Attenzione all’acqua nelle bottiglie di plastica

Da tempo, parecchie associazioni ambientaliste e mediche hanno sollevato seri dubbi sulla qualità dell’acqua in bottiglia, specialmente se di plastica. In Italia vengono prodotti quasi 9 miliardi di litri di acqua minerale (che ogni anno percorrono soprattutto su camion migliaia di chilometri contribuendo fortemente al riscaldamento globale del Pianeta), pari a un consumo pro capite di circa 192 litri, imbottigliati da circa 160 imprese che utilizzano 700 sorgenti e vantano oltre 260 etichette. Di fatto, 27 marchi di proprietà di 6 gruppi controllano circa il 70% del mercato di consumo.

Molti sono gli allarmi lanciati in questi anni a proposito di questo esponenziale utilizzo di imballaggi plastici. Uno studio di Martin Wagner e Jorg Oehlmann della Goethe University di Francoforte, pubblicato il 10 marzo 2009 sulla rivista Environmental Science and Pollution Research, sostiene che l’acqua minerale in bottiglia di plastica potrebbe essere contaminata da ormoni estrogeni, esponendoci costantemente a una fonte non indifferente di xeno-ormoni (ormoni di origine esterna al nostro corpo), con potenziali conseguenze sull’organismo.

Wagner e Oehlmann hanno appurato che la minerale in vetro ha un contenuto inferiore di estrogeni che non quella in bottiglie di plastica e nel cartone: il 33% di tutta la minerale in vetro contro il 78% di quella in plastica e il 100% (tutte e due i campioni) in cartone hanno mostrato significativa attività ormonale.
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Ricercatori canadesi dell’Università di Guelph hanno invece pubblicato nel settembre 2008 su Proceedings of the National Accademy of Sciences of the USA i risultati di una ricerca secondo la quale i contenitori di plastica possono essere molto pericolosi per il cervello.

In particolare, il bisfenolo A (BPA) potrebbe essere responsabile del danneggiamento di molte funzioni cerebrali, come l’apprendimento e la memorizzazione. Essi temono che possa anche essere un fattore causale dell’Alzheimer, della schizofrenia e della depressione. Nel loro studio i ricercatori dell’Università di Guelph hanno scoperto che il bisfenolo A passerebbe negli alimenti, solidi o liquidi, mantenuti nei contenitori di plastica.

Quando questi alimenti e liquidi vengono consumati, questo prodotto chimico passerebbe nel corpo, alterando le comunicazioni tra i neuroni cerebrali, che sono vitali per la comprensione e la memorizzazione. A protezione dei bambini, in Canada nel 2008 tutti i biberon di plastica contenenti BPA sono stati messi al bando.

Ricordiamo che il bisfenolo A è una sostanza ampiamente usata per le bottiglie in plastica, il sottile film interno alle scatolette di cibi conservati, le tettarelle per lattanti, le confezioni alimentari e le protesi dentarie. A quanto pare, già si sapeva (fin dagli anni ’30!) che questa sostanza contaminava gli alimenti con cui veniva a contatto, ed era sospettata di alterare gli ormoni sessuali umani. Ma ora uno studio ha scoperto che è collegata con il cancro alla prostata. In particolare, l’assunzione nella dieta umana di quantità piccole ma costanti di bisfenolo è particolarmente pericoloso nelle donne in gravidanza, alterando in modo cruciale, ma invisibile lo sviluppo dei neonati.

La sostanza provoca infatti alterazioni microscopiche nella prostata del feto, che non sono riscontrabili alla nascita. Gli effetti si fanno sentire con gli anni, nella terza età, con ipertrofia delle prostata e tumore. Le alterazioni possono causare anche malformazioni dell’uretra. Il fatto è che il bisfenolo è un estrogeno-simile, che «mima» l’ormone femminile. Piccolissime quantità di questa plastica bastano dunque, nella vita fetale, a scombinare il sistema genitale dei maschi. La scoperta è dovuta all’equipe del professor Frederick vom Saal, che lavora all’Università del Missouri e che si occupa degli effetti del BPA fin dal 1997 (sono una trentina gli articoli relativi a tale argomento su pubmed).

Un’iniziativa plateale per sensibilizzare sui problemi relativi allo smaltimento delle bottiglie di plastica viene portata avanti dall’erede di una delle più prestigiose famiglie di banchieri europei, i Rothschild. Infatti, David De Rothschild si imbarcherà il 28 aprile da San Francisco su un catamarano con due scafi fatti da bottiglie vuote legate insieme e coperte da un telo di plastica.

L’idea è una sorta di parodia dell’impresa del Kontiki, la zattera di tronchi con cui il norvegese Thor Heyerdahl attraversò il Pacifico nel 1947. Proprio sulla falsa riga di quell’impresa De Rothschild ha deciso di chiamare il suo mezzo “Plastiki”. La missione è sensibilizzare i governi allo smaltimento del Pacific Trash Vortex, un’isola di spazzatura, composta per la maggior parte di plastica non degradabile, e grande cinque volte la Gran Bretagna.

Si trova appena sotto la superficie fra la California e le Hawaii, e si forma per una corrente circolare in mezzo al Pacifico, tra Guadalupe e Giappone. Conosciuta fin dagli anni ‘50, grazie ad una corrente dal movimento a spirale in senso orario che ha consentito ai rifiuti di raggrupparsi, sta assumendo dimensioni preoccupanti e raggiunge uno spessore che scende sott’acqua fino a trenta metri. Gran parte della spazzatura arriva dagli Stati Uniti ed è formata per l’80% da plastica ed arriva fino in questa remota zona dell’Oceano Pacifico grazie ad una corrente lenta e costante, chiamata North Pacific Subtropical Gyre, che si muove in senso orario dalle coste dell’America verso l’altra sponda del Pacifico.

Storicamente i rifiuti di origine biologica erano spontaneamente sottoposti a biodegradazione, mentre in questo luogo si sta accumulando una enorme quantità di plastica e di rottami marini. Anziché biodegradare, la plastica si “fotodegrada”, disintegrandosi in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono, la cui ulteriore biodegradazione è molto difficile. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCBS (policlorobifenili).

Il galleggiamento di tali particelle, che apparentemente assomigliano a zooplancton, inganna le meduse che se ne cibano, causandone l’introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina presi nel 2001, la quantità di plastica superava di un fattore sei quella dello zooplancton (la vita animale dominante dell’area).

Iniziative per eliminare le bottiglie di plastica

  • Stop alle bottiglie di plastica e ritorno all’acqua di rubinetto. Accade a Bundanoon, una piccola località australiana del Nuovo Galles del sud con 2.500 abitanti, dove sono stati banditi i contenitori dell’acqua in plastica perché troppo inquinanti. La decisione, che è stata adottata praticamente all’unanimità con 350 voti a favore e solo due contrari, secondo gli ambientalisti locali è la prima del genere a livello mondiale. Il provvedimento di Bundanoon prevede anche la costruzione di alcune fontane con acqua potabile lungo la strada principale del paesino.
  • ¨Acqua in brocca¨ è una campagna promossa dal comune di Arezzo insieme a numerosi enti e associazioni, che vuol far conoscere alle scuole e ai cittadini la qualità dell´acqua di Arezzo e intende promuoverne il consumo al posto delle acque in bottiglia, anche per ridurre i rifiuti di plastica. Il risultato è che ad oggi oltre metà della popolazione di Arezzo consuma solo acqua del rubinetto. Sveliamo anche che tutta questa enfasi nello spingere a bere acqua del rubinetto è dovuta al fatto che ad Arezzo l’acqua è stata privatizzata ed il proprietario è una nota multinazionale. Naturalmente, il principale effetto della privatizzazione è stato un aumento vertiginoso delle bollette, divenute fra le più care d’Italia. Inoltre, grazie ad una norma approvata in silenzio alcune settimane fa, presto in tutti i comuni d’Italia le multinazionali dell’imbottigliamento prenderanno possesso degli acquedotti e c’è da aspettarsi una massiccia campagna mediatica a favore dell’acqua del rubinetto, che però pagheremo a livello dell’acqua attualmente imbottigliata. Insomma, con o senza la bottiglia, saranno gli stessi a ricevere i profitti sull’acqua che beviamo. Con l’acqua del rubinetto, però, le multinazionali risparmieranno le spese di imbottigliamento!
  • Grazie al progetto “Acqua buona”, nato dalla collaborazione tra il Comune di Capannori (LU) e Acque spa, adesso nelle mense si serve solo acqua fresca dell’acquedotto.
  • Una vera rivoluzione ecocompatibile nel packaging è la Sant’Anna BioBottle, la prima bottiglia al mondo di acqua minerale con packaging naturale. Si tratta di una speciale bottiglia prodotta con la bioplastica Ingeo, che si ricava dalle piante anziché dal petrolio. L’iniziativa della prima bottiglia di plastica 100% vegetale è dell’azienda piemontese Fonti di Vinadio. Questo rivoluzionario materiale presenta le stesse caratteristiche del materiale sintetico: stessa leggerezza, robustezza e praticità senza contenere nemmeno una goccia di petrolio. Inoltre, gli studi dimostrano che questa particolare bioplastica non rilascia nell’acqua sostanze; pertanto il contenuto è fresco e puro come l’acqua imbottigliata in vetro con tutta la praticità, leggerezza e maneggevolezza della plastica.
  • Soda-club, una ditta americana, ha ideato il Soda-stream, un dispositivo che rende l’acqua del rubinetto gassata. Il sistema è composto da un gasatore e da un cilindro contenente anidride carbonica. Il vantaggio è quello di avere acqua frizzante senza dover ricorrere a pesanti pacchi di acqua in bottiglia. Usarla riduce l’inquinamento da plastica e permette di ridurre il contatto con sostanze come il bisfenolo A.

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