Esercito anti bracconaggio

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Abbiamo già affrontato la piaga del bracconaggio in Italia nell’inchiesta Le ali spezzate. Ci siamo concentrati sulla fragilità della legge e le sanzioni irrisorie per chi trasgredisce.

Come se ciò non bastasse, il WWF denuncia da anni la tendenza delle regioni a modificare in senso peggiorativo le norme così, come la pratica di consentire la preapertura della caccia al 1 Settembre, invece che nella terza domenica del mese, ignorando la necessità di conoscere lo stato di conservazione delle popolazioni interessate o il loro successo nella stagione riproduttiva.
Tra il 2015 e il 2016, solo in Italia, sono stati raccolti un totale di 596 casi di reati rilevati contro la fauna selvatica, fortunatamente 110 in meno della stagione precedente. Questi hanno coinvolto 1.325 persone, contro le 1.594 del periodo 2014-2015 ma sempre una manciata in più rispetto alla stagione faunistica 2013-2014.

Trappole illegali

Richiami elettromagnetici

I reati più diffusi non sono cambiati. La pratica più comune è l’uccisione di specie protette seguita dall’uso di trappole e richiami elettromagnetici. Preoccupante è l’aumento del numero dei reati che avvengono quando il periodo della caccia è ormai chiuso. Fortunatamente continua il suo trend discendente la caccia nelle aree protette ma aumentano i casi di caccia notturna.
Escluse le migliaia di piccoli passeriformi particolarmente protetti che sono stati rinvenuti abbattuti o intrappolati nel corso dell’anno (pettirossi, cince, fringuelli, cardellini, passere scopaiole, verdoni, picchio muratore), gli animali “tipicamente” uccisi nel 2015 e 2016, di cui è rimasta traccia, appartengono a 34 specie. Fra i rapaci diurni ci sono 23 gheppi, 20 poiane, 16 sparvieri, 6 falchi pellegrini, 3 falchi lodolai, 2 aquile reali e poi falchi di palude, lanario, biancone, falco pecchiaiolo e grillaio. Fra i rapaci notturni si aggiungono 3 gufi comuni, 1 barbagianni e 1 assiolo.

Ma se a questi dati aggiungessimo quelli provenienti dai centri di recupero cui vengono consegnati gli esemplari feriti dalle armi da fuoco i numeri salirebbero di molto.
Ipotizzando, ottimisticamente, che gli uccelli feriti e portati nei centri di recupero siano circa l’uno per cento di tutti quelli abbattuti, dato che la maggior parte di essi finisce nei congelatori dei cacciatori o resta a marcire nelle campagne, è facile calcolare come, ad esempio, solo in una parte della Toscana, quella che fa riferimento al centro di ricovero del Cruma di Livorno, durante la scorsa stagione venatoria siano stati abbattuti circa tremila rapaci, in un territorio che non copre nemmeno la metà di quello regionale.

Tra i mammiferi è stato ucciso un orso bruno e 5 lupi di cui quattro freddati a fucilate ai confini di Parchi Nazionali. Purtroppo è stato rinvenuto anche un esemplare di camoscio d’Abruzzo, ucciso nel Parco dei Monti Sibillini.
Durante la stagione venatoria 2015-2016, per la prima volta, abbiamo una nuova specie di mammifero colpita dal bracconaggio: l’uomo.
A inizio Settembre 2015, a Ferentino, un cacciatore muore per dissanguamento. Si pensa prima all’aggressione di un cinghiale. Salvo poi verificare che a ucciderlo è stato un tubo fucile piazzato da un bracconiere: un congegno esplosivo puntato sui passaggi dei cinghiali che si attiva toccando un filo. Più fortunata una seconda vittima, un cercatore di funghi del cagliaritano, rimasto catturato in un laccio per cinghiali, ma che è riuscito a liberarsi prima dell’arrivo del bracconiere.

Ma per quale motivo il fenomeno persiste nel nostro paese? Sicuramente per motivi socio-culturali ma soprattutto per la carenza di controlli. Le pene, poi, sono leggere e prevedono quasi tutte la possibilità di essere commutate in sanzioni pecuniarie. Le sanzioni sono , inoltre, riferite all’abbattimento della specie quindi, per assurdo, un bracconiere sarà sottoposto alla stessa pena sia che uccida un solo esemplare di aquila sia che ne uccida dieci.

Allo stato dell’arte sembrerebbe che l’uccisione di una specie protetta che avvenga per scopi ludici, per il commercio, per l’imbalsamazione illegale oppure semplicemente per il consumo gastronomico sia un’attività ancora redditizia.

Non vorrei oggi e in questa sede dilungarmi oltre sull’identikit del perfetto bracconiere o sull’evoluzione di questa orrenda pratica che, in Italia, ha visto la formazione di hot spot per il bracconaggio ciascuno specializzato nella caccia di una particolare specie protetta.

Vorrei questa volta soffermarmi su chi per mestiere, ma soprattutto per amore, vigila affinché questi crimini siano contenuti. Pochi Don Chisciotte contro innumerevoli mulini a vento, basti pensare che, in Italia, per ogni guardia venatoria esistono 625 cacciatori da controllare. E, a peggiorare la situazione, c’è il fatto che non usufruiscono degli strumenti adeguati o delle sufficienti risorse economiche.

Purtroppo questa condizione è comune a tanti ranger, guardie e volontari del WWF che in tutto il mondo stanno combattendo la stessa battaglia. È proprio dal WWF che è partito l’appello per aiutare questi valorosi combattenti e dotarli di attrezzature tecnologiche, medicine, fuoristrada, GPS, camera-traps, binocoli, radiotrasmittenti e altri equipaggiamenti indispensabili a monitorare il territorio per sorprendere bracconieri e trafficanti.

In questi anni ho imparato che bisogna toccare con mano queste realtà e conoscere personalmente alcuni di questi combattenti che, spesso mettono anche a repentaglio la loro vita per difendere la fauna selvatica.

Antonio Delle Monache

Antonio Delle Monache è il coordinatore regionale delle Guardie volontarie venatorie WWF in Lombardia. 35 guardie divise in 6 nuclei provinciali, in una delle aree d’Italia a più alta densità di bracconaggio. “Ci stiamo dotando delle più moderne tecnologie, come metal-detectors per la ricerca di armi occultate, e alcune guardie stanno affrontando i corsi per l’utilizzo di droni, utili nella ricerca delle reti da uccellagione e delle trappole. Capita di ricevere minacce o intimidazioni. – aggiunge – Ad Ischia, dove svolgiamo un campo antibracconaggio primaverile, abbiamo rischiato di rimanere feriti da un grande masso lanciato dall’alto sulla nostra macchina. In Val Trompia hanno sabotato i freni della vettura di servizio: solo per un miracolo le guardie non sono finite in un burrone”.

Un altro difensore della natura selvatica è Ilaria Guj, guardia parco del parco naturale regionale dei Monti Simbruini. In questi 30.000 ettari di terra protetta il lupo è tenuto sotto osservazione da una decina di foto-trappole, alcune delle quali donate dal WWF. Le macchine hanno cambiato la vita di Ilaria che ora non è più obbligata a lunghi e estenuanti appostamenti notturni. Il bracconaggio resta la minaccia numero uno per la specie nella zona. I lupi sono spesso le vittime di cacciatori, tartufari e allevatori ma le video-foto trappole sono uno strumento fondamentale per la sorveglianza e un buon deterrente contro la caccia illegale.

Dobbiamo prendere atto che, come spesso accade nelle sfide più difficili, i nostri amici cani sono al nostro fianco in prima linea. Un esempio su tutti è l’eccellente lavoro di Murray, un cane anticrimine impiegato nel Chitwan National Park in Nepal.

Murray il cane anticrimine del Chitwan National Park in Nepal

Si tratta di un pastore belga cui è stato insegnato a riconoscere l’odore dei fucili dei bracconieri e a fiutare le loro trappole. Come i suoi simili, ha uno straordinario senso dell’olfatto e, grazie a cani addestrati come lui, impiegati nei parchi o negli aeroporti, negli ultimi tre anni il numero di reati compiuti dai bracconieri in Nepal è prossimo allo zero.

Purtroppo, però, come in tutte le guerre, anche alcuni dei nostri combattenti hanno perso la vita e il campo di battaglia più cruento al mondo è sicuramente la Tanzania. In questo paese il bracconaggio è facilitato da una corruzione dilagante che ha sterminato in 5 anni il 60% della popolazione di elefanti.

Roger Gower

Roger Gower, pilota britannico, era un volontario nel paese per il sostegno alla lotta contro i bracconieri. Aveva appena scoperto un deposito illegale di zanne quando fu colpito da un proiettile partito da un fucile d’assalto sovietico. Il colpo lo centrò al braccio e causò lo schianto del velivolo e la sua successiva morte per dissanguamento.

La cosiddetta “strage dei ranger” in Tanzania miete, ogni anno, decine di vittime ma l’ottimismo e la fiducia per il futuro della propria nazione spinge ancora molti giovani a intraprendere questa missione. Uno di loro si chiamava Emily Kisamo.

Emily Kisamo

Per Emily, i bracconieri non hanno sprecato nemmeno un proiettile; gli hanno tagliato la gola. Un gesto simbolico contro chi, qualche giorno prima, durante l’ennesimo convegno, aveva osato alzare la voce di fronte ai funzionari del governo.

Il nostro compito, se non può svolgersi in prima linea, è quello di sostenere, con le nostre risorse e il nostro impegno, tutte quelle associazione che materialmente forniscono mezzi, assistenza, formazione e fondi all’esercito in difesa della natura.

Una di queste è sicuramente il WWF che ha recentemente lanciato la campagna “Ferma i crimini di natura”. I fondi raccolti saranno utilizzati per la formazione di rengers e volontari, per attività investigative in Italia e all’estero e e per fare pressione sui governi locali affinchè vengano introdotte pene più severe per i bracconieri.

Anche in Italia c’è ancora molto da fare. Un primo passo? Sostenere la petizione WWF rivolta al Governo e al Parlamento per introdurre finalmente il reato di “Uccisione di fauna selvatica protetta”. Per informazioni sulla campagna è anche attivo il numero verde 800990099.

Per approfondire:

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