Intervista a Folco Quilici

Devo essere sincera: pensavo fosse facile fare un’intervista, ma mi sbagliavo. Quando Vittoria mi ha chiesto di intervistare Folco Quilici ho pensato “Il mio sogno diventa realtà! Ho la possibilità, finalmente, di “tempestare” di domande quella che per me è la leggenda del mare”. Tempestare?! Questo è stato il problema. Troppi argomenti, troppi quesiti. Quando ho pensato alle domande da porgli, mi sono subito resa conto di quanto fosse arduo, con una persona che ha fatto del mare la sua vita, mantenere una linea guida. Se avessi dovuto fargli l’intervista che avevo programmato, probabilmente il Dott. Quilici ed io saremmo ancora qui a parlare al telefono. Per fortuna un’intervista non è una “reazione chimica” ad una sola direzione, ma a due. Devo ammettere che è stato l’intervistato stesso a guidare la nostra “chiacchierata” e a riportarmi sulla retta via, quando iniziavo a divagare. Ed ecco qui il prodotto di questa nostra fatica. Tengo a precisare che ciò che vi apprestate a leggere sono le esatte parole dette dal Dott. Quilici e che ho preferito non interpretare e quindi non modificare le frasi da lui pronunciate. L’intervista è avvenuta per via telefonica e di conseguenza va “letta” tenendo conto di questo fattore. Rimane sottointesa la mia stima e la mia riconoscenza alla disponibilità del Dott Folco Quilici.

“Quale episodio legato al mare ha maggiormente segnato le sue scelte ed il suo attaccamento a questo ambiente?”
Q.: “Non c’è n’è uno solo. Sono sempre gli episodi non legati ai “pesci”, ma all’uomo; ad esempio, quando ho visto per la prima volta nel 1952 i pescatori di perle yemeniti nel Mar Rosso ed ho capito che per fare film sul mare bisognava parlare dell’uomo. Personalmente i pesci mi interessano poco e niente, mentre, invece, mi interessa molto mangiarli e proteggerli. Insomma, ci sono troppe persone che si occupano di pesci. A me interessa l’uomo ed il suo rapporto con il mare. L’uomo marinaio, l’uomo pescatore, ed è per questa ragione che sono andato a cercare i pescatori di perle della Polinesia nel ’54, quelli del Sud dell’ India negli anni ’60 e i giapponesi negli anni ’70, nel mio tentativo di vederli prima che scomparissero, perché effettivamente ora non c’è più nessuno di questi uomini anfibi…ora usano tutti le bombole”

“A proposito di apnea….sempre più spesso si sente parlare di questa disciplina ed il numero dei non-addetti, che si avvicinano a questo sport, sta aumentando…”
Q.: “ Sì! so per certo che numerosi americani vanno in un Isola della Bassa California a pescare in apnea. Oramai le bombole quasi non si vedono più. Ci sono apneisti molto forti che fanno pesca d’attesa , 20-30 metri come se niente fosse.”

“ Lei ritiene che la pesca con il fucile sia ancora sostenibile nei nostri mari oppure esiste un grave problema legato al bracconaggio?”
Q.: “ Un pescatore subacqueo, bravo, in tutta la sua vita da apneista non fa il danno che fa una rete a strascico in un giorno. Io non amo la pesca subacquea, non l’ho mai praticata, però, onestamente, ritengo gli apneisti dei veri sportivi che tirano generalmente quando hanno un bella preda e il loro danno ecologico è pari a zero. Discorso a parte va fatto per i pescatori subacquei con bombole, che hanno distrutto le coste italiane, hanno fatto scomparire le cernie, murene, saraghi…:sono loro i “distruttori”….quelli con le bombole. C’è un dettaglio di cui bisogna però tenere conto: la pesca in apnea è quella che da il maggior numero di incidenti mortali nella pesca subacquea. Se ne parla poco…quando muore un alpinista, l’utilizzo di un elicottero e l’arrivo dei soccorso in alta montagna diventano una notizia al telegiornale, mentre le decine di subacquei che muoiono in apnea (soprattutto ragazzini di 15-16 anni che non hanno fatto la scuola o un allenamento) non fanno notizia. L’apnea è una disciplina seria e così va presa….purtroppo si muore con l’apnea…Ecco, questa attività dovrebbe essere sottoposta a dei vincoli molto severi”

“Nel Mondo Primitivo si venera ciò che si teme……con le conoscenze attuali cosa potremmo venerare oggi? O meglio, lei di cosa ha paura?”
Q.: “A me fa paura l’inquinamento. Però chiamare “divinità” l’inquinamento mi fa un po’ strano. Il pericolo da temere è quello.”

“È concorde con la nuova proposta di legge che vorrebbe eliminare lo strascico dai nostri mari e successivamente da tutto il Mar Mediterraneo?”
Q.: “ Io non solo sono concorde, ma sono anni, dagli anni ’80, che lo sostengo con l’Associazione Mare Vivo. I danni che fa lo strascico sono immensi, incalcolabili. Però spero che una volta fatta la legge, questa venga fatta osservare, perché purtroppo ho visto che di tante leggi che si fanno sul mare non c’è da parte delle forze pubbliche un impegno vero a far finire la pesca di frodo. Ho visto in molte occasioni della gente che lavorava fuori legge e poco lontano imbarcazioni che facevano finta di non vedere. Ecco questo è il primo problema da risolvere: non deve esistere questa soggezione e questa paura delle forze dell’ordine verso i pescatori.”

“Come si potrebbero riciclare le risorse prime impiegate nella pesca con lo strascico? Come potrebbero i pescatori reinventarsi?”
Q.: “In Sardegna, in zone come l’Asinara, i pescatori si sono riciclati con la pesca turistica…..guadagnano di più portando i turisti nelle aree protette, a farli pescare in maniera onesta, offrendo loro da mangiare a bordo della loro barca, piuttosto che pescare a strascico. Quindi le soluzioni sono tantissime.”

“A chi vuole intraprendere la strada del Documentarista, quali consigli si sente di dare?”
Q.: “ Io insegno al DAMS di Padova ed il primo consiglio che do ai miei studenti è di non credere che se hanno una macchinetta tra le mani sanno fare i film, perché quella maniera di fare film da dilettanti “disimpara” su come si lavora. Il lavoro del cinema è tutt’altra cosa e il cinema si impara collaborando ai film in produzione, vedendo come avviene la produzione di un film e per fare documentari, soprattutto, bisogna vedere che tipo di documentari vengono prodotti per non ripetere sempre le stesse cose. Ad esempio…dei documentari subacquei non se ne può più! Sono tutti uguali. Documentari subacquei ormai ne sono usciti decine; è inutile continuare a fare quello che abbiamo fatto con “Sesto Continente” sessant’anni fa. Servono 500-600.000 euro per fare un buon documentario subacqueo, andando a cercare delle cose veramente rare; ad esempio, recentemente ho trovato interessante un documentario sui granchi giganti del Nord dell’Alaska….qualcosa di nuovo da vedere! I futuri registi di documentari devono capire che la prima cosa che devono fare è allargare la loro cultura e guardare sulle reti televisive i documentari che passano per non rifare la stessa cosa.

“L’evoluzione dalla pellicola al digitale…una perdita od una conquista?”
Q.: “ Quando dovevi superare lo scoglio di comprare la pellicola…c’erano evidentemente delle complicazioni, però con il digitale è la stessa cosa. Non bisogna credere che facendo documentari con una piccola telecamera, benché oggi siano molto perfezionate, si possa vendere ad una rete televisiva. A meno che una persona non riesca a filmare l’esplosione della petroliera del caso, ma in quella occasione diventa un documento e non certo un documentario. Per un documentario ci vuole sempre più l’alta definizione ed un impianto di questo tipo sott’acqua comporta il lavoro di almeno 5 persone subacquee, non una, ed il noleggio dell’attrezzatura al giorno costa oltre i 2.500 dollari. Quindi, non è vero che il digitale aiuta: il digitale che si può vendere alle televisioni di tutto il mondo è, e deve essere, molto complesso dal punto di vista della tecnica.

“Quale è il mare a cui lei si sente più legato e quale consiglierebbe di visitare?”
Q.: “Il mio mare preferito è sempre di più il Mediterraneo. Nessun mare al mondo offre la varietà di spunti di mare ed uomo…non di pesci. Nessun mare ha avuto la fioritura di civiltà che hanno lasciato il segno in un mare come il Mediterraneo. Sino a qualche anno fa, anni ’70, mi interessava molto la Polinesia, dove tra l’altro ho passato 3 anni della mia vita, però non ci vado più perché non ci sono più i polinesiani che sono andati a vivere nelle grandi città, nelle isole maggiori…Tahiti, Fiji, Hawaii e hanno abbandonato i loro luoghi natii come i montanari dei Pirenei. Ormai, non ho più interesse ad andare in Polinesia. Se ci riferiamo al mare come pesci e come colori probabilmente sceglierei il Mar Rosso e, in particolare, le coste del Sudan sembrano essere le più belle al mondo.

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