Calamaro, che occhi grandi che hai!

“Per sfuggirti meglio capodoglio mio…”. Così potrebbe iniziare una favola i cui protagonisti sono un predatore, il capodoglio, e la sua preda preferita, il calamaro gigante.

I calamari di grandi dimensioni sono di due tipi: quelli giganti e quelli colossali. I più comuni, da adulti, pesano quanto un grosso pesce spada ma i loro occhi hanno un volume 27 volte maggiore; sono grandi quanto un pallone da basket.

Il fatto che creature dalle dimensioni simili possano avere occhi così diversi non ha mai convinto Sönke Johnsen, studioso della Duke University, tanto più che il calamaro abita gli abissi oceanici, in cui, si sa, la luce quasi non riesce a penetrare.

Johnsen ha quindi collaborato con un gruppo di biologi allo scopo di elaborare un modello in grado di riprodurre le condizioni fisiche e biologiche del modo in cui questi molluschi usano i loro occhi; i risultati del loro lavoro sono stati appena pubblicati su Current Biology.

Il team di ricercatori ha prima collezionato le dimensioni degli occhi di esemplari catturati o fotografati negli ultimi anni; poi, ha rilevato i dati sulla quantità di luce presente tra i 300 e i 1000 metri di profondità, dove vive il calamaro gigante. Solo successivamente ha elaborato un modello matematico in grado di spiegare il funzionamento degli occhi dei cefalopodi in esame.

È stato dimostrato che gli occhi dei calamari riescono a catturare più luce di quelli più piccoli di altri animali di taglia simile. Questa caratteristica permette loro di cogliere anche piccole differenze di contrasto nell’oscurità. Tale capacità, di per se, non sarebbe di grande importanza nelle profondità oceaniche, ma lo diventa se, come accade, permette loro di sfuggire al predatore più temibile: il capodoglio.

Durante la caccia i cetacei emettono dei tipici segnali sonori per individuare le loro prede; i calamari non sono in grado di percepirli ma ci sono altri organismi nell’oceano sensibili a questi stimoli. Al passaggio del capodoglio,  gli organismi bioluminescenti del plankton reagiscono  producendo più luce. Grazie ai grandi occhi, il mollusco, riesce a cogliere questo debole luccichio anche a grandi distanze.

Molto probabilmente l’infallibile radar del capodoglio riesce ad individuare il calamaro prima che questo percepisca la bioluminescenza del plankton. I grandi occhi del calamaro, quindi, non sono sufficienti per non entrare nel raggio d’azione del cetaceo, ma sono fondamentali per permettergli una rapida fuga.

Un altro chiaro esempio di quanto la capacità di fuggire al predatore rappresenti una tra le più grandi spinte evolutive, anche nelle profondità oceaniche.

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