Hi-tech contro biologico

Negli ultimi anni sono stati investiti 133 milioni di euro per le biotecnologie vegetali e solo 41 per l’agricoltura biologica e altri metodi di produzione agro-ecologica.

E’ adesso in discussione il nuovo Programma quadro per la ricerca e l’innovazione europea, denominato Horizon 2020, che stanzierà ben 86 miliardi di euro per il rilancio dell’innovazione e della competitività delle imprese europee nei prossimi 7 anni. Per questo motivo, l’Aiab (Associazione italiana per l’agricoltura biologica) sarà presente al Parlamento europeo, il prossimo 7 giugno, quando, insieme ad una coalizione di più di 100 fra associazioni ed ONG, chiederà ad un parterre di eurodeputati di puntare ad un Horizon 2020 più sostenibile, più giusto e nel quale sia dato spazio alla voce dei milioni di cittadini che con le loro tasse finanziano il programma di ricerca.

Il 19 maggio si è tenuta l’edizione 2012 di “Mangiasano” lanciata da Confederazione italiana agricoltori-Cia e Vas-Verdi ambiente e società riaprendo un dibattito sui cibi tecnologici, da laboratorio, e la loro inutilità. Queste organizzazioni sostengono che il patrimonio di biodiversità animale e vegetale nel mondo è così vasto e completo che va solo opportunamente preservato e selezionato.

Quando i cittadini sono stati consultati sull’argomento, in Italia e in Europa, hanno detto “no” con percentuali vicine all’80 per cento. Secondo un’indagine Cia, infatti, ben otto consumatori su dieci non vogliono Ogm nel piatto. In particolare, il 55 per cento degli intervistati ritiene gli organismi geneticamente modificati dannosi per la salute, mentre il 76 per cento crede semplicemente che siano meno salutari di quelli normali.

Omologare le produzioni agricole e, quindi, i gusti, si tradurrebbe nella perdita secca del valore, azzerando la competitività, su scala mondiale, della nostra agricoltura. Assieme a questo c’è da considerare l’impatto negativo che alcune sperimentazioni hanno sull’ambiente naturale e sui suoi delicatissimi equilibri.

Anche dal punto di vista territoriale l’Ogm “non conviene”: nel nostro paese la proprietà agricola è molto frammentata, con una grandezza media di 7,9 ettari contro i 240 degli Stati Uniti (che producono da soli il 43% degli Ogm). Imporre in Italia la coltivazione di organismi geneticamente modificati significherebbe creare un sistema costoso e inutile, una doppia filiera che non è neppure conveniente economicamente. Inoltre, considerando morfologia e dimensioni delle aziende agricole, sarebbe molto difficile evitare “contaminazioni” delle colture. Le uniche varietà presenti sul mercato sono soia (47% del totale), mais (32%), cotone (15%), colza (5%) con solo due caratteristiche: la resistenza agli erbicidi e agli insetti.

Nel 2011 ben 160 milioni di ettari di terreno in 20 Paesi del mondo (di cui 18 in via di sviluppo) sono stati dedicati a colture biotech con il coinvolgimento di 16,7 milioni di agricoltori. Al primo posto nella graduatoria dei maggiori produttori figurano ancora gli Stati Uniti, con 69 milioni di ettari coltivati ad Ogm, seguiti da Brasile (30,3 milioni di ettari), Argentina (23,7 milioni di ettari) e India (10,6 milioni di ettari).

L’ultimo esperimento hi-tech in ordine di tempo è l’hamburger in provetta. Nell’idea dei ricercatori a breve si potrà produrre su scala industriale al «modico prezzo» di 250mila euro a porzione. Finora però la fettina più grande ottenuta dalle staminali bovine ha uno spessore di tre millimetri, è lunga tre centimetri e larga uno e mezzo: per ricavarne un solo hamburger ne occorrono tremila, più un altro centinaio di tessuto adiposo. E tutto questo per una polpetta dal colorito giallo-rosato e dal sapore insipido. Di esempi del genere, da quindici anni a questa parte, sottolineano Cia e Vas, ne abbiamo sentiti molti: dal salmone a crescita rapida «Aquadvantage», a Peng Peng, la pecora ricca di Omega 3, fino alla mucca cinese che produce latte umano. Una galleria grottesca di esperimenti biotech che, tra cibi transgenici e animali clonati, mostra efficienze terribilmente basse, costi esorbitanti, oltre a un indice di gradimento ai minimi termini tra i cittadini europei.

Le nostre produzioni di eccellenza fanno grande il “made in Italy” nel mondo, con esportazioni che muovono circa 30 miliardi di euro l’anno. I mercati stranieri chiedono vini, oli, formaggi, salumi e trasformati tipici dei nostri territori, con i loro sapori caratteristici. Il valore aggiunto delle produzioni agricole e alimentari italiane sta proprio nella diversità, nell’inimitabilità del loro sapore. Omologare le produzioni agricole e, quindi, i gusti, si tradurrebbe nella perdita secca del valore, azzerando la competitività, su scala mondiale, della nostra agricoltura.

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