Gasland da Oscar

Si è da pochi giorni concluso l’attesissimo appuntamento con la notte degli Oscar.

Sono stati nominati e celebrati i migliori attori e le migliori regie internazionali, nonché la più bella fotografia e scenografia. Vorrei concentrarmi, però, su una categoria un po’ meno pubblicizzata ma ugualmente importante che ha visto in passato la vittoria di The Cove, film di denuncia sul massacro dei delfini a Taiji in Giappone. Il documentario, diretto da Louie Psihoyos e Fisher Stevens, era già stato positivamente recensito da noi in occasione della vittoria al Sundance festival.

Quest’anno, pur non essendogli stato conferito il premio del migliore, merita i riflettori Gasland, il documentario diretto da Josh Fox. Il regista, incuriosito dalla cifra di  $100.000 offerta da una società estrattiva per l’affitto dei suoi terreni, ha imbracciato la sua telecamera e iniziato un’indagine in lungo e in largo per gli Stati Uniti alla scoperta dei retroscena di una attività estrattiva sempre più in uso.

Le sue scoperte sono state a dir poco sconvolgenti; le falde acquifere delle zone apparentemente più incontaminate del paese sono inutilizzabili perché piene di gas proveniente dalle trivellazioni. Ovunque la situazione era la stessa; la quantità di gas presente nell’acqua delle tubature era tale da rendere l’acqua stessa infiammabile, a dir poco esplosiva! E questo per centinaia di migliaia di pozzi di gas naturale.

Il documentario, sconcertante per la sua semplicità ci obbliga a riflettere su due punti; è vero che dobbiamo diminuire la nostra dipendenza dal petrolio ma, in un mondo di possibili alternative, siamo sicuri che l’estrazione del gas naturale sia una strada da seguire oppure dobbiamo fermarci un momento e riflettere un po’ di più sulle fonti da mettere in gioco per il nostro futuro?

Secondariamente è importante sapere che ogni volta che perforiamo la crosta terrestre, che sia alla ricerca di gas o del prezioso oro nero, possiamo procurare danni enormi e irreparabili a quegli ecosistemi che hanno la sfortuna di trovarsi nelle vicinanze.

È di qualche giorno fa la notizia che un tribunale ecuadoregno ha condannato la Texaco (oggi Chevron)  a risarcire con 8.6 miliardi  le popolazioni dell’Amazzonia per le gravissime ripercussioni a seguito dell’avvelenamento della foresta, risultato di una gestione criminale delle trivellazioni e dello smaltimento dei rifiuti tossici.

Quando ci siamo occupati dell’argomento il risarcimento richiesto dei comitati cittadini era molto più alto. Non si possono certo quantificare 40 anni di sversamenti sistematici di rifiuti tossici in una zona di importanza cruciale dal punto di vista ambientale ma le sentenza ha causato profondo malumore tra gli indigeni.

Dal canto suo anche la Chevron ha annunciato di voler ricorrere in appello definendo la sentenza illecita e inapplicabile; come se le migliaia di morti avvenute e un ecosistema definitivamente distrutto non siano sufficienti per individuare un colpevole.

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