Quello che i manuali di fotografia non insegnano

manuali-fotografia2
Non ho mai sottovalutato le difficoltà della fotografia subacquea. Sarà per questo che ho sempre rimandato il momento della verità nonostante decenni di esperienza come fotografa.

Ho lavorato per Il Subacqueo per anni senza mai scattare una foto sotto il pelo dell’acqua.
Intanto, però, studiavo i manuali e frequentavo corsi per capire quali fossero i segreti che permettevano ai grandi fotografi di tornare sulla terraferma con le loro meravigliose fotografie.

La mia curiosita era oltretutto alimentata dal fatto che immergendomi ogni anno alle Maldive era assolutamente frustrante non fermare su pellicola pesci e coralli in situazioni che sapevo avrei visto solo un’unica volta.

Ma tutti i manuali che ho letto e i corsi che ho seguito non mi hanno minimamente preparato alle difficoltà che ho incontrato sott’acqua perché a parte la tecnica, già di per se complicata, esistono ‘fattori di disturbo’ di cui mafiosamente si tace per prendersi gioco di noi pivelli…

Quello che un manuale di fotografia subacquea omette, ad esempio é la difficoltà di fotografare in un elemento in cui non hai un solo appoggio, non puoi toccare niente, e solitamente c’è una maledetta corrente che ti fa volare sopra e oltre il tuo soggetto senza ritorno. E quando dico senza ritorno ‘I mean it…’ . Esistono correnti sott’acqua paragonabili a venti che ti sollevano da terra.

Considerato che per la macro fuori dall’acqua si prendono mille precauzioni per evitare le oscillazioni del soggetto causate anche da un alito di vento, immaginate cosa vuole dire puntellarsi senza cavalletto e senza (virtualmente) attaccarsi alla parete per non toccare i coralli.

E questo è solo l’inizio. La custodia ermetica che contiene la macchina un giorno o l’altro si allagherà e anche se alla macchina non è arrivata acqua  l’umidità entrata  renderà inservibili i flash per i prossimi giorni, naturalmente senza che tu scopra che la causa sono i cavi di collegamento. Quindi passerai le serate a cambiare le pile, a ricaricarle, ad avvitare e svitare i flash alla macchina, a sostituirli con quelli di scorta fino a quando magari con l’aiuto di un tuo amico più esperto i flash riprendono a funzionare. Un’ illusione.

Poi il giorno dopo t’immergi, scatti e funziona. Esplori, ti portano sul soggetto riprovi a scattare e il flash rimane muto. Cosa cavolo può essere successo da un momento prima?

È terribilmente frustrante perchè si perde un’immersione dietro l’altra.

Ho scoperto il vero problema del miei flash casualmente parlando con una fotografa tedesca che era sulla stessa barca. Il problema dei flash dopo un’allagamento della custodia è semplicemente l’umidità. Basta asciugare l’umidità residua con l’aria calda dell’asciugacapelli la sera prima dell’immersione, o lasciarli all’aria. Dopo hanno funzionato perfettamente.

Un’altro modo per farsi prendere da una crisi isterica sott’acqua è usare una custodia non razionale di marca italiana che i bene informati ti rivelano non essere mai stata veramente testata da un fotografo perchè inserendo la macchina nella custodia, dove ci sta al millimetro, questa struscia contro una delle leve e preme inavvertitamente il pulsante della correzione +/-. Tutte le foto che scatti in quell’immersione escono sottoesposte e non te ne capaciti. Intanto, però, in un viaggio di 15 giorni, hai già perso almeno 4 giorni d’immersioni.

La visibilità è l’altra insidia, solo dopo un migliaio di foto da buttare finalmente impari a scattare senza acqua tra te e il soggetto. Il manuale te lo ha detto ma non ti ha detto quanta acqua devi togliere. Praticamente tutta se vuoi vedere il soggetto e non la nebbia.

La nebbia, devo dire si vede anche con una maschera nuova. Se vi capita non bruciate con l’accendino il silicone potrebbe fare crepare il vetro. La soluzione è solo spalmare per una notte  la maschera con il dentifricio, poi sciacquarla con acqua e sapone e ripetere l’operazione con il dentifricio. La vecchia maschera portatela per riserva. Il modo migliore per rendere nulla l’ennesima immersione è la maschera sbagliata.

La seconda serie di problemi riguarda il soggetto. I migliori fotografi subacquei sono anche biologi. Mai chiesto perche’? Perche’  ogni animale ha un habitat al riparo dal predatore e in mare la regola è il mimetismo. Se non sai cosa cercare, non vedi un tubo. La maggior parte degli animali è assolutamente invisibile ai nostri occhi e riusciamo a scoprire minuscoli

soggetti solo grazie a un dive master locale che ce li indica. Io ho meno 4 diotrie e mezzo, anche indicandomele non vedevo niente. Fotografavo il suo dito sperando di capire cosa c’era accanto dopo. Mai dire no a un’immersione in notturna, poi, considerato che i pezzi veramente rari escono solo di notte.

In alcuni casi tutto funziona, e trasportati dall’entusiasmo di poter scattare foto su foto ci dimentichiamo di prendere precauzioni per noi stessi. Infatti contemporaneamente qualcosa di eccezionalmente ben mimetizzato e molto velenoso è accanto alla tua mano, al tuo piede o alla tua faccia mentre stai fotografando. Piu di una volta concentrata sul fondale a fotografare non mi sono accorta che a pochi centimetri dal mio piede c’era un Lionfish.

Idealmente la fotografia subacquea andrebbe consumata in solitario. Mai come per questo sport c’è bisogno di prendersi i propri tempi che sono i tempi di tutti i problemi che prima o poi arrivano.

Senza la macchina fotografica ero sempre in testa al gruppo, con sono sempre in coda, perdo il gruppo o lo rallento e quando riemergo ce l’hanno tutti con me.

Una cosa rimpiango. Quando non fotografavo ogni immersione era mistica. Con la macchina esco dall’immersione nera, come é successo nell’ultimo viaggio in Indonesia dove su 15 gg d’immersioni ne ho persi almeno 8 per problemi con l’attrezzatura.

Certo oggi comincio ad approfondire biologia marina che ieri non avrei avuto bisogno di sapere e mi rendo conto della grande fortuna che ho nell’inseguire creature cosi rare e fragili.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.