Copenaghen e la ritirata sostenibile

Il prossimo 17-18 Dicembre si svolgerà a Copenaghen la 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. Al meeting parteciperanno rappresentanti e leader delle maggiori potenze mondiali ma l’aria che si respira è permeata da incertezza e prudenza. I paesi che vi partecipano sono stati in grado, sin ora, di essere concordi in un unico punto: l’impossibilità di raggiungere un accordo unanime tra le parti.

L’obiettivo di Copenaghen è quello di delineare una regolamentazione completa, restrittiva e unanimemente condivisa che definisca linee guida per i maggiori temi ambientali; in particolare un’ulteriore riduzione delle emissioni di carbonio delle nazioni sviluppate e un significativo aiuto finanziario alla riduzione delle emissioni di quelle in via di sviluppo. Solo questo permetterà alla terra di ridurre i danni, fermando l’incremento della temperatura a soli 2 gradi e dando contemporaneamente reali opportunità d crescita ai paesi in via di sviluppo.

Rajendra Pachauri, a capo del foro intergovernativo sul mutamento climatico (IPCC) denuncia i governi mondiali di una miopia politica verso i cambiamenti climatici. “Non credo sia realmente possibile giungere ad un accordo pieno e ratificabile già a Copenaghen; se sono necessari sei mesi o un anno di ritardo per la stesura di un trattato solido e completo, non sarebbe il peggiore dei mali. La mia sensazione è, però, che i leader mondiali stiano in tutti i modi cercando di abbassare le aspettative dell’opinione pubblica sull’imminente incontro e non vogliono sentirsi responsabili per un possibile fallimento che potrebbe gettare cattiva luce sul loro operato.”

Scienziati pazzi e apocalittici da anni denunciano le conseguenze del modello di vita capitalistico adottato dalle civiltà occidentali. I dati registrati dall’ICCP prevedono (sulla base dei trend attuali) un incremento delle temperature medie di 6,4°C entro il 2100 con conseguenze catastrofiche sui sistemi sociali, l’agricoltura e la salute. Proprio in questi giorni si sono resi noti i dati di ricerche effettuate dall’ONU in Bolivia in cui meteo irregolare, ritiro forzato dei ghiacciai e desertificazione sono stati ampliamente monitorati. Questi dati, noti ai leader mondiali, non hanno causato grandi reazioni. Sembra che l’avarizia di pochi sia un sentimento più forte della sensibilità per il destino del pianeta.

Così la terra, come un essere vivente, regola la sua temperatura in funzione del proprio benessere; come un animale ferito a morte, si ribella al suo male: l’uomo moderno. Sono in molti a credere che, ormai, lo Sviluppo Sostenibile non cambierà il corso degli eventi. “Se l’uomo avesse iniziato ad operare in maniera sostenibile 200 anni fa -dice J. Lovelock- avremmo potuto trarne giovamento ma oggi, perché la terra riacquisti il controllo della propria temperatura bisogna abbandonare il mito del progresso infinito (di cui lo sviluppo sostenibile è parte) ma pensare anche alla vita rurale, al consumo rispettoso e all’energia nucleare come alternative inevitabili” per un’ultima, disperata, ritirata sostenibile

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