The very talented Mr Ferioli

Tra i molti personaggi che spendono la loro vita in mare ce ne sono alcuni che, lavorando dietro le quinte, non vengono conosciuti dal pubblico pur avendo alle spalle la carriera che molti giovani vorrebbero costruire. Personaggio di questa intervista é Fabio Ferioli, classe ’60, fotografo e documentarista subacqueo. La sua biografia é talmente interessante che vi rimando alla sua lettura per approfondire le tappe della sua carriera.

Fabio, ci siamo conosciuti durante una vacanza alle Maldive ormai qualche anno fa e mi ricordo di te come un operatore subacqueo multi-dotato; oltre ad essere un istruttore Padi, sei anche un formidabile apneista e soprattutto un grande maratoneta in acqua. Questi tuoi talenti ti permettono di filmare immagini uniche in un mestiere fatto soprattutto di immagine uniche. Vorrei che tu ci parlassi del tuo lavoro e di come sei riuscito a costruirlo (è di una simpatia straordinaria ndr).

Approdare al documentario subacqueo è stato un destino casuale o una scelta costruita per evitare la scrivania?
Non ho mai amato la scrivania e per scelta ho sempre fatto l’imprenditore di me stesso. Non ho mai cercato uno stipendio fisso, fin dall’età di 19 anni libero professionista. Sono arrivato al documentario subacqueo attraverso un percorso lungo ma fortemente voluto e desiderato.
Amando il mare l’hobby della fotografia ha lasciato spazio al film subacqueo fin dal 1986, con le prime videocamere inserite in scafandri artigianali. Filmare sott’acqua è da subito stata una droga per me.
Il piacere di mostrare agli altri il mondo subacqueo in video è divenuta una vera e propria forma di espressione, di interpretare la visione subacquea. Una volta acquisita tecnica e consapevolezza dell’alto livello delle immagini che realizzavo mi sono proposto alle tv più importanti che hanno riconosciuto le mie capacità dandomi spesso la libertà di interpretare in my way il mare e gli uomini in relazione col are.

Quanto allenamento fai per mantenere il livello di dinamismo, di cui hai fama, in acqua?
Nuoto e faccio apnea. A sei anni facevo le mie prime gare di nuoto ed ho smesso l’agonismo a diciotto anni.
Se vuoi essere un documentarista subacqueo sopra la media è necessario avere la massima acquaticità, sentirsi nel proprio ambiente anche sott’acqua.
Solo così ti puoi dedicare al 100% alle immagini da realizzare, solo così inventi un nuovo movimento della macchina da presa; l’autorespiratore, la profondità, la decompressione non sono nè un problema nè una preoccupazione.
Ho la fortuna di lavorare spesso sott’acqua e questo è il miglior allenamento. Uso pinne lunghe da apnea per muovere più velocemente e dinamicamente la macchina da presa che offre una alta resistenza idrodinamica; è faticoso ma costituisce un continuo allenamento.
La lunga collaborazione con Umberto Pelizzari ha fatto di me un buon apneista e spesso prediligo le riprese in apnea per la maggiore libertà di movimento; e sono ormai diventate lo stile personale che mi contraddistingue.

Registi e filmati del passato hanno influenzato il tuo stile? Quali sono i tuoi riferimenti?
Jacques Cousteau ha sempre catturato la mia attenzione per il lato avventuroso dei suoi film. Un affascinante esempio da seguire, alla scoperta dei mari del mondo.
Poi Bruno Vailati con uomini e squali e per restare in italia Victor De Sanctis, con cui ho avuto il piacere di collaborare dopo aver partecipato ad un suo corso di ripresa subacquea nel 1986, ed infine Folco Quilici col quale mi sono confrontato più volte.
Il mio stile di ripresa non ricalca però filmati del passato nè registi precursori del film subacqueo.
Piuttosto ho imparato molto da Michel Deloire, direttore della fotografia di Jacques Cousteau col quale ho lavorato fianco a fianco per 15 giorni continui per la realizzazione di un documentario sub. Ho sempre seguito con attenzione il lavoro di Mike Valentine, operatore sub inglese per film 35 mm e pubblicità.
Il mio modo di riprendere sott’acqua è singolare e personale. Amo muovere la macchina da presa nelle tre dimensioni sfruttando l’assenza di gravità nel mondo sommerso; fuori dall’acqua per avere movimenti fluidi ed alzarsi dal suolo occorrono ingombranti e complesse attrezzature, sott’acqua basta una grande acquaticità. Prediligo un grandangolo corretto per avere la minima distorsione, passo rapidamente a sfiorare i reef, giro attorno, sopra e sotto ai miei sogggetti.
Una descrizione del mio stile che ricordo con piacere viene da un ranger sub delle galapagos; “Fabio, aggiungi così tanta vita alla vita marina che riprendi!

Come funziona il dietro le quinte del tuo lavoro? Rapporti con le televisioni, con i singoli produttori e consigli per chi vuole iniziare. I cinque sbagli da non commettere.
Il lavoro con le televisioni è sempre più difficile, i budget si abbassano sempre ed in meno tempo c’è la necessità di produrre di più.
Occorre avere la massima elasticità perchè le condizioni sono spesso avverse, ci si immerge con mare mosso, spesso anche d’inverno in mediterraneo, si saltano i pasti, la luce cala presto e bisogna girare.
E’ spesso un mordi e fuggi, non c’è tempo per sbagliare, bisogna saper cogliere da ogni momento la miglior ripresa possibile.
Occorre una preparazione meticolosa delle attrezzature e di se stessi, deve sempre funzionare tutto perfettamente, spesso non c’è una seconda opportunità per ripetere le riprese. E bisogna portare a casa buone immagini. In ogni caso. Perchè domani c’è già un altro piano di produzione, in una località diversa, con persone diverse, in condizioni diverse.
A chi vuole intraprendere l’attività di reporter del mare consiglio di non mollare davanti ai tanti “…le faremo sapere...”. Inviare demo dei propri lavori, continuare a bussare alle porte anche se spesso si torna delusi dai colloqui. Un inizio potrebbero essere le tv satellitari che hanno bisogno di tanto materiale da mandare in onda molte ore al giorno; si sa, bisogna accontentarsi sul lato economico. All’estero si aprono prospettive diverse. In Europa è certamente la Francia a necessitare maggiormente di immagini subacquee, ma hanno già ottimi professionisti e sono piuttosto protezionisti.

Cinque sbagli da non commettere:

  • credersi arrivati, pensare di sapere già tutto
  • sentirsi indispensabili
  • non ammettere i propri errori
  • non ricercare la perfezione e l’eccellenza; la qualità vince sempre
  • svendere il proprio lavoro

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