Una diga italiana in Etiopia


Questa è la storia di un fiume e della sopravvivenza delle popolazioni ad esso legate ma è anche la storia della sete di energia di una nazione e di un’azienda italiana che ha la pretesa di soddisfare questo bisogno primario. È la storia di un grande progetto che dovrebbe risolvere almeno in parte i problemi dell’Etiopia, ma potrebbe cancellare dalla faccia della terra dei popoli indigeni; perchè un fiume non è solo un corso d’acqua ma è l’essenza delle genti che hanno adeguato la loro vita alle sue secche e alle sue piene e senza questa presenza non avrebbero alcuna speranza di esistere.
Il progetto si chiama Gibe III e riguarda la costruzione di una diga alta 240 metri con un bacino che si allungherà per 150 km. La diga si ergerà nella bassa valle dell’Omo e sarà realizzata da una società italiana, la Salini Costruttori. Sul corso del principale affluente del lago Turkana in Kenia, è già stato portato a termine un’opera (chiamata Gibe II) che consisteva nell’impianto di un tunnel lungo 26 km che aveva lo scopo di generare elettricità sfruttando la differenza di altitudine tra il bacino di una diga precedente e la sottostante valle.
Il governo italiano ha elargito un sostanzioso contributo per entrambi i progetti (più di 200 milioni di euro per ciascun progetto) ma l’investimento non è stato dei più felici, considerato il fatto che 12 giorni dopo l’inaugurazione del tunnel parte di esso è crollato!
I lavori di costruzione sono iniziati nel 2006; la Salini ha aperto il cantiere in accordo con il governo etiope senza alcuna gara e quindi senza una comparazione di offerte.
International River, associazione che studia e tutela i diritti delle popolazioni che vivono sugli argini dei fiumi e autrice di un dossier contro la costruzione della diga, afferma che il governo ha omesso di valutare tutti i rischi economici, tecnici  d’impatto ambientale e sociale violando così leggi nazionali e standard internazionali. Non sono stati presi in considerazione gli effetti legati ai cambiamenti climatici e l’unica valutazione di impatto ambientale è stata fatta a cantiere già aperto. Secondo Marco Bassi antropologo dell’università di Oxford che studia le culture indigene della valle dell’Omo non si tratta di uno studio effettuato accuratamente; non sono segnati i villaggi, non è segnalata la distinzione tra zone agricole e selvatiche mentre i pascoli non sono nemmeno indicati. “Come si può pensare che ci siano certezze che una diga di quelle dimensioni funzioni in modo da salvaguardare le economie di sussistenza della popolazione?” dice il Dott. Bassi “La verità è che le tribù dei Kara e dei Kwegu che vivono lungo il corso del fiume sono condannate all’estinzione e anche tutte le altre che abitano sul delta vedranno compromesse le loro fonti di sostentamento”.
Per prevenire gli effetti catastrofici del progetto, Survival ha lanciato una campagna internazionale in cui chiede al Governo etiope di sospendere i lavori di costruzione e raccomanda ai possibili finanziatori – tra cui la Banca Africana di Sviluppo (AfDB), la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Mondiale e anche il Governo italiano di non sostenere il progetto. A questa iniziativa si sono associate la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Counter Balance coalition, Friends of Lake Turkana e International River.
Il progetto però va avanti e rientra in un disegno molto più grande del governo; oltre all’obiettivo di vendere energia elettrica  l’Etiopia progetta di affittare le aree della terra indigena a compagnie e governi stranieri per coltivazioni agricole su vasta scala. La maggior parte dei popoli colpiti non sa nulla di ciò che acadrà e l’amministrazione sta ostacolando le organizzazioni tribali; lo scorso anno sono state sciolte 41 associazioni locali rendendo praticamente impossibile lo scambio di informazioni sulla diga tra le varie comunità.
I rischi a cui vanno incontro queste popolazioni sono grandi e ben documentate dal dossier di International River “Gli agricoltori locali piantano le colture lungo le rive del fiume dopo ogni piena annuale. Queste ridanno anche vita ai pascoli per il bestiame e segnano l’inizio della migrazione dei pesci. Se non si fermeranno i lavori e non si interverrà con adeguate misure di mitigazione, la diga provocherà carestie croniche, problemi di salute, dipendenza dagli aiuti umanitari, e un generale disfacimento dell’economia della regione e della stabilità del suo tessuto sociale, in un ambiente ecologicamente già di per sè molto fragile”.
La Salini Costruttori sul suo sito si difende nettamente “Siamo di fronte all’ennesima azione irresponsabile e priva di fondamento tecnico e scientifico contro il progetto Gibe. Tutte le affermazioni critiche contenute nell’appello di Survival, infatti, per quanto possano apparire suggestive ai non addetti ai lavori, o sono false o sono frutto di elementari errori aritmetici e tecnici se non addirittura di macroscopici errori di fatto”
Se il progetto, nonostante tutto sarà concluso, non resta che sperare, per il bene di una delle regioni più ricche in diversità umana e ambientale al mondo.

Links:
Corriere.it – Una diga lascia a secco 200mila etiopi
Survival.it – Stop Gibe III
Salini.it – Gibe III: i dati di Survival sono evidentemente sbagliati

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