La Chernobyl amazzonica

Sono in corso le battute finali di un processo che si protrae ormai da anni; la battaglia dei popoli dell’Amazzonia contro il gigante petrolifero della Chevron, accusato di aver trasformato la loro foresta in un luogo di sofferenza, malattia e morte.

La multinazionale Texaco (acquistata nel 2001 dalla Chevron) per 20 anni ha estratto petrolio dal suolo dell’Amazzonia ecuadoriana ma quando ha abbandonato il sito ha lasciato dietro di se un territorio fortemente degradato. Benchè avrebbe dovuto per lo meno tentare una bonifica parziale dell’area (che si estende per una superficie di 4000 kmq) si è limitata a gettare 17 tonnellate di liquami in pozzi di scarico che penetrando nel sottosuolo hanno inquinato le falde e decretato la morte di uomini e animali.

La Chevron si difende sostenendo che al momento dell’abbandono la Texaco aveva ceduto le responsabilità del recupero ambientale alla compagnia locale sua partner (Petroecuador) ma sono molti a credere che questo non possa assolverli dalla responsabilità di danno ambientale e umano in un territorio estremamente fragile.

Per questo motivo da anni è in corso una battaglia legale che vede su fronti opposti le popolazioni indigene e i rappresentanti delle multinazionali americane. Questi ultimi temono che se questa causa venisse persa si creerebbe un precedente sul quale imbastire nuove cause per chissà quanti e quali altri crimini ambientali da loro commessi.

Joe Berlinger è il regista di un documentario che ha lo scopo di narrare tutte le fasi del processo. Si intitola “Crude”, cioè greggio, come il petrolio che è stato la causa di tutto. Si tratta della storia di un processo che non si svolge in un’aula di tribunale ma nelle profondità di una foresta, in quella zona del Sucumbios chiamata ormai zona morta, una zona dove i terreni sono inquinati, i corsi d’acqua contaminati e l’incidenza di tumori e malformazioni congenite è elevatissima.

Lo scorso Aprile è arrivata al tribunale ecuadoriano la relazione di un esperto nominato dal tribunale stesso, che suggerisce di far pagare 8-16 miliardi di dollari ai responsabili di questo disastro ambientale. La Chevron, dal canto suo, sta tentando il tutto per tutto per vincere la causa; da una parte cerca il sostegno dei repubblicani statunitensi, perchè facciano pressioni politiche e dall’altra sostiene di essere vittima di un complotto giudiziario di un tribunale corrotto in un governo di sinistra che spera di vedere in ginocchio le multinazionali americane.

I suoi rappresentanti hanno già affermato con forza che anche in caso di perdita della causa loro non cederanno. “Ci opporremo a questa decisione fino a quando l’inferno non gelerà. E anche allora combatteremo sul ghiaccio”.

Nel frattempo l’inferno e le sue anime dannate si sono trasferiti in Amazzonia…

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