Il cuculo non fa primavera

Da sempre la primavera inglese viene annunciata dal dolce canto degli uccelli migratori; alcuni di loro sono talmente familiari alle orecchie inglesi da rappresentare con il loro solo cinguettio il ritorno della bella stagione. Persino Shakespeare in Romeo e Giulietta sancì col canto di un’allodola (o forse un usignolo) la separazione dei due innamorati.

Alcuni di questi visitatori estivi, però, stanno scomparendo; il cuculo, l’usignolo e la tortora, ad esempio, hanno visto diminuire drasticamente le loro popolazioni per ragioni ancora sconosciute.

Gli scienziati della Royal Society for the Protection of Birds (RSPB – associazione inglese per la protezione degli uccelli), hanno da poco denunciato la possibilità che molti dei migratori provenienti dal nord Africa possano in futuro non esser più in grado di arrivare nelle campagne inglesi.

Secondo i loro dati il numero effettivo degli uccelli migratori è diminuito considerevolmente dal 1995; la presenza del cuculo è scesa quest’anno del 44%, del 53% quella dell’usignolo e addirittura del 71% quella della tortora.

Le cause del declino sono molteplici ed è difficile capire quali fattori lo influenzino maggiormente; di conseguenza è difficile mettere a punto dei piani strategici per salvaguardare le loro popolazioni.

Nel tentativo di spiegare cosa sta accadendo, la RSPB e altri gruppi come il British Trust for Ornithology ha dato il via a una serie di progetti che coinvolgeranno sia l’Inghilterra che l’Africa e durante i quali saranno raccolti dati accurati sulle popolazioni delle specie incriminate, ma anche su altre specie migratorie che potrebbero essere in pericolo in futuro.

Il progetto sarà lungo e complesso soprattutto per la diversità di comportamento delle specie studiate. In primo luogo, queste specie, sono solite vivere durante l’inverno in ambienti molto diversi dell’Africa; il cuculo e l’usignolo, ad esempio, nelle zone umide occidentali, come la Nigeria e il Ghana, mentre la tortora predilige le zone desertiche del Chad. Entrambi i territori, però, stanno sperimentando una crescente pressione antropica che avrà effetti diversi sulle specie studiate.

Di grande importanza è l’influenza del cambiamento climatico che non permette più di sincronizzare la schiusa delle uova con la maggiore disponibilità di cibo, causando, obbligatoriamente, una maggiore mortalità dei pulcini. Altra importante causa è sicuramente la scomparsa degli habitat naturali, come le macchie costiere, zone predilette per la riproduzione.

Per ultimo, ma non meno importante, un diverso uso del suolo agricolo nella stessa Inghilterra. I cambiamenti attuati nell’agricoltura hanno provocato un drastico calo degli insetti, soprattutto delle grandi falene di cui è ghiotto il cuculo.

Ci sono, poi, da ricercare fattori fuori dall’Africa e dall’Inghilterra; durante la loro migrazione questi uccelli sono soliti sostare, o semplicemente sorvolare, le isole del mediterraneo, come Cipro e Malta dove, purtroppo, cadono vittime dell’ancora diffusa caccia illegale agli uccelli migratori.

I migratori d’Inghilterra devono sicuramente affrontare una serie infinita di problemi, che sono inevitabilmente diversi da specie a specie. Il punto cruciale, dicono gli ornitologi, è che queste specie stanno scomparendo e non siamo stati ancora in grado di delineare una strategia per la loro salvaguardia.

Quando il decremento degli individui in una popolazione può considerarsi preoccupante da pretendere una rapida e incisiva azione di protezione della specie?

Per quanto riguarda i mammiferi oggi lo può dire un indice ideato non solo per calcolare la probabilità di sopravvivenza, ma anche, per stabilire quali tra queste specie a rischio è destinata a una estinzione certa.

Si tratta di un algoritmo chiamato Species Ability to Forestall Extinction (abilità delle specie di prevenire le estinzioni) ed è stato formulato da alcuni ricercatori australiani dell’università di Adelaide e della James Cook University.

Secondo i ricercatori, ogni specie mammifera, può sopravvivere se è composta almeno da 5000 unità. Al di sotto di questa soglia la specie rischia seriamente di scomparire perché non più in grado di superare eventi naturali estremi.

I ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione su 95 specie di mammiferi e hanno stabilito che circa un quinto rischia seriamente l’estinzione. Studiando bene i numeri si capirà facilmente che alcune specie come il rinoceronte di Giava o il Kakapo della Nuova Zelanda (il più grande pappagallo del mondo) sono ormai condannate all’estinzione: oggi sono presenti su tutta la Terra solo 60 rinoceronti di Giava e non più di 120 pappagalli Kakapo per cui è inutile cercare di salvarli.

La loro rarità e il fatto che non esista più il loro habitat naturale condanna inesorabilmente queste specie a dover essere escluse dai programmi di protezione per un migliore impiego delle scarse risorse a disposizione.

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