Indonesia: detriti e altre paure (2a parte)

Negli anni 60 e 70 le seconde case al mare, per i fortunati che le avevano, erano grandi stanze vuote piastrellate senza aria condizionata. Dopo una giornata a mollo nell’acqua, a rompere le scatole ai granchi e alle sporadiche meduse con il retino o fiocina, la sera si mangiava sotto gli alberi al fresco, punto. Oggi quando vado al mare c’è tutto meno il mare – ‘where would you like your towel madam? At the north beach, at the south beach, at the windsurf club or the swimming pool??’ –

Non puoi dimenticarti in camera la tessera per l’asciugamano e il braccialetto di plastica se no ti ritocca fare chilometri di sentieri sotto il sole con la borsa carica di gadget. Nell’isola di Kanawa c’è il mare ma non esiste l’asciugamano – no – non quello per la spiagga, quello per il bagno!

Nei 20 euro al giorno di retta c’è solo il bungalow, un letto con zanzariera, un armadio bassissimo a due ripiani che sembra essere stato trovato su una spiaggia dopo un naufragio (che neanche chiude) e due sedie di plastica sulla veranda.

Il bagno, en suite, è un cubicolo che si trova scesi 3 gradini verso il suolo, con un water e una tinozza d’acqua che si riempie tutti i giorni alle 6 del pomeriggio, una sola volta al giorno. L’architetto nel suo desiderio di azzerare l’impatto ambientale ha tralasciato la costruzione del tetto del bagno lasciando doccia e water sotto il cielo stellato ma anche sotto il diluvio quando piove.

Il funzionamento della tinozza (maddì in indonesiano) è molto semplice. Affondi il mestolo che galleggia sull’acqua, lo riempi e te lo versi addosso fino a che non ne puoi più o l’acqua è finita (qualsiasi cosa rompa la routine della solita doccia è divertentissima). L’acqua scende sul pavimento, s’infila in una canalina del muro ed esce direttamente sulla sabbia del suolo sottostante.

Certo bisogna adattarsi, ci riesce meglio chi ha visto di peggio. Di peggio c’è un viaggio alle Maldive anni ‘80 con la barca peggiore che gruppo di amici abbia mai affittato. Il capitano, un despota, apriva solo un filo d’acqua per la doccia. Alle fine i capelli me li sono dovuta lavare sotto un temporale. Con il limite di 30 kg di peso di bagaglio, anche un asciugamano è di troppo (le attrezzature fotografiche e subacquee erano il peso, purtroppo) ma qualsiasi cosa da un fazzoletto al pareo va benissimo per asciugarsi. Il vento faceva il resto.

Marina ed io da qualche viaggio a questa parte, abbiamo capito che il modo migliore per andare d’accordo è dormire in camere separate.A fine giornata, in posti dove non c’è proprio niente da fare, se ti gira vai a trovare un’amica nel bungalow di fronte, piacevole.

La cosa,invece, sulla quale abbiamo litigato è stata la novità: un unico esemplare di chiavetta usb internet, ponte con il resto del mondo.

La preoccupazione era il comportamento del reattore nucleare di Fukushima. In linea d’aria eravamo sulla traiettoria dei venti, e magari esposte ad un altro terremoto o tsunami. Queste erano le paure che continuavano a influenzare partenze e arrivi dei turisti in quella regione in quei giorni.

Noi due, di comune accordo, avevamo deciso di ignorare la percentuale di rischio e il perché ce l’avevamo davanti agli occhi e sotto i piedi.

Del resto il pericolo arriva sempre inatteso.

Appunto.

In uno dei fine settimana della nostra permanenza a Kanawa un gruppo di amici di Marina ci raggiunge da Bali e decidiamo per il giorno dopo di andare tutti insieme sulla barca diving, per fare snorkelling.

C’è un canale nel Mare di Komodo a un paio di ore di navigazione dalla nostra isola chiamato Manta Point e a stra-stra-ragione. Ci eravamo già immerse per ben due volte in quel punto (è una delle immersioni hit del diving), perché a meno di 12 metri in un’acqua verde, densa di plancton.

Quando tu stai già pensando ‘ecco la solita bufala come alle Maldive anni 2000 mò vedemo, mò fotografamo, ma non si vede mai niente’– improvvisamente nella monotonia del tuo respiro via-erogatore senti il cuore che comincia a battere sempre più forte perché potresti, anzi si, stai vedendo un’ombra che si avvicina e quest’ombra a un metro da te si materializza, come creatura di un altro pianeta, in uno spettacolare esemplare di manta.

Non so come poter descrivere questa emozione se non come rispetto per questo animale. E il rispetto che provi ti turba perché sei disabituato a provarlo per qualcuno o qualcosa in terraferma. Il disegno del suo corpo, la leggerezza nonostante la massa con la quale vola e atterra sulla sabbia è pura magia. Continuo a respirare senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso. A poca distanza mi accorgo che c’è una seconda manta, una terza, una quarta. Ne contiamo quindici. E’ la prima volta nella storia delle mie immersioni che vedo un numero così alto di mante, insieme.

Torniamo alla storia dello snorkelling a Manta Point.

In acqua scendiamo in quattro: Marina, Roberto, Ilios ed io. La moglie di Roberto invece, decide di rimanere in barca con la figlia di 8 anni. Prima di scendere, non so per quale intuito o carognata, chiedo al giovane istruttore inglese (che avevo visto il giorno prima fare il culo a un DM perché si era portato la macchina fotografica con sè e questo lo distraeva dalla sicurezza del gruppo che accompagnava), di darci una guida per il gruppo di snorkelisti paganti. Era già vestito e con un piede fuori per la sua immersione quando rispostato il peso in barca si rivolge all’equipaggio cercando un volontario.

Poco dopo saltiamo tutti giù dietro al comandante della barca passato di grado e di fatto a guida del nostro gruppo. Marina prima di buttarsi si raccomanda ai marinai rimasti in barca di seguirci, e li avvisa che vogliamo stare in acqua solo 15 minuti. Fuori fa caldo, è una bella giornata limpida.

Il mare è super calmo, la superficie sembra una lastra di vetro color oliva dov’è più profondo, blu cobalto dove il fondale è sabbioso, turchese dov’è più basso. Ci buttiamo nella lastra color oliva dove c’è plancton, a muso in giù a fare a gara a chi vede per primo la manta.

Di manta in manta, di volata in volata sopra un caleidoscopio di coralli che ci scorreva sotto il vetro della maschera trascinati dalla corrente non ci accorgiamo che la barca non ci aveva seguito. Noi eravamo arrivati quasi alla fine del canale a circa un chilometro in linea d’aria dalle prime isole che lo delimitavano. La barca era così lontana che a malapena riuscivamo a identificarla.

Era ormai chiaro che nessuno di noi, neanche il nuotatore più forte avrebbe mai potuto risalire la corrente, altrettanto chiaro era che dalla barca non potevano vederci. Io ero l’ultima del gruppo perché avevo perso tempo a giocare con una giovane tartaruga che mi spiava. Il gioco era andato avanti per un quarto d’ora. In acqua eravamo ormai da circa 50 minuti. Avevo tutto il gruppo davanti, alla deriva, trascinato dalla corrente. In quel momento era chiaro a tutti che eravamo fritti.

Senza comunicazione con la barca non avevamo nessuna possibilità di essere recuperati. In un paio di ore avremmo raggiunto una delle isole che facevano da barriera. E poi? I soccorsi con l’elicottero quanti giorni ci avrebbero messo a trovarci? In quale delle decine di isole disabitate sarebbero venuti a cercarci? Eravamo alla deriva nel Mare di Komodo, la patria del varano di tre metri. Roberto, fumatore, era ammutolito non aveva più fiato per reggersi a galla, Marina aveva i primi crampi.

A 300 metri di distanza, scorgiamo miracolosamente una barca turistica. Mi sfilo una delle pinne dal piede e la alzo più che posso in aria. Cominciamo tutti ad urlare chiedendo soccorso. Lentamente la barca fa manovra di avvicinamento. Ci issano a bordo, nel giro di un’ora siamo diventati da snorkelisti a cinque naufraghi. Il comandante via radio dà la nuova posizione alla nostra barca e dopo un’altra ora finalmente arrivano per recuperarci.

Appena la barca si affianca vedo il comandante buttarsi in acqua e arrampicarsi come un gatto marino sulla fiancata e issarsi a bordo per riprendersi il comando della sua barca. Dal salto (unico di 3 metri) ho capito tutta la sua frustrazione. Quando noi saliamo ci accoglie il gelo, sono tutti senza parole. Roberto non aspetta neanche un istante fa un urlo in faccia all’istruttore inglese che gli brucia i capelli, lo vedo sbandare come Willy il Coyote dopo che gli è esploso un candelotto di dinamite in mano. Fa un mezzo giro su stesso pronto a dileguarsi a poppa ma sulla strada purtroppo si ritrova faccia a faccia con me. Con quell’accento del cavolo inglese di cui sono infamosamente famosa gli recito come un mantra una semplice frase – were the safety procedures for snorkellers put in place today on this boat?’ E’ la mazzata finale.

In mare, soprattutto gli inglesi, hanno un codice di comportamento che gli garantisce di vincere una causa se un cliente gliene fa una. Nel nostro caso se avessimo voluto fargli causa ci portavamo a casa tutto, neanche UNA regola era stata rispettata. Cosa era successo? – la barca senza comandante era rimasta senza cervello – quelli a bordo hanno pensato che fosse più giusto andare a recuperare prima i subacquei e poi venire a recuperare noi, certi che saremmo stati nella stessa posizione dove ci avevano lasciati.

La sera ci ritroviamo a commentare l’avventura passata sulla terrazza della palafitta sul mare alla fine del lungo pontile di legno di Kanawa.

Apriamo una bottiglia di vino bianco e un paio di birre. Il sole sta tramontando, il vento è una brezza leggera che ci libera dalle zanzare.

Il dio del mare anche per oggi aveva un debito con qualcuno di noi che ha pagato. Giuro, dopo avere letto la storia degli snorkelisti francesi andati alla deriva su un isolotto vicino a Bali costretti per 4 giorni a difendersi dai varani finchè non li hanno soccorsi, ho veramente avuto paura che l’avventura finisse diversamente.

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