Ricostruire una foresta

Sono tre i fattori che determinano povertà per l’uomo su un certo territorio: deforestazione, una politica agricola errata e catastrofe naturale. Un quarto elemento importante, la guerra, ha dinamiche molto più complicate per essere associato allo stesso discorso, deve essere trattato a parte con un’analisi dedicata. I primi tre fattori hanno qualcosa in comune che li rende associabili: tutti influiscono sull’ambiente in cui vive l’uomo con effetti distruttivi.

La deforestazione è un problema ormai familiare e ripetitivo. Tutti sanno quali sono gli effetti negativi che l’asportazione e l’utilizzo degli alberi per uso commerciale creano: perdita di habitat per migliaia di specie animali che conseguentemente sono spinte sull’orlo dell’estinzione; perdita di piante medicinali che condividono l’habitat con la foresta; perdita di ossigeno e aumento del livello di CO2 nell’atmosfera a causa dell’arresto del ciclo clorofilliano prodotto dagli alberi; perdita del sistema di ancoraggio della terra, creato dale radici degli alberi, su territori in pendenza; perdita di barriere naturali protettive in caso di onde anomale come lo sono le mangrovie lungo le coste e delta, o l’ancoraggio ad intreccio sviluppato da alcune specie di alberi per resistere agli uragani lungo le fasce tropicali.
Ma spesso viene tralasciata la ragione più importante: perdita di habitat e ricchezza per intere etnie che vivono in simbiosi con la foresta.

Viaggiando non vi è mai affiorato alla mente di chiedervi se quella vetta di collina o montagna è sempre stata così o nel passato era coperta da una foresta? Me lo sono chiesta mentre guidavo verso il centro e gli altipiani del Madagascar, una volta la principale sorgente di legname pregiato per l’Europa.
Per centinaia di chilometri gli altipiani sono semplicemente vuoti, dire brulli sarebbe come riconoscergli un certo livello di vegetazione, che non esiste. Per vedere come erano le foreste del Madagascar bisogna visitarle entro i confini dei pochi parchi protetti.
E ovviamente la scomparsa delle foreste in Madagascar ha coinciso con la scomparsa di molte specie animali geneticamente facili prede dei conquistatori stranieri che li hanno mangiati fino all’estinzione, come il Dodo e il lemure gigante. Se le generazioni dell’800 e del ‘900 hanno saccheggiato il Madagascar e l’Africa, quelle precedenti hanno depredato le coste Mediterranee, il Medio Oriente e il Nord Europa.
Oggi essendosi esaurite le riserve di legname più vicine, le industrie sono costrette ad attaccare le foreste tropicali, sub-tropicali e nordiche piu remote. Ecco perchè si sente continuamente parlare delle foreste minacciate del Brasile, del Borneo e del nord della Russia. Oltre alla deforestazione per uso commerciale, cioè quella che prevede il rifornimento di materiale alle società di costruzione per le infrastrutture di nuovi edifici e per i parquets, mobili e infissi delle nostre case, esiste da secoli la deforestazione per la trasformazione del legno in carbone usato nelle case/capanne di milioni di persone a reddito zero sparse nel Terzo Mondo.
A differenza del Primo Mondo (Europa, Stati Uniti) e del Secondo Mondo (nuovi paesi industrializzati dell’Europa dell’est e dell’Asia) che usano altre fonti di energia quali il petrolio, il gas, il nucleare, le donne del Terzo Mondo non hanno accesso che alla forma di energia più elementare: il legno che si trova sul loro territorio. Ovviamente la deforestazione nel Terzo Mondo è una delle cause principali della povertà e del degrado del livello di vita delle popolazioni. Il ciclo che s’instaura con la deforestazione è il ciclo perverso che finisce per rendere il terreno un deserto. Il taglio prolungato degli alberi causa la perdita di umidità nell’aria che a sua volta causa la rarefazione delle precipitazioni che a sua volta fa strada alla desertificazione.
A questa lunga catena di complicazioni si aggiunge l’impossibilità di potere sfamare gli animali domestici e selvatici usati comunque come sostentamento. E’ possible rimanere ottimisti sul destino del Pianeta una volta ascoltate queste circostanze? Mentre per la deforestazione ad uso commerciale si può intervenire ancora mettendo in atto pressioni sulla politica dei paesi che ospitano le foreste e con un cosciente cambiamento sulla qualità dei nostri consumi che comunque arriverebbe in ritardo rispetto al saccheggio della foresta, non è invece possibile la richiesta rivolta alla donna Africana, o Asiatica, di astenersi dal consumare gli alberi essendo la sua unica fonte di energia.
Quello che possiamo fare per arrestare questo processo, che solo ancora una minima parte di persone riconosce come distruttivo, è invertire il processo di cementificazione e desertificazione occupando tutto lo spazio libero sul quale possiamo mettere le mani. Non in Asia, non in Africa, non lontano da noi. Qui, adesso.
Dobbiamo correre per ricostruire non solo le foreste perdute ma la conoscenza di un modo di vita scomparso con loro.

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