Cosa volete che sia una passeggiata in città? Una cosa che sanno fare tutti. Talmente semplice che mi sono accorta di non potermela più permettere. Ma cominciamo a spiegare il perchè dall’inizio.
Molti anni fa ho cominciato a tossire durante l’inverno, giusto qualche colpo di tosse durante la notte. Ho dato la colpa al riscaldamento della casa che seccava l’aria. La stupida tosse però ha continuato a convivere con me anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno. Siamo diventate inseparabili.
Da qualche anno a questa parte la mia tosse è peggiorata al punto da diventare pericolosa. Per nessuna ragione apparente la tosse mi scatena una reazione allergica a quello che respiro, a quello che bevo o che mangio. La gola si chiude e non riesco a respirare. Il panico che mi prende in quei lunghissimi secondi senza aria mentre mi sforzo di fare entrare un esilissimo respiro con tutte le forze ve lo lascio immaginare. Ho visto decine di medici e mi sono sottoposta a decine di test. Per tutti sono sana non c’è nessuna anomalia con le mie vie respiratorie. Forse è stress, forse sono ansiosa, forse parlo troppo velocemente o ho un respiro troppo corto. Negli anni ho sentito mille motivi come causa della mia tosse ma ho anche sentito un numero crescente di persone che soffrono dello stesso disturbo.
Una cosa è vera: sono ansiosa. E la mia ansia se proprio vogliamo dire la verità me la da la città. Meglio me la danno tutte le cose inanimate che si trovano in città comprese le persone che ti passano accanto e sembrano inanimate anche loro. Ma in città c’è il mio lavoro, la mia famiglia, i miei amici, c’è la comodità delle arti, dei libri, della musica, dei film a portata di mano. Quindi ho resistito e ho fatto finta di poter convivere con la mia tosse ancora un anno, fino a quando... ho preso la metro a Milano. Vado in centro, appuntamento veloce con un amico, esco a Duomo. Seguo la luce del giorno che filtra dall’alto nel sottosuolo più che la segnaletica e alla fine spunto come un fungo al livello della piazza pronta a prendere una bella boccata di ossigeno.
Il respiro non ne vuole sapere di allargarsi nei polmoni, quella che si allarga è l’idea agghiacciante di essere circondata da cemento, cemento, asfalto, pietra, cemento. Mi sento come una bambina che si è persa. Soprattutto sento paura e meraviglia per quelli che stanno passeggiando tranquillamente per le vie del centro di Milano, spingendo pure il passeggino perchè i bimbi in centro crescono meglio.
Il giorno dopo mi sono svegliata con la bronchite arrivata con molta puntualità. Le città hanno questo di bello da offrire: bronchiti, tossi, catarri, raffreddori, febbri.
Non è colpa del virus nel mio caso ma colpa della resa incondizionata della mia voglia di vivere alla vista di piazza Duomo.
Da quel momento la tosse è schizzata a livelli esplosivi.. tutti ad offrirmi bicchieri d’acqua, caramelle, fazzoletti per asciugarmi le lacrime.
Sono arrivata a casa l’ombra di me stessa con tutti i livelli di energia bassissimi. Per rimettermi so già la routine a cui sono destinata. Ma le persone che vivono in città come fanno a sopravvivere? E i bambini?
La gente pensa che sia solo un problema di salute non si rende conto che la salute è attaccata con mille fili ai nostri sogni, desideri, pensieri creativi, ai cinque sensi, alle stagioni, agli elementi, insomma alla bella materia sparsa di cui anche l’uomo è fatto.

Ci sono quelli poveri e quelli ricchi, quelli laureati, quelli che hanno fatto solo le medie, quelli che si sanno cucinare un piatto di pasta, quelli che sono dipendenti dalla moglie. Da quest’anno il divario tra classi sociali non si conterà più come è successo fino al 2011. Febbraio 2012 ha maturato una nuova classe di cittadini: quelli che riescono a sopravvivere l’Inverno.
La neve caduta ha portato un ché di democratico, di egualitario con sé, dono raro di questi tempi. A volte dimentichiamo di essere nati uguali e di avere tutti gli stessi diritti oppressi come siamo dall’illegalità dello stato.
La neve quest’inverno ha premiato quella manciata di persone che negli anni ha creduto alle previsioni degli scienziati, ha dato via la macchina, ha preso i mezzi, ha faticato sulle salite in bici, si è autoridotto i consumi, ha spento le luci delle stanze che non usava, si è trasferito in campagna, ha montato i pannelli, si è munito di un generatore di riserva, ha imparato a farsi il pane e i biscotti, ha protetto i tubi dell’acqua dal gelo, ha conservato frutta e verdura. Non ci vuole una laurea in economia per capire che gli scienziati erano maledettamente seri quando avevano annunciato che i pochi gradi in più ogni estate non portavano al surriscaldamento ma al raffreddamento. L’inverno mite iniziato nel 2011 era solo una trappola per gli atei e un bonus per i credenti che avevano ancora un poco di tempo a disposizione per stoccare legna e rinforzare i tetti.
Ho molto amato la neve quest’inverno. Ho amato vedere il sindaco di Roma in difficoltà e le città perdere quel primato di apparente efficienza mentre affioravano tutti i disagi connessi con uno stile di vita troppo interconnesso che si sfalda nelle emergenze.
Ma ho sentito anche molte persone addebitare questo fenomeno ad un ciclo anormale che si ripete ogni mezzo secolo. Peccato non poter svegliare dal loro letargo intellettuale quelli che credono che politica-economia siano le scienze dominatrici. La meccanica del pianeta e del sistema solare sarebbe la lettura d’obbligo ma saranno gli elementi, a questo punto, gli insegnanti più convincenti.
Mio padre mi diceva sempre 'parla figlia mia' intendendo non una malattia che mi aveva reso muta ma alla raccomandazione di non lesinare domande perchè parlando con la gente si raccolgono informazioni importanti a volte vitali.
La mia raccomandazione, invece, è quella di osservare. La realtà non è esattamente così statica come appare ma è piena di sorprese. L’osservazione porta a farsi delle domande che a loro volta ci portano a cercare delle risposte e attraverso il sapere ci liberiamo dalla materia perché impariamo a conoscerla.
Ho imparato ad osservare sott’acqua perché è un ambiente che ti obbliga a concentrarti. La mia curiosità nasceva nel vedere certe simbiosi tra animali e specie vegetali come ad esempio una gorgonia sulla quale si aggrappa un ippocampo marino.
Cosa nasce prima? La gorgonia o l’ippocampo. Da dove arriva l’ippocampo? Se non ci fosse la gorgonia l’ippocampo non potrebbe sopravvivere perchè è la gorgonia ad ispiragli il mimetismo. Ma la gorgonia perchè cresce proprio lì?
Allora un giorno ho comprato in una libreria una copia di seconda mano dell’Origine delle Specie di Charles Darwin e al primo viaggio in barca tra un’immersione e l’altra ho cominciato a leggerlo.
Chiunque ami la natura dovrebbe leggerlo. Quello che succede nella testa di un naturalista, il processo logico che lo guida ad evolvere una teoria è altrettanto interessante.
Darwin durante il suo famoso viaggio a bordo del HMS Beagle tra febbraio 1829 e novembre 1936, che lo porta a circumnavigare la Terra a sud dell’Equatore, ha modo di osservare la natura nella sua emanazione più primitiva e questo lo aiuta a trarre delle conclusioni.
All’epoca la vita sulla terra era spiegata dalla religione in termini creativistici. Tutte le specie animali erano originate dalla volontà del creatore esattamente come si presentavano ai nostri occhi. Lo sforzo di riempire la terra e il mare di creature animate era stato unico e contemporaneo.
Darwin si oppone a questa teoria statica. Nota che gli animali di una determinata specie hanno via, via, selezionato degli attributi fisici che gli permettono di sopravvivere meglio in un certo ambiente geografico.
Ad esempio in un gruppo di giraffe, saranno quelle con il collo più lungo che riescono ad arrivare alle foglie verdi delle cime delle acacie ad essere avvantaggiate nella riproduzione e alla conseguente trasmissione alla prole dei geni necessari a una migliore sopravvivenza.
Darwin deduce anche che la grande varietà delle specie animali presenti sul pianeta deriva da pochi esemplari originali che si sono evoluti lungo una lunga linea generazionale. Ad ogni generazione sopravvivevano quegli esemplari che meglio si adattavano alle condizioni della latitudine in cui vivevano, gli altri si estinguevano.
Eppure parte della grande deduzione sul comportamento dei geni negli animali sono state formulate grazie ad osservazioni fatte dietro l’angolo di casa. E’ nella campagna inglese e tra gli allevatori di animali domestici che Darwin esplora la loro abilità nel selezionare l’animale migliore per produrre carne, lana, latte. Gli allevatori avevano capito che potevano isolare e riprodurre l’animale apportatore del gene desiderato. Dopo sole poche generazioni erano in grado di ‘creare’ una specie nella specie, un portatore genetico di quelle caratteristiche e qualità che servivano per accrescere i loro fabbisogni.
Darwin parla di una capacità straordinaria da parte degli allevatori di modellare gli animali a loro piacimento come se avessero una bacchetta magica in mano.
Questa famigliarità con il potenziale offerto dagli animali è andata del tutto dimenticata, in città non gira neanche una lucertola e viviamo in un'era in cui i ragazzi hanno difficoltà a relazionare il petto di pollo o la salsiccia con l'animale.
Non è il caso degli scienziati.
Da anni stanno cercando una soluzione diversa all’impiego costoso e velenoso dei pesticidi, e modificare i geni degli animali è diventato un loro successo.
Per proteggere le colture la nuova frontiera è quella di immettere in natura un numero di esemplari maschi degli insetti nocivi, precedentemente resi sterili con una dose di radiazioni, sabotando così l’accoppiamento e la riproduzione. La stessa tecnica è usata per debellare le zanzare portatrici di febbre dengue (A.aegypti).
Gli scienziati della Oxitec, una società biotecnologica che si trova fuori Oxford, in Inghilterra, hanno creato recentemente un campione di femmina di zanzara che non può volare. Il lavoro si è concentrato sulla scoperta della proteina del muscolo preposto al volo della femmina. E’ più sviluppato probabilmente perché dopo avere succhiato il sangue devono volare appesantite. Disabilitando la proteina e immettendo femmine geneticamente modificate i geni vengono passati alla prossima generazione e a quella dopo. Le uova di queste zanzare modificate possono essere spedite ovunque nel mondo, basta aggiungere acqua per farle nascere.
Lo stesso metodo di larve suicide può essere impiegato per debellare specie invasive, come pesci dai laghi o rane non autoctone.
Ma la creazione genetica più straordinaria è stata messa a punto da Randy Lewis, un professore di genetica dell’Università statale dello Utah che dirige anche una fattoria per la ricerca di metodi innovativi di allevamento.
Alla base dell’esperimento c’è la scoperta che un certo tipo di seta, prodotta dal ragno per avvolgersi quando cade, è una fibra con delle proprietà eccezionali, più resistente del kevlar.
Lewis e il suo team hanno estratto il codice DNA atto alla produzione della seta (dragline silk) da un ragno (orb-weaver) e lo hanno impiantato nel codice dna che aumenta la quantità di latte nelle mammelle.
Questo circuito genetico è stato quindi inserito nella cellula uovo e impiantato in una femmina di capra. Il latte della capra, di nome Freckles, quando viene munto è filtrato per estrarne dei filamenti che vengono avvolti su una matassa. Questa fibra che può arrivare ad avere la consistenza di un elastico può essere utilizzata in campo medico, ad esempio, per riparare i legamenti. Non è un caso che la ricerca di Lewis sia pagata con finanziamenti molto importanti.
Questa nuova frontiera della genetica si chiama extreme crossbreeding. Le istruzioni di tutte le creature viventi sono custodite nel codice DNA delle cellule. Tutte le forme di vita sono rappresentate da un alfabeto di sole quattro lettere le quali ordinate nella sequenza giusta producono proteine. E tutta la vita è composta o creata dalle proteine. Questo significa che il codice per fare la seta in un ragno è scritto nello stesso modo in cui è scritto il codice per produrre il latte in una capra.
Dall’avvento dell’ingegneria genetica gli scienziati sono stati capaci di utilizzare l’universalità di questo codice e tagliare e incollare parte del DNA da una specie all’altra.
Non è incredibilmente straordinario?
Solo una macchina rimane inerte – tutto quello che è prodotto dalla natura ha delle capacità illimitate di trasformazione. E questa scoperta non deve rimanere solo un campo destinato alla scienza e agli scienziati – ognuno deve trovare il modo di continuare l’opera creativa in atto nella Vita, a suo proprio vantaggio.
Se rimangono punti imponderabili .. come capire cosa è passato per la testa di Lewis il giorno che ha deciso di incrociare i geni di una capra con un ragno ... archiviateli nella zona di rumore ( quella che ancora sfugge alla scienza).

Sembra che dopo 40 anni di coscienza ambientale l’unica cosa ad evolversi sia l’ampiezza del problema e il linguaggio con cui gli scienziati lo esprimono.
Se una malattia infettiva fosse studiata dagli scienziati come è studiato il problema dell’ambiente saremmo già morti. Quarant’anni di tempo per dare un ultimatum ai governi è un lungo periodo per ottenere zero risultati.
Nel frattempo molti scienziati sono diventati famosi per avere scoperto quello che tutte le società agrarie sanno: uomo e territorio sono complementari. Togli l’uomo dalla sua terra e cominciano i disequilibri.
Nel grafico che Gianfranco Bologna (WWF) ha mostrato al pubblico riunito per la sua conferenza Scienza e Cultura Ambientale al Museo di Zoologia di Roma lo scorso 12 gennaio, c’era una lunga timeline che rappresentava i 4 miliardi e mezzo di anni di evoluzione della Terra e un segno colorato che rappresentava l’apparizione dell’homo sapiens sapiens, ovvero del nostro arrivo circa 200/170.000 anni fa. I guai per l’ambiente però sono cominciati con l’esplosione dell’era industriale, un arco di tempo infinitesimale. Piccolo e velenosissimo. Questo è il momento in cui è apparso sulla scena anche un modello economico che per la prima volta ha contemplato l’acquisto a rate di un bene di consumo mediante un debito con le banche.
Senza credito Mr Ford non avrebbe potuto vendere le sue macchine. Con quanti animali avrebbe potuto pagare il primo trattore il contadino americano?
La mia premessa serve solo a ricordare che delle volte si cerca di curare un sistema senza soffermarsi a pensare che il sistema stesso è sbagliato. Non che oggi si possa tornare indietro ma almeno individuare le cause di tanta diseguaglianza che ha lasciato poche persone con molte risorse e molte persone con pochissime risorse per poter ripartire eventualmente con il piede giusto. Soprattutto il sistema ha sradicato la gente dalla loro terra e senza terra una famiglia è dipendente dalle leggi dell’economia. Ci sono miliardi di persone sul Pianeta inurbate che hanno abbandonando la terra, preferendo di fatto abbracciare il sistema economico proposto dai Governi.
Forse il sistema è stato accettato più come un modello da seguire perchè così fanno tutti che come scelta ragionata. Sfido qualsiasi allevatore di capre che ha riconvertito il suo gregge in un gruzzolo con il quale avventurarsi in città a vedere il vero potenziale di quella capra. Eppure c’è, lo racconto nel prossimo articolo.
Detto questo, gli scienziati dagli anni sessanta in poi si sono mobilitati per fare arrivare un messaggio di allerta ai governi che ancora oggi non hanno recepito. L’ambiente è minacciato dalla presenza dell’uomo ma c’è un problema nel problema che rende tutto molto più urgente: la sovrappopolazione.
E’ molto difficile salvare l’ambiente quando dobbiamo pensare a dare da mangiare a 7 miliardi di persone.
Il dibattito tra governi e ambientalisti è come una causa che si dibatte in tribunale. Per molti decenni il giudice ha sentenziato che il fatto non sussiste (il crimine) lasciando che i governi uscissero dalle conferenze mondiali senza una firma sui trattati o un impegno da mantenere. Gli scienziati invece, convinti delle loro tesi, tentano un’ulteriore carta puntando sul linguaggio. Come stranieri appartenenti ad un gruppo etnico tenuto in minoranza imparano il lessico politico-economico sicuri di riuscire a farsi accettare e prendere finalmente il comando del pianeta nel momento di pericolo.
Abbandonano così il dialetto romantico e di sinistra, per adottare le stesse sigle criptiche del gergo economico dei politici che devono convertire.
Introducono abbreviativi come Green Gross Domestic Product index – Sustainable Development Index – Resilience Indicators– Limits of Growth – Carrying capacity – Guardrails – Tipping elements – Planetary Boundaries.
Si coalizzano, inoltre, con i dipartimenti delle Nazioni Unite preposti alla tutela dell’ambiente e cominciano a produrre studi che diventano documenti ufficiali.
La pietra angolare è il Rapporto Brundtland del 1987 commissionato da Gro Harlem Brundtland allora presidente della Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo, nel quale per la prima volta si parla di sostenibilità coniando splendidamente un concetto comprensibile agli economisti. Nel 1989, l’Assemblea generale dell’ONU, dopo aver discusso il rapporto, decide di organizzare una Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che sarà poi quel Vertice della Terra, di Rio del 1992 dal quale nasce Agenda 21, un programma di azione globale in tutti i settori dello sviluppo sostenibile.
Nel 1997 un altro anno in cui fioriscono conferenze. Prima la Conferenza di Rio+5 a N.Y., e poi a Kyoto la conferenza sulla riduzione delle emissioni che provocano i gas serra e dal quale esce un Protocollo famoso soprattutto perché gli Stati Uniti, la Cina, l’India e il Brazile non lo firmano.
Nel 2002 a Johannesburg il World Summit on Sustainable Development (WSSD) rappresentava l’occasione per stilare un bilancio sull’attuazione delle decisioni prese a Rio ed in particolare quelle concernenti l’Agenda21. Il piano di attuazione del Vertice mondiale per uno sviluppo sostenibile (JPOI) finisce come al solito per essere un piano giuridicamente non vincolante (cosa si sono riuniti a fare?).
Tutti in attesa della prossima Conferenza sullo sviluppo sostenibile Rio+20 che si terrà a Rio dal 20 al 22 Giugno prossimo di cui Gianfranco Bologna anticipa che è partita già male. L’ironia è che queste conferenze sono diventate l’occasione perfetta per le cosidette green companies di incontrarsi e fare affari. Pochi mesi fa passando per un aeroporto internazionale ho visto la pubblicità di una banca svizzera che si pubblicizzava come banca sostenibile. Ho sbarrato gli occhi, non potevo credere all’assurdità che leggevo. Non solo gli ambientalisti non sono riusciti a portare una goccia di acqua al loro mulino con il loro linguaggio divenuto incomprensibile e artificiale ma si sono fatti scippare l’unico concetto comprensibile alla massa dei cittadini dopo la parola organico.
Di pubblicità con uno smaccato uso della terminologia verde ne vediamo di tutti i colori, le compagnie petrolifere abusano dello stile di vita a man bassa. Ma il culmine di tutto è arrivato qualche mese fa quando la rivista americana Newsweek ha stilato la graduatoria delle World’s Greenest Companies nella quale comparivano società come Ford, Bank of America, Johnson & Johnson, IBM. Mi sarei aspettata tutto meno che di trovare le solite 100 società americane riciclate impunemente in verde assunte alla graduatoria per meriti che non hanno.
E’ evidente che non si tratta più del furto di qualche parola ma dell’intero dizionario. Certo se il WWF o Greenpeace sono scivolati piano piano nella burocratizzazione per emulazione passiva di una di quelle 100 società americane del problema lessico non se ne accorgeranno neanche.

http://www.thedailybeast.com/topics/green-rankings.html
http://www.sarasin.ch/internet/iech/en/index_iech.htm
A poche ore dal Natale vorrei portare alla vostra attenzione i suggerimenti che il WWF ci lascia ogni anno con il suo decalogo dell’albero o meglio il “dec-albero”!
Con questi 10 semplici consigli possiamo diminuire la nostra impronta ecologica durante la festa del consumismo per eccellenza e fare un regalo al Pianeta intero!
- Fate l’albero di Natale con una specie locale o una bella pianta che già avete in balcone (il mio è una pianta di peperoncino). Se volete sbizzarrirvi, cimentatevi nella creazione di un bell'alberello da riciclo (cartone, bottiglie di plastica usate etc …), il risultato finale potrebbe essere una stupenda opera d'arte. Se sprovvisti di piante ed estro artistico anche l’albero artificiale può andar bene, meglio se prodotto con materiale da riciclo, e a patto che lo riutilizziate negli anni a venire.
- Servitevi di un'illuminazione a basso consumo! Non c'è dubbio che le luci natalizie siano tra i simboli più belli del Natale ma mantenere la nostra casa, i nostri balconi e le nostre strade illuminate 24 ore al giorno comporta un inutile dispendio di energia, per non parlare dei costi. Scegliete sempre lampadine a basso consumo o a led, che consumano fino a 1/10 delle normali lampadine, e accendetele solo in momenti particolari.
Per il cenone alcune regole di base:
- Non utilizzate piatti, bicchieri e posate usa e getta. La sostenibilità è la parola d’ordine anche durante le feste.
- Scegliete ricette tradizionali a base di ingredienti di stagione e locali. In questo modo ridurremo le emissioni di anidride carbonica dovute ai trasporti e alle coltivazioni in serra. Nel rispetto delle nostre tradizioni riducete i consumi di carne bovina; farà bene alla salute nostra a del pianeta.
- No al foi gras, al caviale, ai datteri e alle aragoste! Forse non tutti sanno che la produzione del paté de foi gras comporta enormi sofferenze per gli animali. I datteri di mare, considerati da molti una prelibatezza, sono protetti dal CITES e la raccolta ne è vietata perché provoca la distruzione delle scogliere. Le aragoste sono in via di estinzione e i metodi di cottura sono brutali. Il caviale, infine, continua a essere ricavato da specie di storioni già rarissime in molte aree del Pianeta. Se proprio non potete farne a meno, scegliete quello certificato o da acquacoltura.
- Per i più fortunati, Natale significa anche vacanze; in questo caso sì ai viaggi alla scoperta della natura e in particolare quelli del WWF che sostengono progetti per la biodiversità. Tra le mete proposte, Tenerife, Giordania, Madeira, Tanzania, Guatemala, Senegal e Madagascar; per chi preferisce stare in Italia, il campo avventura sul Gran Paradiso e le Fattorie del Panda.
È importante anche fare attenzione nella scelta dei regali:
- Al bando animali piante e prodotti esotici che alimentano il commercio illegale.
- Andate a fare shopping utilizzando la bici o i mezzi pubblici muniti di borse riutilizzabili.
- Acquistate e regalate apparecchi tecnologici, solo se rispettano i più alti standard di risparmio energetico.
- Prediligete i prodotti biologici e quelli del commercio equo e solidale e a basso impatto ambientale e sociale. Oppure, fate un gesto meraviglioso: adotta una specie a rischio di estinzione. Troverete tutti i dettagli sul sito del WWF.
Un caro augurio per un eco-Natale!
Link:
http://wwf.it/client/ricerca.aspx?root=29760&content=1



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