Intervista ad Alessandro Giannì

Genova, 15 Giugno 2006. Greenpeace, a bordo della sua ammiraglia Rainbow Warrior, sta compiendo un tour del Mediterraneo per combattere la pesca illegale, difendere le popolazioni marine e promuovere la creazione di aree protette in tutta la superficie del bacino. Proprio sulla Rainbow Warrior ho incontrato Alessandro Giannì, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia.
“Siete qui a Genova per promuovere l’istituzione di 32 aree marine protette d’altura…?”
G.: “La nostra è una proposta che si limita solo alle acque internazionali. Non perché non ci interessiamo delle acque costiere, ma perché ci sono moltissime altre associazioni che lavorano in questo campo con dinamiche differenti. Per ciò che concerne le acque internazionali urge la necessità di un’ accordo di cooperazione a livello globale. In teoria esistono già strumenti di salvaguardia in Mediterraneo: la Convenzione di Barcellona e la Commissione Generale della Pesca che regolamenta tutte le attività eccetto quelle concernenti i grandi pesci pelagici che sono gestiti dalla Commissione Internazionale per la conservazione del tonno atlantico. Greenpeace, con le sue caratteristiche e con le sue possibilità a livelli internazionali, ha preferito lavorare su questo tipo di obiettivo perché più difficilmente è alla portata di altri e perché prevede un’attività globale.”

“Quali sono le problematiche relative alle acque internazionali che hanno portato alla necessità di istituire queste aree protette?”
G.: “C’è tutta una serie di fattori di pressione che hanno spinto i Governi del Pianeta a Johannesburg al famoso “SSD” (“verso lo sviluppo sostenibile”) a prometterci una rete di Riserve marine entro il 2012. Siccome in Mediterraneo è dal ’79 che dovrebbe esserci una Convenzione di Barcellona a protezione dell’ambiente e in realtà non si è visto un granché, allora abbiamo deciso di richiedere a gran voce ciò che ci spetta e ci è stato promesso.”

“Parliamo di alcune problematiche che ancora oggi colpiscono i nostri mari….le spadare ad esempio”
G.: “In tutta Italia, il problema delle reti derivanti chiamate spadare è che la norma sulla illegalità della pesca è tale che di fatto consente qualsiasi abuso. Infatti il pescatore che usa un attrezzo illegale, immaginiamo la spadara o uno strascico, deve essere colto sul fatto, con la fragranza di reato. Se viene trovato l’attrezzo di pesca a bordo non gli si può legalmente fare niente, bisogna riuscire a coglierlo nel momento in cui tira giù le reti. Le spadare generalmente vengono calate 40 Km fuori dalla costa, per poter controllare e quindi cogliere sul fatto un pescatore di frodo si devono poter mobilitare navi ed aerei durante la notte. Tutto ciò costa una lira di Dio, quando a costo zero e con dei semplici controlli a bordo si saprebbe immediatamente se vi sono o meno reti illegali!”

“Ed il traffico marittimo…?”
G.: “Il problema qui è duplice: da un lato c’è la tendenza sempre maggiore a scegliere navi veloci di cui, francamente, non se ne riscontra la necessità (anche se arrivo 3 ore dopo in Sardegna non mi cambia la vita!), dall’altra parte c’è il discorso delle aree protette. Queste zone dovevano divenire delle aree pilota dove poter sperimentare alcuni stratagemmi di salvaguardia, come ad esempio il nuovo sistema radar ed il posizionamento per definire le rotte. L’idea è riscontrare aree a maggiore concentrazione di animali (ad esempio balenottere) e capire che tipo di rotta imporre alle imbarcazioni che possono provocare problemi.”

“Credi che una grossa fetta delle problematiche riguardanti il nostro mare potrebbe essere abbattuta con una maggiore informazione degli enti che gestiscono la salvaguardia (vd capitaneria di porto, guardia costiera etc.)?”
G.: ” Un po’ di tempo fa ho esposto proprio questo problema presso il Ministero dell’ambiente. L’ostacolo non è soltanto quello di essere informati o meno, ma riuscire a far collaborare insieme tutti i soggetti e le realtà che lavorano nello stesso ambito e con lo stesso scopo. Purtroppo, in Italia ci sono grossi problemi anche per fare comunicare tra loro enti che in qualche modo dovrebbero cooperare. Per riuscire a garantire un servizio migliore al cittadino e quindi all’ambiente, questi enti dovrebbero riuscire a gestire e a suddividere compiti ben definiti in maniera da poter avere un unico ente o istituzione come referente in caso di necessità. Ad esempio sapere a chi dobbiamo rivolgerci se troviamo spadare in mezzo al mare!”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *