Mekong: tra gechi leopardati e rane dentate

Ci sono più cose in cielo e in terra, mio caro Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.
W. Shakespeare da Amleto

Chissà se Shakespeare aveva realmente compreso l’entità di queste parole; chissà se si rendeva conto che la profondità dell’animo umano e la molteplicità dei sentimenti di cui è capace sarebbero state sempre infinitamente minori alle deliziose piccole diversità e sfumature della terra e delle creature che la abitano. Sicuramente non avrebbe mai immaginato, così come molti di voi, che oggi, quando parte degli uomini hanno il naso rivolto verso l’alto per seguire l’ultima missione su Marte c’è ancora qualcuno che lo sguardo lo rivolge in basso e, lungo l’argine di un fiume, scopre ancora specie nuove.

Nell’ultimo decennio, nella regione del Mekong nell’Asia sudorientale, sono state scoperte più di mille specie. Si tratta per lo più di rettili e anfibi ma anche di una specie di uccello. Tra queste ci sono il ragno cacciatore più grande al mondo, una specie di millepiedi rosa che trasuda cianuro e un pipistrello dal naso tubulare. Le new entries degli ultimi mesi sono un geco a strisce di leopardo e una rana munita di zanne. Gli scienziati suppongono che la rana (scoperta nella Tailandia orientale e chiamata Limnonectes megastomias) utilizzi le zanne sia per catturare le prede ma anche per difendersi dai predatori e dai maschi della sua stessa specie. Il geco, Goniurosaurus catbaensis è stato ritrovato nel nord del Vietnam e possiede dei bellissimi occhi da gatto e il corpo totalmente leopardato.

Mentre la maggior parte delle specie è stata scoperta nelle giungle e nelle zone umide più inesplorate della regione, alcune sono state ritrovate in luoghi dove l’uomo si era stabilito già da tempo. É il caso del ratto delle rocce del Laos avvistato per la prima volta in un mercato locale o di un serpente della penisola siamese sorpreso mentre cercava del cibo in un ristorante all’interno del Parco Nazionale Khao Yai, in Tailandia.

Stuart Chapman, direttore WWF del Mekong Superiore non nasconde il suo entusiasmo e afferma “Pensavamo che questo genere di scoperte fosse riservato solo ai libri di storia e invece… ”.

Ora, però la minaccia imminente arriva con i cambiamenti climatici. Gli eventi estremi che stanno caratterizzando gli ultimi anni (basti pensare alle sempre più frequenti inondazioni di alcune zone o alla siccità di altre) mettono a repentaglio la sopravvivenza di molte tra le nuove specie.

Alcune di loro saranno in grado di adattarsi al cambiamento ma molto probabilmente si andrà incontro a estinzioni di massa. Alcune specie endemiche, infatti, si trovano in condizioni di vulnerabilità estrema perché in possesso di un areale ristretto; i repentini cambiamenti climatici rischiano di ridurre ulteriormente i loro habitat oltre il limite della sopravvivenza.

Inoltre, come afferma Massimiliano Rocco, responsabile Traffic e Timber del WWF, molte delle risorse naturali del Mekong sono importate nei paesi occidentali; basti pensare al legname, alle pelli dei rettili o alle piante ornamentali. La comunità occidentale è quindi responsabile della gestione di questi preziosi patrimoni e deve collaborare con i governi locali per uno sviluppo sostenibile, che consenta la conservazione di questa preziosa biodiversità.

“Non sappiamo cos’altro ci aspetta là fuori, ma è chiaro che l’area conserva ancora molte altre specie da scoprire – conclude Chapman – Il mondo scientifico sta solo realizzando quanto le popolazioni locali hanno sempre saputo”.

Testo di:
Barbara Dalla Bona

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