Intervista ad Eleonora de Sabata, Med Shark

Il tema delle catture di squali, accidentali e non, è diventato argomento di discussione in tutto il mondo. Per poter analizzare al meglio la situazione della popolazione mediterranea, ho deciso di intervistare Eleonora de Sabata, giornalista e coordinatrice dell’associazione Med Shark, una delle 40 organizzazioni non governative che costituiscono la più grande coalizione pro-squali, Shark Alliance.

D. Quali sono le aree del mondo più colpite dalla problematica delle catture di squalo?
R. La situazione è abbastanza tragica ovunque. Sicuramente è molto grave nel Mar Mediterraneo. A parere della IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, è una delle zone più compromesse al mondo.

D. Perché vengono catturati gli squali?
R. Gli squali vengono pescati perché li mangiamo, perché si usano le pinne per fare le zuppe, ma soprattutto vengono catturati indirettamente con il bycatch. Con questo termine si intende la cattura di alcune specie (come squali e delfini) nelle reti da pesca destinate a tutt’altro, ad esempio tonni e pesci spada. In realtà la pesca diretta degli squali è localizzata solo in alcune aree. Nel nostro mare, ad esempio, questi pesci vengono pescati nelle aree limitrofe a Trieste.

D. Tra le 80 specie di squali che popolano il Mar Mediterraneo, quali sono più a rischio?
R. Le specie a rischio sono moltissime. Purtroppo molte di queste sono addirittura inserite nella categoria “criticamente a rischio”. Un esempio è lo squalo angelo, una specie di fondo, che oramai è sparito quasi completamente dalle acque del Mediterraneo settentrionale. Purtroppo, un altro caso è il pesce sega che non esiste più dalle nostre parti, ma ne sopravvivono solo alcuni esemplari nelle coste del Nord Africa, dove la pesca non è ancora particolarmente sviluppata.  Tra le specie pelagiche vanno invece ricordati lo smeriglio ed il mako.

D. In questo senso l’Europa protegge questi animali, limitandone la pesca, oppure siamo ancora in alto mare?
R. L’Europa è in altissimo mare. Non esistono vere imposizioni, ma solo “limitazioni”, ed anche completamente inefficaci, per la pesca di alcune specie di squali. In questo periodo Med Shark e Shark Alliance, stanno raccogliendo firme per cercare di convincere l’Europa a dotarsi di un vero piano d’azione  per la salvaguardia di questi animali. La nostra richiesta è che vengano inseriti limiti di pesca basati su dati scientifici. E pensare che questo piano d’azione c’è stato chiesto dalla FAO quasi dieci anni fa, nel 1999! L’Europa inoltre si “fa bella” con il bando del “finning” (l’attività in cui si tolgono le pinne all’animale per poi ributtare l’intera carcassa in acqua) però ha introdotto anche una serie di deroghe e scappatoie che rendono questo divieto totalmente inefficace. Ad esempio viene concesso ai pescatori di sbarcare le pinne e le carcasse in posti diversi e ciò rende praticamente impossibile un controllo “anti sharkfinning” da parte delle autorità competenti .

D. Per quel che riguarda il contesto italiano, quali nostre attività creano danno agli squali?
R. Noi italiani, abitualmente, mangiamo squali. Il nostro paese è uno dei maggiori importatori al mondo di carne di squalo. Andando al supermercato trovi specie come  palombo, smeriglio, spinarolo, verdesca; addirittura nelle mense è stato inserito nel menu abituale. Noi importiamo moltissimi squali e li mangiamo. Osservandola da questo punto di vista, se ci piace così tanto mangiare un tipo di pesce, allora dobbiamo cercare di gestire questa risorsa, perché se continuiamo a pescarli con questo ritmo arriveremo ad un punto di non ritorno.

D. Possiamo accomunare il problema degli squali a quello del tonno rosso in Mediterraneo?
R. In realtà per gli squali c’è un aggravante in più. Il tonno si riproduce molto di più e con tassi più rapidi di uno squalo. Ad esempio gli squali iniziano a riprodursi intorno ai 10/15 anni di età (certo questo dato dipende molto dalla specie), e hanno pochissimi figli. Mentre un tonno raggiunge rapidamente la maturità sessuale e ha un ciclo di riproduzione che consentirebbe, se venisse protetto con efficaci azioni, in poco tempo di ripopolare il mare. Per gli squali, se anche smettessimo di cacciarli in questo preciso momento, prima di tornare ai livelli di qualche decennio fa ci vorrebbero decine se non centinaia di anni. Si parla quindi di tempi di ripresa estremamente lunghi!.

D. Per mettere in evidenza il drastico calo della popolazione di squali in Europa, Shark Alliance ha indetto la settimana dello squalo, che si è svolta dall’ 8 al 14 ottobre, quale era l’intento principale?
R. In tutta l’Europa ci sono state mostre ed iniziative per parlare di squali e per migliorare un po’ il livello di conoscenza del pubblico. Durante questa settimana è iniziata la campagna di raccolta firme, che terminerà ai primi di novembre, e verranno poi consegnate e presentate al Commissario europeo per la pesca il 7 novembre a Bruxelles. La richiesta è che venga posta maggiore attenzione per la salvaguardia degli squali.

D. Voi, come Med Shark, quali eventi avete organizzato per questa settimana?
R.Med Shark ha organizzato una mostra dal titolo: “Niente paura! È solo uno squalo” presso l’Acquario di Milano, mostra itinerante che era stata già presentata a Cattolica, a cui è seguita una sessione di incontro su questo tema. Grazie a queste attività e ad un giro di “mail-passaparola”, in questo momento ci sono online 1.300 firme, di cui metà provengono dall’Italia. C’è stato un grandissimo riscontro soprattutto da parte dei subacquei. E questo in fondo è normale. Purtroppo gli squali hanno un grandissimo problema di immagine tra la maggior parte delle persone, mentre l’unico gruppo molto sensibile alla presenza di questi animali è proprio quello dei subacquei, perché loro hanno visto con i loro occhi quanto sono belli sott’acqua, quanto non sono pericolosi come invece ce li dipingono al cinema, e hanno percepito la forte diminuzione degli squali, soprattutto nei mari tropicali. Quindi si sono resi conto che il problema esiste e si sono attivati rispondendo positivamente alla nostra raccolta di firme. Questo è in sé solo un piccolo gesto, che per noi però è molto importante perché può fare quella pressione che è necessaria per riuscire a maturare questo piano di azione. Purtroppo ci sono ancora molti problemi di lobby soprattutto nel settore pesca.

D. Purtroppo anche quest’ anno la CITES non ha accolto le vostre proposte di controllo del commercio internazionale dello spinarolo e dello smeriglio. Come mai c’è ancora questa riluttanza anche dagli enti predisposti alla salvaguardia degli animali?
R. Purtroppo anche qui è sempre una questione politica e di interessi. Questo è un problema molto grave. Si tratta di due specie di squalo che vengono pescate soprattutto in alto mare e venduti a molti paesi, tra cui anche l’Italia.  Basta pensare che nel Nord Atlantico, lo spinarolo è diminuito del 90%. Con dati del genere, l’unica soluzione efficace per questa specie è riuscire a bloccare il commercio internazionale.

D. Proviamo a chiudere con una buona notizia? Ad esempio che è stato finalmente bandito il commercio internazionale di tutte le specie di pesci sega…
R. Beh sì è già qualcosa… anche se si deve tenere conto che praticamente non esiste più una popolazione di pesci sega in Mediterraneo. E qui la causa è da ricercarsi nella pesca a strascico che colpisce le specie di fondo.

D. Cosa possono fare ad oggi le persone per darvi una mano in questa battaglia?
R. Assolutamente andare a firmare!!!!
http://www.sharkalliance.org/makemyfincount.asp
C’è tempo fino ai primi di Novembre, AFFRETTATEVI!!!

LINKS:
www.medsharks.org
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http://www.sharkalliance.org
http://www.sea-stories.net

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