L’economia degli ecosistemi e della biodiversità

“Non sempre a tutto ciò che è molto utile viene attribuito un gran valore (ad esempio l’acqua) e, viceversa, non tutte le cose che hanno un grande valore sono automaticamente molto utili (si pensi ai diamanti). Stiamo ancora imparando a conoscere la natura del valore; solo ampliando il concetto di “capitale” e ponendoci come obiettivo la sua conservazione possiamo pensare di tendere verso la sostenibilità.”. Così scriveva Smith nella sua opera “La ricchezza delle nazioni”. Ad oggi abbiamo ancora difficoltà nell’individuare il valore della natura e proprio questa incapacità sta diventando la causa primaria del degrado degli ecosistemi e delle perdita di biodiversità. L’ambiente offre all’uomo molti benefici come il cibo, l’acqua potabile o il suolo e sebbene il nostro benessere dipenda totalmente da tali beni essi sono per la maggior parte pubblici, privi di mercato e non sono considerati dal sistema economico.

Quando i 190 paesi della CBD (convenzione sulla biodiversità) si sono posti l’obiettivo primario di ridurre la perdita di biodiversità si è sentita l’urgenza di attribuire un valore economico a quello che ci sta scivolando tra le dita e dal 2007 si è iniziato a parlare di Economia degli ecosistemi e della biodiversità (TEEB).

L’obiettivo del progetto è stato da subito quello di favorire una migliore comprensione dell’autentico valore economico dei servizi ecosistemici e per fare ciò si è sviluppato uno studio in due fasi allo scopo di dotare i responsabili politici degli strumenti necessari per integrare il valore reale dei servizi ecosistemici nelle loro decisioni.

In una prima fase si è cercato di individuare cosa stiamo perdendo e quali benefici quel bene naturale ha portato sin ora alla nostra società. É un lavoro molto complesso per la vastità di implicazioni da considerare e anche perché bisogna ipotizzare quali danni potrebbe portare in futuro la mancanza di un bene naturale che al momento consideriamo erroneamente infinito.

In una fase due, che è ancora in corso, si sta cercando di definire un approccio economico specifico per ciascuna area esaminando come gli ecosistemi possano rispondere a determinate azioni politiche. Ad esempio si è pensato di adottare politiche che retribuiscano la conservazione dei beni pubblici oppure incoraggino la creazione di mercati regolati in grado di abbinare valori commerciabili all’impiego dei servizi naturali.  Attualmente stanno già prendendo forma i nuovi mercati sostenitori della biodiversità ma per decretarne il successo è necessario farvi corrispondere livelli adeguati di infrastrutture istituzionali, incentivi e finanziamenti.

Il requisito fondamentale è sviluppare un parametro economico più efficace del PIL per valutare il rendimento di una economia. Gli stati dovrebbero fare i loro conti includendo i vantaggi in termini di benessere umano che la biodiversità assicura. Solo in questo modo sarà possibile aiutare i politici ad adottare le misure adeguate e a forgiare i meccanismi di finanziamento specifici per la conservazione. Gli ingranaggi da far girare sono molti, pesanti e interconnessi ma nella società attuale in cui il valore è nella maggior parte dei casi sinonimo di denaro, improntare uno studio sulla natura e sulle sue risorse in chiave economica è forse la strada più facile per invertire la nostra tendenza verso l’autodistruzione, creando ricchezza conservando le ricchezze del mondo.

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