una casa in campagna

“nuova strada alsfaltata per Wadi Rum”

Da anni faccio programmi per uscire dalla città e andare ad abitare in campagna. Sono romana ma l’idea di andare nella campagna romana è fuori questione. Mi piace un poco di esotismo, di avventura visiva e scoprire nuovi posti. La sardegna è la terra che amo di più nel mondo ma è anche terra di rapimenti ed avendo già pagato in famiglia un rapimento l’ho scartata. L’ho scartata anche per un altra ragione. Da ragazza consultavo I Ching e un giorno, tirate le monete, apro la pagina che mi saluta per sempre, il viaggio tra me e l’oracolo del libro è finito. Per rispetto al libro decido di non buttarlo e trovata una fessura nella roccia di granito che costeggia il cancello di casa decido di farlo scivolare dentro insieme alle monete convinta di averlo occultato da qui all’eternita in un posto sicuro. In un viaggio a ritroso nei ricordi della mia adolescenza decido di passare nella vecchia casa di Porto Cervo ormai venduta da anni e recuperare il libro.
Cammino avanti e indietro davanti al cancello cercando la roccia senza trovarla, quando ad un certo punto mi convinco che la roccia di granito deve essere svanita nel nulla. Ma l’unico modo per fare svanire una formazione naturale di granito è farla esplodere in aria con la dinamite. E così immaginai un tranquillo mattino invernale gli operai che osservavano la roccia esplodere in mille frammenti e 300 pagine di un libro in aria domandarsi cosa ci faceva la carta in mezzo al granito. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso del mio rapporto esaurito con il cementificio per turismo della sardegna. Niente più viaggi romantici a ritroso nella memoria, nè la sicurezza che esista un posto sicuro per seppellire o per essere seppelliti.
Poi ci fu il mio innamoramento per il Marocco e le palme da dattero e quella romantica intuizione di come le foglie delle palme riempiono bene l’orizzonte. In Marocco ci sono tornata decine di volte visitando l’Atlas, Ouarzazat, Essaouira, Tangeri e stavo anche per comprare un pezzo di palmeto fuori Marrakech quando un giorno mi successe d’imbattermi, all’entrata dell’Hotel Mamounia, in una vecchia amica di mia madre. Marta stava cercando un ryad nella medina di Marrakech da ristrutturare. Vestiva un kaftano ricamatissimo, aveva fatto amicizia con gli artigiani del souk e invitava gli amici a raggiungerla in ristoranti nascosti nei vicoli della medina dove si mangiava intrattenuti da musicisti e danzatrici del ventre.
Non so come ma intuii che con il suo arrivo Marrakech poteva essere ridotta ad un circuito folko-turistico che si sarebbe ripetuto all’infinito. Visita alla casa di Hermes, alla casa di St. Laurent, ai giardini Majorelle, al souk per comprare questa o quella lampada per arredare il ryad e in casi eccezionali tè a casa di Marella. Tipi come Marta hanno il pregio di ridurre ogni esotismo in commercio e mentre io scappo da ogni luogo dove lei arriva, ammetto che è guida perfetta per quei parrucchieri milanesi che vogliono esotismo sofisticato e incolto senza rischio. La tappa successiva fu la Giordania scelta un’estate all’ultimo momento su internet perchè saltò fuori da una mia ricerca su diving+sailing.
Diving per me e sailing per Benedetta, mia figlia all’epoca 16enne. Ma quello che era perfetto di Aqaba era il suo isolamento dal mondo occidentale. Tre ore di aereo eppure un mondo lontanissimo, basta dire che per le strade principali c’era ancora la sabbia. Sembrava avessi finalmente trovato il paradiso che andavo cercando, mare cristallino e reef pullulante di pesci tropicali, intere famiglie arabe che bivaccavano sotto l’ombrellone in spiaggia, cuocevano il loro pic-nic alla griglia mentre le donne facevano il bagno completamente vestite, guide beduine pazze che guidavano il loro pick up sul deserto lanciandolo dalle dune. Fu un estate da sogno. Neanche un turista in giro. Forse anche perchè c’erano 46 gradi. Cosi molti anni dopo, arrivata alla conclusione che la Giordania era il paese per me, finalmente decisi di trovare un pezzo di terreno dove piantare le mie palme da dattero e starmene al riparo dalla grande corsa al modernismo. Optai per un pezzo di terreno nel deserto di Wadi Rum che avevo imparato a conoscere andando a cavallo con Susy Shinaco, una signora inglese che aveva sposato un arabo-giordano. Fu Susy che mi raccontò, una delle ultime volte che andai a trovarla, che uno dei principi giordani aveva in mente di costruire un grande albergo in una delle gole più suggestive di Wadi Rum.
La strada per il villaggio di Wadi Rum era stata asfaltata e adesso i turisti dovevano pagare un ingresso. La vecchia ferrovia, che trasportava fosfati dalle miniere al porto di Aqaba dove venivano caricati sulle navi per essere distribuiti, sarebbe stata trasformata in ferrovia per portare, invece, turisti a Wadi Rum. In meno di 6 anni quella parte della Giordania era stata scoperta dal governo come miniera turistica, per non parlare dei progetti che stavano facendo sulla costa. Una costa completamente desertica e brulla che volevano trasformare in una Sharm giordana.
Comprai il terreno dal capo villaggio beduino dopo giorni e giorni di trattative. Pagai l’anticipo e lasciai i documenti nelle mani dell’avvocato per completare il contratto. Appena arrivata in Italia seppi che l’avvocato si era rifatto dare l’anticpo ed era scomparso. Persi il terreno e di nuovo in alto mare con la fissa di vedere almeno una palma di dattero crescere. Per non parlare delle due piante di baobab che avevo cresciuto dal seme e che volevo piantare nel nuovo terreno, accudite ad Aqaba da un cameriere dell’Hotel Alcazar, ormai troppo grandi per essere riportate indietro in aereo. Ma perchè sto parlando della casa in campagna, quando quello di cui veramente volevo parlare è il disegno delle foglie delle piante?

foto di Vittoria Amati

  • foto scattate in: Deserto di Wadi Rum, Giordania

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