Città in transizione

La Transizione (Transition) è un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza. La “resilienza” è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare. La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di “resilienza”.

I primi passi di questo movimento si muovono in Irlanda nel 2003 dal lavoro che Rob Hopkins, fondatore e ispiratore del movimento, svolge con gli studenti di permacultura (la permacultura è un processo integrato di progettazione che dà come risultato un ambiente sostenibile, equilibrato ed estetico) del College di Kinsale. Mettono a punto il Kinsale Energy Descent Plan, un progetto che indicava come la piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo con poco petrolio. Voleva essere un’esercitazione scolastica, ma subito tutti si resero conto del potenziale rivoluzionario di quella iniziativa. Quello era il seme della Transizione, il progetto consapevole del passaggio dallo scenario attuale a quello del prossimo futuro. Poi Hopkins si trasferisce a Totnes, in Inghilterra, e sulla base dell’esperienza accumulata ripropone l’idea cercando di coinvolgere l’intera comunità nel processo di creazione del piano di Transizione per la città. Nasce Transition Totnes e la prima città di transizione, l’idea è così forte e i metodi così efficaci che oggi sono già cento iniziative simili e crescono a ritmo esponenziale.

Il problema del picco del petrolio (o picco di Hubbert, geofisico americano che enunciò la teoria del picco del petrolio alla fine degli anni ’50) è noto da tempo, ma diversi fattori hanno fatto sì che si stia verificando prima di quanto la maggior parte degli economisti (non Hubbert che doveva veramente avere la sfera di cristallo) avessero previsto.

Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta. È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza.

La Transizione fornisce un metodo e tanti strumenti operativi che vengono continuamente rivisti e migliorati grazie all’apporto di tutte le esperienze in corso (oggi diremmo che è un processo open-source). “Pensare globalmente, agire localmente”: in questo semplice slogan si possono riassumere l’obiettivo e il modus operandi del movimento delle Città in Transizione. Non porta a un cambiamento immediato e visibile, necessita di tempo e sforzi per raggiungere l’obiettivo: proporre un nuovo modello di vita più sostenibile e ottenere l’autonomia energetica.

I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali). Lo fa con proposte e progetti risolutamente pratici, fattivi e basati sul buon senso.

 

La prima città italiana di Transizione è stata Monteveglio, in provincia di Bologna, dove il coinvolgimento della comunità a tutti i livelli è così forte che recentemente il consiglio comunale ha ufficialmente deliberato “la fuoriuscita dal petrolio e dai combustibili fossili come politica prioritaria di questa amministrazione”.

Una delle ultime realtà ad aderire, San Lazzaro di Savena (BO), ha cominciato formando un gruppo di lettura per approfondire insieme il Manuale di Hopkins. In molte altre esperienze si è partiti dai cineforum, incontrandosi per vedere e poi discutere di un documentario (geniali i Transition Kino di Ferrara), oppure sono stati i GAS (gruppi di acquisto solidali) ad aggiungere gruppi di transizione alle proprie attività, mentre dalla rete nazionale si sono rese disponibili persone per tenere Transition Talks, ovvero incontri di presentazione (il contagio tra gruppi vicini è fondamentale).

Invece a Lame, un quartiere di Bologna (eh già perché ci sono Città di Transizione ma anche Paesi, Isole e Quartieri) sono invece partiti dal teatro, per cercare nella creatività l’energia per progettare la discesa energetica.

Il mondo sta cambiando sempre più rapidamente e noi possiamo fare solo due cose: subirne le conseguenze o costruire il nostro futuro. La crisi profonda di civiltà che stiamo attraversando può quindi rivelarsi una grande opportunità che va colta e valorizzata per una trasformazione profonda del paradigma dominante. Il movimento di Transizione è uno strumento per farlo.

Perché, comunque la si pensi, la transizione è cominciata.

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