Anche i nostri progenitori erano vegetariani?

Ci sono tante ragioni per essere vegetariani o almeno per introdurre quantità modeste di carne nella nostra dieta: motivi ambientali, etici, ecologici, medici. Sono rimasta, quindi, piacevolmente colpita dal fatto che anche la nostra storia mi dia ragione. Tengo a precisare che si tratta di teorie e, come tali, sono in continua evoluzione. Inoltre, teniamo presente che le basi su cui di fondano tali teorie sono dei resti alimentari fossili che danno risultati controversi, sia perché possono essere presenti per caso nel sito di ritrovamento sia perché è impossibile desumerne l’abitualità del pasto relativo.

Partiamo dalle origini. Gli esseri umani sono molto spesso descritti come “onnivori”. Questa classificazione è basata sull’osservazione che normalmente si nutrono di una grande varietà di cibi vegetali e animali.

L’essere umano appartiene all’ordine dei primati antropomorfi, per loro natura frugivori, cioè atti a consumare frutti, foglie, semi. La neurofisiologia, l’embriologia, l’anatomia comparata confermano come l’uomo sia strutturato per cibarsi di frutti, germogli freschi, foglie tenere, tuberi, radici e non di muscoli ossa ed interiora, come i carnivori. Questi infatti hanno conformazione dentale, patrimonio enzimatico, organi visivi, strutture di offesa, caratteristiche di potenza e d’aggressività, apparato digerente, intestinale, escretorio, sudorifero, circolatorio adatti ad utilizzare l’alimento carneo anche come fonte glucidica, consumandolo crudo e completo di interiora e sangue.

L’uomo inoltre non è carnivoro. L’organismo umano, contrariamente a quello dei carnivori, non è fatto per mangiare cadaveri di animali, perché ne rimane intossicato a causa delle sostanze tossiche contenute nella carne stessa. L’organismo di un animale carnivoro cerca di espellere la carne dal proprio corpo con la massima velocità possibile, data la sua tossicità. Una riprova di questo è data dal fatto che il suo intestino è lungo 3-6 volte il corpo, mentre quello dell’uomo (e degli animali frugivori) è pari a 9-12 volte la lunghezza del corpo. Inoltre, le mucose spesse e muscolose dei carnivori tollerano forti succhi gastrici, necessari alla digestione della carne, mentre l’uomo ne rimane danneggiato.

Molti sono ormai gli scienziati concordi nell’affermare che l’uomo si è convertito a consumare muscoli di animali (in principio carogne), per necessità legate alla inospitalità delle foreste nell’ambiente originario, circa 2 milioni di anni fa nell’era Neozoica, periodo Pleistocene. In quell’epoca avvennero infatti glaciazioni, interglaciazioni (ritiro dei ghiacciai e avvento di climi più caldi) e periodi di siccità contrapposti a forti diluvi: eventi climatici instabili ed irregolari che decretarono la riduzione di gran parte della vegetazione spontanea, nonché il mutare delle foreste in savane.

L’Homo Habilis sarebbe, dunque, passato al carnivorismo per poter sopravvivere, pagando però lo scotto di un accorciamento della vita media. L’uomo è diventato carnivoro in epoche in cui non si conoscevano i danni dovuti ad un eccessivo consumo di carne.

Per tutto il Terziario, fino alla prima glaciazione (Donau 2,5 milioni di anni fa) l’alimentazione degli australopitechi fu prevalentemente carboidratica. Comunque, i resti fossili ci mostrano come già questi ominidi ancora assai primitivi si adattassero a una dieta più varia rispetto ad altri primati coevi. Il 95% del loro apporto nutrizionale comprendeva fogliame, frutti oleosi e tuberi, mentre il rimanente 5% era già rappresentato da uova, insetti e piccoli animali.

Lo stile di vita da cacciatori-raccoglitori ha plasmato il nostro genotipo nel corso di tutto il Paleolitico. Dati interdisciplinari concordano sul fatto che la larga diffusione mondiale della sindrome metabolica e delle sue conseguenze possa essere la conseguenza di una “discrepanza evolutiva” fra i geni preistorici e il moderno stile di vita caratterizzato da sedentarietà e iperalimentazione. Lo studio dell’alimentazione dei nostri lontani progenitori (l’archeologia dell’alimentazione) può, quindi, farci comprendere l’origine di malattie croniche che rappresentano un grave impatto sulle società moderne.

Quello che mi fa riflettere è che gli animali più forti e resistenti alle fatiche fisiche sono vegetariani: l’elefante, il rinoceronte, l’ippopotamo, le scimmie antropomorfe (scimpanzé, gorilla, etc.) e quelli che l’uomo ha sempre sfruttato per eseguire lavori pesanti: il bue, il cavallo, l’asino. Gli animali prolifici sono vegetariani: il coniglio. Gli animali longevi sono vegetariani: l’elefante.

A buon intenditore poche parole!

Per approfondire:

Libro “A cena dai Neanderthal. Il ruolo del cibo nell’evoluzione umana” di J.L. Arsuaga, Mondadori

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