Il biodizionario

Proteggere la nostra pelle è una buona pratica che impariamo fin da piccoli, quando a coccolarci sono le nostre mamme. Una volta cresciuti, siamo noi a dover prenderci cura del nostro corpo, scegliendo solo il meglio. Sarebbe buona norma leggere con cura l’INCI, prima di acquistare e, soprattutto, di utilizzare un prodotto cosmetico. L’International Nomenclature of Cosmetic Ingredients altro non è che un elenco degli ingredienti contenuti in quella boccetta: conoscere cosa sono e quali sono quelli da evitare è buona norma, per evitare danni al nostro organismo. Ma soprattutto dobbiamo verificare in quale posizione gli INCI più pericolosi sono messi: l’ordine in cui sono riportati è molto importante perché indica la percentuale contenuta nel prodotto; quelli più in alto sono contenuti in maggioranza mentre a scalare sempre meno.

Con la Direttiva CEE 76/768/CEE, è diventato obbligatorio, da parte dei paesi dell’UE, produttori e importatori, l’indicazione di tutti i componenti contenuti nel prodotto finito: l’etichetta è diventata così lo strumento prioritario per informare i consumatori riguardo le caratteristiche dei prodotti in commercio ed ha acquisito un progressivo valore ai fini della tutela dei diritti dei consumatori.Le leggi che regolano la commercializzazione dei cosmetici esistono, ma non sono sufficientemente esaustive ed al passo con i tempi. Per fare un esempio, un argomento importante come la sostenibilità (economica, ambientale e sociale) non è regolamentato e non troviamo norme in tema di biodegradabilità, biocompatibilità ed impatto ambientale. Tutti sanno che il cosmetico è fonte di inquinamento nelle varie fasi della filiera, dalla produzione allo smaltimento e, anche se l’orientamento dell’industria è indirizzato sempre più al “verde”, siamo ancora lontani dall’ottimizzazione dei processi.

Come conseguenza del desiderio di comprendere meglio “l’essenza” del prodotto cosmetico da parte del consumatore attento, abbiamo assistito, nell’ultimo decennio, all’esplosione di siti interattivi sul web, dove è possibile confrontarsi e scambiarsi consigli, esperienze e opinioni: tramite i blog on line si analizzano i prodotti, si indicano gli ingredienti “buoni” o “cattivi”, si trova conforto nel sentirsi dire che la scelta nell’acquisto del proprio prodotto è stata azzeccata.

Una delle iniziative più discusse è il Biodizionario che, dal 2000, si propone come nuovo punto di riferimento per consumatori che ambiscono a maggior consapevolezza, per cosmetologi alle prime armi ed aziende che si avvicinano al naturale e al sostenibile. Questo sito è opera del chimico industriale Fabrizio Zago, che si è occupato della catalogazione di quasi 5.000 delle 6.205 sostanze che possono essere impiegate nella produzione di prodotti cosmetici.

La consultazione del biodizionario è assai semplice: consiste nell’inserire il nome della sostanza nell’apposita casella e attendere la comparsa di un giudizio assegnato da semafori (rosso se non va bene, doppio rosso se non é accettabile, giallo se ci sono dei dubbi e verde se va bene). Ma cosa più interessante, secondo me, è che è in grado di dirci se quell’ingrediente è un profumo, un tensioattivo, un principio attivo ecc., per conoscere la sua funzione nella formulazione.

E’ fondamentale capire che il biodizionario non nasce per distinguere le sostanze dannose sulla nostra pelle da quelle inermi. Nasce per distinguere invece derivati animali e elementi tossici per l’ambiente, i quali possono benissimo essere innocui sulla nostra pelle, da quelli biologici, naturali e biodegradabili, che viceversa possono anche scatenare forti reazioni allergiche.

Il biodizionario però purtroppo non tiene conto del dosaggio delle sostanze, scatenando il panico in quanti analizzano per la prima volta un prodotto. Potrebbero esserci anche 10 sostanze inquinanti che insieme non formano nemmeno l’1% del prodotto, ma il biodizionario le inquadra subito rosse (quindi spirito critico nella consultazione). Altro punto debole del biodizionario è, a mio avviso, l’espressione del punto di vista di una persona sola.

A conclusione, pur riconoscendone i limiti, considero il biodizionario un buon punto di partenza per una cultura cosmetica consapevole. Una volta acquisita un po’ più di familiarità con l’INCI e trovati una serie di prodotti o case cosmetiche che riteniamo affidabili, lo shopping diventerà più naturale e ci stupiremo di come l’etichetta sarà la prima cosa su cui ci soffermeremo nel prendere in mano un cosmetico. Utilizzare prodotti il più possibile sani e naturali gioverà alla salute del corpo e a quella della pelle, meno soggetti agli stress chimici e più freschi e liberi di respirare.

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