La voce di Terra Madre

Si è concluso il 25 di ottobre il quarto incontro biennale di Terra Madre organizzato da Slow Food, svoltosi a Torino in concomitanza con il Salone Internazionale del Gusto, che vede riuniti contadini, pescatori, allevatori e artigiani del gusto da 161 Paesi.

Terra Madre è un progetto concepito da Slow Food, frutto del suo percorso di crescita e che oggi ha il suo fulcro nella convinzione che “mangiare è un atto agricolo e produrre è un atto gastronomico”. Da sempre Slow Food si è schierato per i piaceri della tavola e il buon cibo e ha difeso le culture locali di fronte alla crescente omogeneizzazione imposta dalle logiche cosiddette moderne di produzione, distribuzione ed economia di scala. Ed è proprio seguendo fino in fondo queste logiche che Slow Food si è reso conto di quanto fosse necessario proteggere e sostenere i piccoli produttori, ma anche cambiare il sistema che li danneggia, mettendo insieme gli attori che hanno potere decisionale: consumatori, istituti di formazione, chef e cuochi, enti di ricerca agricola, organizzazioni non governative. Divenne evidente che si poteva avere un impatto significativo solo moltiplicando e cumulando azioni locali che seguissero una visione-guida globale. La rete di Terra Madre è stata lanciata nella riunione inaugurale del 2004 a Torino. Quel primo incontro ha radunato 5.000 produttori da 130 paesi e ha attirato l’attenzione dei media sulle loro problematiche.

Sicuramente da sottolineare, all’interno di questa manifestazione, è che Slow Food ha lanciato una moratoria per bloccare subito l’assalto alle terre fertili condotto delle multinazionali e dai Paesi in espansione. Una moratoria per difendere i diritti dei contadini, dei pastori, degli artigiani del cibo che rischiano di venire espropriati delle ricchezze genetiche che le comunità locali hanno preservato per millenni.

Il 10 dicembre 2010 si riprenderanno i lavori iniziati a Torino in occasione del Terra Madre Day, un appuntamento internazionale che ogni anno impegna tantissimi Paesi in tutto il mondo in una moltitudine di iniziative. Nel 2009 più di 1.000 eventi si sono tenuti per celebrare i 20 anni di Slow Food con il primo Terra Madre Day. Le comunità di 120 paesi, fra cui convivium Slow Food, comunità del cibo di Terra Madre e altre organizzazioni, si sono riunite e hanno organizzato pasti collettivi, festival, manifestazioni, seminari per bambini, escursioni presso produttori e molto altro, promuovendo la filosofia Slow Food, dimostrando quanto sia ampia, aperta e varia la rete di Terra Madre. Quest’anno le mobilitazioni saranno centrate sui temi messi a fuoco attraverso otto gruppi di lavoro ai quali hanno partecipato, oltre a Carlo Petrini, presidente di Slow Food e promotore dell’iniziativa, nomi come Wolfgang Sachs (sociologo, economista, autore di varie opere dedicate ai problemi dello sviluppo e della sostenibilità), Serge Latouche (economista e filosofo francese, avversario dell’occidentalizzazione del pianeta), Jeremy Rifkin (economista americano, fondatore e presidente della Foundation on Economic Trends di Washington), Gunter Pauli (economista belga, fondatore di Zero Emissions Research Initiative), Fritjof Capra (fisico e saggista austriaco), Marcello Buiatti (professore di genetica all’Università di Firenze, presidente dell’Environment and Work e della Fondazione toscana sostenibile).

Del preoccupante fenomeno del land grabbing (accaparramento delle terre) si è tornato a parlare nel corso di un incontro, organizzato nell’ambito della manifestazione torinese, dal titolo “chi ruba la terra all’Africa?”. Un contadino senza terra non è un uomo: è con un detto africano che Antonio Onorati, presidente di Crocevia, ha aperto l’appuntamento “Chi ruba la terra all’Africa?”, dedicato proprio al land grabbing. Per accaparramento delle terre si intende l’acquisto o l’affitto di grandi superfici di terra arabile, in particolare in Africa, America Latina, Asia ed Europa dell’Est da parte di soggetti stranieri pubblici o privati. Un fenomeno che riguarda ad oggi 42 milioni di ettari nel mondo, svenduti a 300/500 dollari l’uno (almeno 20 volte meno di quanto costino negli Stati Uniti) e lascia i contadini senza lavoro né futuro. I prodotti coltivati su queste terre acquistate da soggetti stranieri – ha spiegato Nyikaw Ochalla della Provincia di Gambela, Etiopia che per le lotte in difesa dei diritti del suo popolo vive in esilio in Inghilterra dal 1999 – sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Da almeno tre anni infatti quello del land grabbing è diventato uno degli affari prediletti della grande finanza: investimenti classici come i fondi pensione ora si rifugiano nel business della terra, più stabile e sicuro. In pochissimi anni questo fenomeno ha raggiunto dimensioni drammatiche: le transazioni (concluse e in corso) riguardano circa 50 milioni di ettari (una superficie pari a quella della Spagna).

Di qui la richiesta di una moratoria, di uno strumento giuridico internazionale, con cui i Paesi più deboli possano difendersi. Secondo Carlo Petrini, se vogliamo aiutare l’Africa dobbiamo aiutare i contadini italiani: ognuno deve aiutare i contadini a casa propria, rafforzando l’agricoltura locale, perché e’ sbagliato considerare l’Africa come il nostro orto fuori casa. Il prossimo passo che la Terra Madre africana farà in questa direzione sarà realizzare 1.000 orti con semi autoctoni, creati e gestiti dai contadini. Un gesto simbolico, per cominciare. Per restituire loro il possesso di terre e di dignità. Un processo – quello della conquista dei diritti dei contadini – già avviato dalla Fao, che ha creato un comitato per la sicurezza alimentare al cui tavolo siedono anche rappresentanti dei produttori di tutto il mondo.

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