Ribelli Karen, Aung San e le ricchezze dell’ex-impero del Siam

Durante il mese di permanenza a Mae Sot, Thailandia, come volontaria per “Help Without Frontiers”, sono stata a contatto con profughi birmani di origine Karen e ascoltato le loro storie. I Karen sono una delle minoranze che compongono il 40% del paese e che si rifiutano di essere spogliati delle loro tradizioni e incorporati nello stato.

Il 7 novembre scorso, dopo vent’anni dall’ultima, la giunta militare che governa Myanmar (Birmania) ha indetto nuove elezioni impedendo l’ingresso agli osservatori indipendenti e alla stampa internazionale ma soprattutto impedendo, all’unico vero candidato in grado di vincere le elezioni, la libertà per farlo: Aung San Suu Kyi.

http://nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/1991/kyi-bio.html

Aung San, figlia del leader indipendentista che nel 1948 sconfisse gli inglesi e liberò la Birmania dal colonialismo, è agli arresti domiciliari dal giorno in cui il suo partito il NLD, National League for Democracy, vinse le elezioni nel 1990.

Nel 1991 le fu assegnato il Nobel per la Pace e sempre nel 1991 pubblica il libro Libera dalla Paura, un saggio dove ripercorre la storia politica del suo paese e detta le regole morali per una giusta relazione tra governo e sudditi. Un testo che il cittadino desideroso di riformare o criticare il proprio governo dovrebbe leggere per ispirazione.

Considerato lo scenario politico non stupisce, quindi, che la comunità Karen in esilio si senta demoralizzata e abbandonata, o che frange di combattenti Karen del Democratic Karen Buddhist Army (DKBA) si siano scontrati all’indomani delle elezioni, con le truppe governative lungo la frontiera causando la fuga di almeno diecimila persone in Thailandia e la morte di tre.

A prima vista il conflitto etnico, l’esistenza di un regime di generali e i domiciliari a Aung San, potrebbero fare supporre che si tratti di una repressione nazionalistica se non fosse che nell’equazione degi osservatori politici spesso non sfugge di considerare il ruolo del suo possente vicino: la Cina.

Dimenticate per un attimo la valle delle mille e una pagoda di Bagan, bonanza culturale per turisti. Quello che la gente in Europa ignora sono le mille e una ricchezza che il governo di Myanmar estrae dal suo territorio e che mette a disposizione della Cina in cambio di protezione politica.

Infatti esporta legno pregiato (tek), pietre preziose (giada,rubini,zaffiri), narcotici, gas e petrolio in cambio di infrastrutture per fare viaggiare piú velocemente le merci verso la Cina, oltre a mettere a disposizione i porti di Sittwe e Kyaukphyu che costituiscono attracchi piú vicini per le petroliere che evitano in questo modo di attraversare le acque infestate di pirati, dello Stretto di Malacca.

Questo è il vero nodo che si nasconde dietro alla privazione di democrazia, di diritti umani, di libertà per  Aung San e per i 250.000 profughi birmani confinati nel campo delle Nazioni Unite, pagato con i soldi internazionali. Le persone che beneficiano di questa situazione sono una manciata di generali in Myanmar e i vertici della classe politica cinese. Poche persone rispetto a una popolazione affamata di democrazia e di un futuro migliore.

Il futuro al quale questa popolazione può accedere è di lavorare stagionalmente nelle piantagioni come operai, oppure crescere il proprio raccolto e fabbisogno in un fazzoletto di terra dietro casa.

Durante la permanenza a Mae Sot ho dedicato qualche giorno per viaggiare e visitare le Hilltribes che vivono nelle foreste delle montagne a nord del paese. In particolare sono andata a visitare un villaggio che ospita il Royal Project, più precisamente è il tentativo da parte del re thailandese di riconvertire l’economia dell’oppio dei gruppi etnici che vivono sulle montagne, con la coltivazione dei vegetali cresciuti organicamente. Il progetto funziona e genera profitto. Gli ortaggi vengono spediti a Bangkok, e nelle capitali limitrofe ricche come Singapore.

Da uno studio stilato dall’universita agricola di Chiang Mai si scopre che tutte le culture di ortaggi tipiche della zona generano profitto. Ovviamente quelle coltivate in modo organico perchè raggiungono prezzi più elevati sul mercato. Sempre nelle foreste di montagne all’ombra di grandi alberi ho visitato piantagioni di caffe che producono i chicchi organici tanto reclamizzati nelle caffetterie Starbucks del sud-est asiatico.

Notizie positive quindi per il territorio e per i contadini.

(da continuare)

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