Intervista a Federico Mana

Sei tornato su con il cartellino dei meno 100 metri e di nuovo campione italiano. Com’è andata questa volta la preparazione al traguardo?
La preparazione atletica nel periodo invernale e in quello primaverile è stata simile a quella delle stagioni passate.
Per cinque mesi ho lavorato sull’aspetto aerobico e sulla forza muscolare seguendo delle tabelle di lavoro a secco ed altre in piscina. In questo periodo l’obiettivo è raggiungere la buona forma fisica. Sono passato, successivamente, ad una fase di lavoro più fine, per tre mesi ho diminuito in carico fisico ed ho iniziato a lavorare maggiormente sulla forza resistente e sull’elasticità muscolare nelle sessioni a secco mentre in acqua, ho lavorato maggiormente sulla tecnica.
Quest’anno, però, ho aggiunto una variabile, ho iniziato a cimentarmi in modo abbastanza assiduo nella pesca subacquea. Questa disciplina divertentissima mi ha permesso di affrontare il mare con tempi e modalità differenti e penso di aver acquisito nuovi schemi motori e mentali in acqua che prima non possedevo.
Non so se è merito di queste sessioni di allenamento pescando, ma quest’anno mi sono ritrovato ad avere apnee molto più lunghe rispetto alle stagioni passate. Già nei tuffi di riscaldamento raggiungo senza problemi quasi quattro minuti di apnea. Questa condizione mi rende emotivamente molto sereno perché, sapendo di poter stare tanto senza aver bisogno di respirare, anche il tuffo in profondità sarà più “semplice”.

Sembra che l’ostacolo della profondità sia soprattutto un fatto mentale. Tra il 2008 e il 2009 ci sono stati molti record oltre i meno 100 di apneisti internazionali e una donna, Sara Campbell, che è arrivata a meno 96. Secondo te Maiorca o Mayol sarebbero potuti andare oltre i 100 se solo la loro preparazione mentale fosse stata diversa? Voglio dire, sembra che gli abissi vengano ‘aperti’ da un gruppo, il più profondo riversa confidenza anche agli altri. Di sicurezza in sicurezza,quindi, si guadagnano profondità che negli anni 60 e 70 erano impensabili. Commenta…
Personalmente ritengo la quota dei 100 metri come una specie di olimpo!
Sono meno di dieci gli atleti che, a livello mondiale, vantano il raggiungimento di questa profondità, e per me essere tra questi è motivo di grande orgoglio.
Essere il primo italiano al mondo ad averla raggiunta mi dona una gioia immensa e penso che conserverò questi ricordi tra quelli a me più cari.
Ritengo che un tuffo a questa profondità debba essere un tuffo pressoché perfetto. Per scendere a queste quote non serve la sola prestanza fisica, ma è fondamentale la capacità di rilassare il corpo anche sotto la forte pressione che si avverte oltre gli 80 metri.
Oltre questa profondità la compensazione diventa decisamente complessa ed è sufficiente un piccolo errore o un leggero ritardo che tutto si blocca e si è costretti a virare e tornare verso la superficie. Se per scendere serve un eccellente controllo di se e del proprio rilassamento, per risalire è indispensabile la buona condizione fisica.
Una volta arrivati al piattello è stato fatto soltanto un terzo della fatica, per riemergere in modo efficace e lucido servono doti atletiche e resistenza all’acidosi e all’ipercapnia.
La risalita è lunga, e quando le gambe iniziano a far male non ci si può fermare per riposare, bisogna continuare cercando di mantenere la pinneggiata efficace ed economica.
Sara Campbell è un’atleta molto forte, ci siamo incontrati ad agosto durante uno dei miei allenamenti. Lei ha grandi abilità compensatorie e riesce a rilassarsi in profondità senza particolari difficoltà, questo le permette di raggiungere quote abissali senza grandi problemi.
Chiacchierando mi ha raccontato che ora si sta focalizzando sulla preparazione atletica e sulla tecnica, perché deve ottimizzare la sua risalita che, ad oggi, rappresenta la parte del tuffo che la prova maggiormente.
Per me invece è il contrario, io non possiedo vie aeree molto pervie perciò incontro diverse difficoltà compensatorie, la risalita è sicuramente faticosa ma penso di avere nelle gambe ancora diversi metri da percorrere.
Scendendo in profondità riesco a fare apnee di oltre 3 minuti e mezzo… nel record a 100 metri mi ci sono voluti 3 minuti.
Ho ancora almeno 30 secondi da utilizzare e distribuire tra discesa e ascesa… se compenso correttamente potrebbero tradursi in altri 15 metri.
Per quanto riguarda Mayol e Maiorca, loro furono dei pionieri e ai 100 metri ci sono arrivati anche se con tecniche differenti. E’ complessa l’interpretazione delle eroiche prestazioni di questi due leggendari apneisti alla luce delle conoscenze apneistiche attuali. Il contesto è molto differente. Inoltre per loro ogni tuffo era un’incognita e quando s’immergevano, la scienza diceva loro che forse non sarebbero tornati. Oggi è tutto più semplice soprattutto quando qualcuno è già andato a quelle quote.
Ricordo ancora il mese di maggio in cui, pensando ad un tuffo a 100 metri, sentivo tensione nel corpo. Ho avuto poi la fortuna di assistere alla performance “aliena” di Martin Stepanek che è sceso a 122. Il vederlo riemergere affaticato ma lucido e sorridente, ha trasformato la mia percezione dei 100 metri. Sono diventati improvvisamente fattibili e relativamente semplici se affrontati con la giusta preparazione fisica.
Quel giorno ha cambiato il mio modo di percepire i 100 metri e in tutti gli allenamenti successivi mi sono avvalso di questa nuova interpretazione della profondità.

Continuerai nel 2010 ad allenarti per raggiungere nuovi record?
Certo che continuerò ad allenarmi.
In tre anni ho stabilito sei primati italiani e penso di aver ancora margini di miglioramento. Le sensazioni in acqua sono sempre migliori e mi diverte vedere come, di volta in volta, i limiti si spostano.
In acqua sto bene è soprattutto mi diverto. Non riesco ad immaginare una vita senza mare, mi sentirei povero ed amputato.
Il mio prossimo obiettivo sono i Campionati del Mondo a squadre Aida che si svolgeranno l’estate prossima in Giappone. In questa occasione vorrei migliorarmi ulteriormente anche se sono consapevole che per fare bene, dovrò lavorare anche sulle discipline indoor come apnea dinamica e apnea statica.
Naturalmente amo maggiormente il mare, ma quest’anno ho intenzione di impegnarmi anche nelle discipline che mi piacciono meno.

Quali sono le esperienze di oggi che forse ti sarebbero servite per migliorare i record di ieri?
Cavoli! Questa è una domanda alla Marzullo!
In realtà non so rispondere perché sono un amante del presente, nel senso che amo viverlo con pienezza senza pensare troppo al passato e senza volare troppo nell’ipotetico futuro.
Del passato, che serve per comprendere la rotta percorsa per arrivare ad oggi, valuto gli aspetti positivi e negativi per avere una buona visione contestuale del presente.
Il futuro è una proiezione mentale di ciò che vorremmo essere o fare. Questa proiezione di se, lasciata senza briglie, rischia di essere pericolosa e di portarci in posti irreali.
Per me la cosa importante è fare al meglio ciò che si fa al momento, focalizzare tutta l’attenzione in quel gesto o in quel pensiero.
Tale atteggiamento mi permette di ridurre la dispersione di energie e oggi, incollando i vari istanti di presente, mi ritrovo a fare ciò che ho sempre sognato di fare: vivere di acqua!
Parla di quello che fai tra un record e l’altro. Hai appena pubblicato un libro sulla respirazione e ne hai, se non sbaglio, uno nuovo in cantiere.
Oltre all’agonismo amo anche molto l’insegnamento.
Meno di due anni fa sono tornato a vivere in Italia ed ho fondato Moving Limits. È un’associazione sportiva che ambisce a lavorare sul potenziale umano attraverso attività in acqua come l’apnea, il Watsu e a secco come lo yoga, il pranayama ed altre attività motorie focalizzate all’autoascolto.
Con il mio team di istruttori facciamo corsi e stage; la nostra base è la Lombardia ma organizziamo seminari in tutta Italia e anche all’estero.
Tra i vari progetti ho anche l’idea di realizzare una collana didattica sull’apnea. Ho scritto un primo libro, Tecniche di respirazione per l’apnea, che sta riscuotendo un notevole successo. Alla fine dell’anno uscirà un manuale sulle tecniche di compensazione applicate all’apnea e a metà del 2010, penso di uscire con un terzo libro. Il titolo?…Sarà una sorpresa!
Infine sto collaborando con alcune aziende per usare l’apnea come strumento di formazione del personale. Ho già preso parte a diversi team building e i partecipanti si sono sempre dimostrati entusiasti dell’iniziativa. Anche le aziende hanno approvato il progetto verificando che l’apnea può aiutare a identificare nuove risorse all’interno dell’individuo o del gruppo di lavoro stesso.
Il tuo record più importante lo hai dedicato allo squalo, perché l’informazione della pesca indiscriminata che se ne fa nel mondo, arrivi all’opinione pubblica. Quale rapporto hai, personalmente, con gli squali e come sei arrivato ad amarli?
Considero lo squalo un animale nobile, lo percepisco come un essere “antico” e contemporaneamente del futuro in quanto la sua particolare natura, gli ha permesso di resistere attraversando le varie ere. Purtroppo l’uomo con la sua incuranza del mondo in cui vive, ne sta mettendo oggi a dura prova la sopravvivenza.
Circa due anni fa, vedendo un documentario, rimasi sconcertato nell’apprendere che ogni giorno venivano massacrati oltre 20.000 squali. Purtroppo la situazione odierna è ulteriormente peggiorata e la popolazione degli squali si ritrova decimata di oltre il 90%.
Dedicare un record allo squalo significa ricordarne il rischio di estinzione mentre l’uomo non ha ancora imparato a vivere in un ambiente in modo non distruttivo.
Purtroppo dietro questo scempio si cela sempre il denaro; le zuppe di pinna di squalo, servite nel mondo asiatico, alimentano fatturati milionari.

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