Il furto del dizionario verde

Sembra che dopo 40 anni di coscienza ambientale l’unica cosa ad evolversi sia l’ampiezza del problema e il linguaggio con cui gli scienziati lo esprimono.

Se una malattia infettiva fosse studiata dagli scienziati come è studiato il problema dell’ambiente  saremmo già morti. Quarant’anni di tempo per dare un ultimatum ai governi è un lungo periodo per ottenere zero risultati.

Nel frattempo molti scienziati sono diventati famosi per avere scoperto quello che tutte le società agrarie sanno: uomo e territorio sono complementari. Togli l’uomo dalla sua terra e cominciano i disequilibri.

Nel grafico che Gianfranco Bologna (WWF) ha mostrato al pubblico riunito per la sua conferenza Scienza e Cultura Ambientale al Museo di Zoologia di Roma lo scorso 12 gennaio, c’era una lunga timeline che  rappresentava i 4 miliardi e mezzo di anni di evoluzione della Terra e un segno colorato che rappresentava l’apparizione dell’homo sapiens sapiens, ovvero del nostro arrivo circa 200/170.000 anni fa. I guai per l’ambiente però sono cominciati con l’esplosione dell’era industriale, un arco di tempo infinitesimale. Piccolo e velenosissimo. Questo è il momento in cui è apparso sulla scena anche un modello economico che per la prima volta ha contemplato l’acquisto a rate di un bene di consumo mediante un debito con le banche.

Senza credito Mr Ford non avrebbe potuto vendere le sue macchine. Con quanti animali avrebbe potuto pagare il primo trattore il contadino americano?

La mia premessa serve solo a ricordare che delle volte si cerca di curare un sistema senza soffermarsi a pensare che il sistema stesso è sbagliato. Non che oggi si possa tornare indietro ma almeno individuare le cause di tanta diseguaglianza che ha lasciato poche persone con molte risorse e molte persone con pochissime risorse per poter ripartire eventualmente con il piede giusto. Soprattutto il sistema ha sradicato la gente dalla loro terra e senza terra una famiglia è dipendente dalle leggi dell’economia. Ci sono miliardi di persone sul Pianeta inurbate che hanno abbandonando la terra, preferendo di fatto abbracciare il sistema economico proposto dai Governi.

Forse il sistema è stato accettato più come un modello da seguire perchè così fanno tutti che come scelta ragionata. Sfido qualsiasi allevatore di capre che ha riconvertito il suo gregge in un gruzzolo con il quale avventurarsi in città a vedere il vero potenziale di quella capra. Eppure c’è, lo racconto nel prossimo articolo.

Detto questo, gli scienziati dagli anni sessanta in poi si sono mobilitati per fare arrivare un messaggio di allerta ai governi che ancora oggi non hanno recepito. L’ambiente è minacciato dalla presenza dell’uomo ma c’è un problema nel problema che rende tutto molto più urgente: la sovrappopolazione.

E’ molto difficile salvare l’ambiente quando dobbiamo pensare a dare da mangiare a 7 miliardi di persone.

Il dibattito tra governi e ambientalisti è come una causa che si dibatte in tribunale. Per molti decenni il giudice ha sentenziato che il fatto non sussiste  (il crimine) lasciando che i governi uscissero dalle conferenze mondiali senza una firma sui trattati o un impegno da mantenere. Gli scienziati invece, convinti delle loro tesi, tentano un’ulteriore carta puntando sul linguaggio. Come stranieri appartenenti ad un gruppo etnico tenuto in minoranza imparano il lessico politico-economico sicuri di riuscire a farsi accettare e prendere finalmente il comando del pianeta nel momento di pericolo.

Abbandonano così il dialetto romantico e di sinistra, per adottare le stesse sigle criptiche del gergo economico dei politici che devono convertire.

Introducono abbreviativi come Green Gross Domestic Product index – Sustainable Development Index – Resilience Indicators– Limits of Growth – Carrying capacity – Guardrails – Tipping elements – Planetary Boundaries.

Si coalizzano, inoltre, con i dipartimenti delle Nazioni Unite preposti alla tutela dell’ambiente e cominciano a produrre studi che diventano documenti ufficiali.

La pietra angolare è il Rapporto Brundtland del 1987 commissionato da Gro Harlem Brundtland allora presidente della Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo, nel quale per la prima volta si parla di sostenibilità coniando splendidamente un concetto comprensibile agli economisti. Nel 1989, l’Assemblea generale dell’ONU, dopo aver discusso il rapporto, decide di organizzare una Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo che sarà poi quel Vertice della Terra, di Rio del 1992 dal quale nasce Agenda 21, un programma di azione globale in tutti i settori dello sviluppo sostenibile.

Nel 1997 un altro anno in cui fioriscono conferenze. Prima la Conferenza di Rio+5 a N.Y., e poi a Kyoto la conferenza sulla riduzione delle emissioni che provocano i gas serra e dal quale esce un Protocollo famoso soprattutto perché gli Stati Uniti, la Cina, l’India e il Brazile  non lo firmano.

Nel 2002 a Johannesburg il World Summit on Sustainable Development (WSSD) rappresentava l’occasione per stilare un bilancio sull’attuazione delle decisioni prese a Rio ed in particolare quelle concernenti l’Agenda21. Il piano di attuazione del Vertice mondiale per uno sviluppo sostenibile (JPOI) finisce come al solito per essere un piano giuridicamente non vincolante (cosa si sono riuniti a fare?).

Tutti in attesa della prossima Conferenza sullo sviluppo sostenibile Rio+20 che si terrà a Rio dal 20 al 22 Giugno prossimo di cui Gianfranco Bologna anticipa che è partita già male. L’ironia è che queste conferenze sono diventate l’occasione perfetta per le cosidette green companies di incontrarsi e fare affari. Pochi mesi fa passando per un aeroporto internazionale ho visto la pubblicità di una banca svizzera che si pubblicizzava come banca sostenibile. Ho sbarrato gli occhi, non potevo credere all’assurdità che leggevo. Non solo gli ambientalisti non sono riusciti a portare una goccia di acqua al loro mulino con il loro linguaggio divenuto incomprensibile e artificiale ma si sono fatti scippare l’unico concetto comprensibile alla massa dei cittadini dopo la parola organico.

Di pubblicità con uno smaccato uso della terminologia verde ne vediamo di tutti i colori, le compagnie petrolifere abusano dello stile di vita a man bassa. Ma il culmine di tutto è arrivato qualche mese fa quando la rivista americana Newsweek ha stilato la graduatoria delle World’s Greenest Companies nella quale comparivano società come Ford, Bank of America, Johnson & Johnson, IBM. Mi sarei aspettata tutto meno che di trovare le solite 100 società americane riciclate impunemente in verde assunte alla graduatoria per meriti che non hanno.

E’ evidente che non si tratta più del furto di qualche parola ma dell’intero dizionario. Certo se il WWF o Greenpeace sono scivolati piano piano nella burocratizzazione per emulazione passiva di una di quelle 100 società americane del problema lessico non se ne accorgeranno neanche.

 

http://www.thedailybeast.com/topics/green-rankings.html

 

http://www.sarasin.ch/internet/iech/en/index_iech.htm

 

 

 

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