L’occhio del predatore

Prima della comparsa dei dinosauri una figura terribile dominava gli oceani del Cambriano, un periodo di un’era lontana mezzo miliardo di anni. Era un animale lungo due metri con potenti artigli e una bocca circolare come quella delle meduse. Anomalocaris, questo il suo nome, fluttuava nelle acque sfruttando il movimento ondulatorio dei lembi del suo corpo.

Sin ora è stato difficile collegare questa specie misteriosa con le forme viventi conosciute; il Cambriano è stato abitato da creature fantastiche, simili ad alieni, nelle quali, però, è già possibile scorgere alcuni tratti degli animali oggi viventi. I resti di Anomalocaris sono molti ma, a causa della sua forma a dir poco stravagante (da qui il nome che significa “strano gamberetto”), gli scienziati hanno attribuito i suoi fossili a specie diverse.

In particolare, le informazioni sui suoi occhi si limitavano alla loro forma; fino a pochi mesi fa non era possibile sapere nulla della loro struttura interna poiché ci vogliono delle condizioni particolari perché i tessuti molli di un corpo si trasformino in fossili. John Paterson, paleontologo dell’Università del New England, queste condizioni le ha trovate nella Emu Bay Shale, una formazione geologica nell’isola di Kangaroo nel sud dell’Australia. Immaginatevi il suo stupore quando, accanto ai soliti artigli ha trovato, fossilizzati, gli occhi apparentemente appartenenti a una mosca!

Non fraintendetemi, quella creatura gigante non aveva gli occhi piccoli come un insetto ma, la loro struttura era identica e, molto probabilmente, la visione addirittura migliore.

Gli artropodi possiedono un occhio particolare, formato da tante piccole lenti, chiamate ommatidi. Le lenti in un occhio hanno la stessa funzione dei pixel nello schermo del tuo computer; maggiore è il numero, più nitida è l’immagine. “Il fatto che ogni occhio in Anomalocaris avrebbe avuto oltre 16.000 lenti significa che la sua vista era molto sviluppata” spiega Paterson sul suo articolo appena pubblicato su Science. “Se si considera che una mosca moderna, per esempio, ha solo 3000 lenti, è impressionante che un animale vissuto quasi mezzo miliardo di anni fa, abbia posseduto una visione così straordinaria”.

Le piccole dimensioni delle lenti suggeriscono che l’animale viveva in acque ben illuminate e, per quello che ne sappiamo, i suoi contemporanei, e quindi le sue prede, erano completamente ciechi. La posizione laterale, poi, gli permetteva una visione a 360°. Sfruttando questo vantaggio evolutivo l’Anomalocaris dominava i mari del Cambriano ed è probabile che la grande diffusione abbia spinto le sue prede a sviluppare strutture protettive (come le conchiglie) e modificare i propri comportamenti nascondendosi nel substrato e camuffandosi con rocce e sabbie.

Questa scoperta è sensazionale perché l’occhio composto è presente solo negli artropodi e ne rappresenta una caratteristica distintiva. Anomalocaris, quindi, deve essere considerato un antenato degli artropodi, anche se, manca di altre caratteristiche fondamentali. Il suo esoscheletro era molle e soprattutto non possedeva le zampe. Gli artropodi sono un phylum che include animali molto diversi tra loro ma tutti con zampe articolate come gli insetti, i ragni, i crostacei e i millepiedi; Anomalocaris, però, ne è completamente sprovvisto. Gli scienziati sono quindi giunti alla conclusione che i caratteristici occhi composti si sono evoluti molto prima delle zampe articolate e degli esoscheletri induriti.

Sarebbe straordinario trovare, adesso, l’anello mancante: un Anomalocaris provvisto di zampe e in grado di camminare. È sicuramente il sogno di Paterson e di altri paleontologi come lui ma anche solo immaginarlo a me fa un po’ paura, a voi no?

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