari all’avanguardia: Naomi Klein e George Mombiot.

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Naomi Klein

Naomi Klein, scrittrice canadese, nota per avere scritto un libro di enorme successo nel 2000:  No Logo, contro il fenomeno del branding e della globalizzazione, e This Changes Everything: Capitalism vs. Climate nel 2014, spiega l’ascesa di Trump in questi termini:

Il nostro sistema economico è conosciuto come neo-liberalismo. La politica attua riforme per permettere al neo-liberalismo di continuare ad estrarre margini di guadagno attraverso la deregolazione, la privatizzazione, l’austerity. A causa di queste circostanze il reddito dei cittadini è diminuito peggiorando la loro qualità di vita. Molti hanno perso il lavoro, molti hanno perso la pensione, molti sono indebitati e sono diventati schiavi del sistema bancario.

Questa fetta di popolazione in sofferenza è quella che ha votato Trump. E’ quella fetta di popolazione che si sente esclusa dalla rete di super manager-finanzieri-miliardari-investitori-banchieri che formano la cosiddetta Davos élite. Quelli che, in poche parole, sanno come creare ricchezza attraverso i sistemi finanziari e la tecnologia.

La soluzione per Naomi Klein è politica. Opta per un’agenda redistributiva. Togliere ai super ricchi per investire in un nuovo green new deal = un nuovo accordo che sostenga la ripresa e la crescita.

Questo nuovo accordo può essere realizzato dalla sinistra radicale con il potere di mobilitare le frange popolari facendole confluire sotto un’unica insegna come è successo in Canada dove più di 200 organizzazioni (da Greenpeace a Black Lives Matter Toronto) e alcuni dei più potenti sindacati si sono riuniti in un movimento chiamato The Leap Manifesto.

Il compito di questo movimento è combattere il razzismo nelle istituzioni, la diseguaglianza economica e il cambiamento climatico tutto allo stesso tempo.

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George Mombiot

La riflessione di George Mombiot, giornalista inglese, è più cinica e rimane priva di un finale consolatorio. Il programma politico di Trump è quello di creare a tutti i costi nuovi posti di lavoro. Per attuarlo è pronto a ripristinare l’estrazione del carbone e dare via libera al fracking convinto che questo equivarrà a moltiplicare i posti di lavoro. E lo farà a tutti i costi. Il costo è dimenticare anni di conferenze e faticosi accordi sulla prevenzione dei danni che il cambiamento climatico provoca adesso e nel futuro. Si ritorna al fossile sotterrando il rinnovabile. Il cambiamento climatico non è un problema americano. Ma lo studio del clima inteso come relazione tra uomo e natura è mai stato un problema americano? Oriana Fallaci nel libro Se il sole muore del 1965, reportage dagli Stati Uniti che si prepara allo sbarco sulla Luna, non sa se ridere o piangere alla vista del primo prato americano. Si avvicina al filo d’erba, lo annusa e non sa di niente. E’ plastica. L’America è plastica, è artificiale. Che ne sa Trump della legge di causa e effetto che regola la natura? L’unica scienza che conoscono in America è la tecnologia. E proprio la tecnologia ruberà i posti di lavoro che Trump ha promesso e che vuole materializzare.

Mombiot ci apre gli occhi. La tecnologia sta automatizzando i lavori industriali elementari e ripetitivi. Gli operai saranno sostituiti dai robot. Come nell’agricoltura il lavoro è stato sostituito dalle macchine ed è praticamente scomparso, la tecnologia soppianterà la manodopera nelle miniere, nella lavorazione delle materie prime, nelle produzioni industriali, nel trasporto e logistica, nei cantieri. Gli edifici saranno prefabbricati e assemblati da robot.

I lavori che non potranno essere automatizzati sono quelli formati a un livello più alto di istruzione e che vengono eseguiti con creatività: avvocati, insegnanti, ricercatori, dottori, giornalisti, attori e artisti.

Secondo Mombiot la crisi sociale, economica e ambientale che stiamo vivendo ha bisogno di essere risolta con un approccio ancora tutto da inventare che riformuli il nostro stile di vita e di lavoro.

I governi stanno facendo promesse che non possono mantenere e in mancanza di soluzioni, il fallimento vorrà dire solo una cosa: che la colpa verrà addossata su qualcosa o qualcuno.

La rabbia, il risentimento verrà incanalato verso l’esterno, contro altre nazioni.

Il cittadino più attento ha capito chiaramente che nessun leader di un paese decisionista, che sia Trump, May o Merkel, ha il coraggio di affrontare la realtà delle cose, neanche quel minimo necessario per aprire un dibattito.

Rimarremo in balia di noi stessi, spettatori del declino? Non credo. In ogni problema c’è un risvolto positivo. Ne parlo nel prossimo post..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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