Razze, cammelli ed altri animali

Marsa Alam 10 gennaio 2011

Quella razza dalle macchie blu mi ha guardato come mi guarda Lulù la gatta, con uno sguardo di sottomissione incondizionata e stupore. In effetti mi ero avvicinata troppo, avevo oltrepassato la distanza di sicurezza che fa si che un animale scappi alla presenza dell’essere umano. Ma prima di decollare dal suo letto di sabbia aveva sollevato le sue enormi palpebre e il suo occhio mi aveva lanciato questo sguardo che mi ha fatto vergognare di me stessa. Un animale o si capisce o si ignora. Quando però entri in quella magica e misteriosa dimensione di sintonia con gli animali capisci i loro sentimenti anche se la comunicazione si riduce ad un occhio, considerato che la razza non ha dita, arti o antenne.

Pochi giorni dopo, sulla strada che da Berenice conduce a Marsa Alam, faccio rallentare la macchina per fare una foto dal finestrino di un camioncino aperto che trasporta cammelli. A pochi chilometri da Berenice c’è uno dei due mercati più importanti in Africa. Qualcuno mi aveva detto la sera prima che questo mercato rifornisce cammelli a tutto il nord Africa e l’Arabia Saudita. Erano al vento, spiando curiosi. In un misto di sahariana e berbera immaginazione vedo questi cammelli scaricati in un avamposto remoto e sellati per compiere qualche traversata nomade. Mi sveglia dal sogno l’autista chiedendomi se sapevo dove erano diretti quei cammelli. ‘Perchè non è evidente? – penso. ‘Sono diretti al Cairo, al macello.’ Fa l’autista con una punta di crudeltà. Improvvisamente le foto che ho appena scattato si tingono di sangue e veglia funebre e mi scottano dentro la macchina.

Mangio carne raramente e quando la mangio ho incubi notturni. Dopo anni di vegetali il mio stomaco ci mette il doppio del tempo a digerire proteine animali. Il senso di colpa fa la sua parte. Sono cosciente che vita è un sistema alimentare ben organizzato ma io incarno la contraddizione del rifiuto, scientifico e intellettuale.

Semplicemente la mia mente non riesce ad accettare il sacrificio di sangue di un essere per dare vita ad un altro. La mia immaginazione riesce a rivivere l’agonia, e parte di me muore con l’animale nello stesso modo traumatico.

Con gli anni, non è un caso, che io sia finita ad amare più gli animali di quella fascia di esseri umani che conoscono gli animali cibandosene. Non capisco quelli che mangiano agnello, anatra, uccelli di passo, pinne di squalo, carne di balena o di delfino, tonno… meno che mai quelli che mangiano carne di cavallo, di mulo o di cammello. Nei mercato thai persino  rospi vivi in attesa di essere uccisi mi facevano pena. Sempre per quel benedetto istinto  a mettermi nella pelle altrui.

Quindi, quando esco di casa e viaggio per fare immersioni e foto, mi ritrovo a condividere gli stessi spazi al ristorante o sott’acqua con persone che evidentemente mangiano carne e non entrano in sintonia con gli animali. E mi danno tempo per osservarli.

Hanno in comune il sovrappeso, la pigrizia, la fame al buffet. Al Resta Resort di Marsa Alam è difficile mangiare bene al buffet, per ragioni economiche suppongo, servono una varietà di cibo che colpisce gli occhi ma è immangiabile. Eppure i piatti di quelli che si servono sono pieni e loro già grassissimi. Queste persone che hanno il reef corallino a un passo, spendono il loro tempo svenuti su una brandina a prendere il sole e ad aspettare che le porte del ristorante si riaprano per il prossimo buffet.

Questo comportamento, a ridotta capacità intellettuale, diventa preda facile per l’industria turistico-alberghiera con tutte le problematiche che  sopportiamo con viaggi sempre più faticosi e più cari. Ma c’è un altro problema collegato al comportamento del turista in viaggio. Il suo interesse per la natura o per gli animali che lo circondano è inesistente, distante, scollato. Un mondo è alieno all’altro.

Ma perchè l’uomo, domine della catena alimentare, domine dei tre regni terrestri non nutre nessun interesse per i segreti degli altri ecosistemi preferendo fare la fila al buffet?

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