Estate rovente e inverno glaciale?

Ieri, per me, è stata una giornata climaticamente particolare. Nell’arco di sei ore sono fuggita da una località piovosa e fredda per raggiungere la mia città avvolta da un’afa insostenibile con temperature che superavano di gran lunga i 30°C. La cosa strana è che per farlo non ho dovuto prendere un aereo o lanciarmi giù da una montagna. Mi sono semplicemente spostata da una località costiera del ponente ligure a una laziale; da una latitudine di 44°3’14″N a una latitudine di 41°27’59″N.

Ieri l’Italia sembrava divisa in due: al sud gli ultimi strascichi di un’estate difficile e a nord le avvisaglie di un autunno che desta non poche preoccupazioni. Ma, che inverno ci aspetta?

Quest’anno abbiamo avuto un’estate molto torrida, con caldo record in tutta la penisola e temperature sopra la media già dall’inizio della primavera. In tutto l’emisfero boreale, l’andamento è stato simile. Per il solo mese di agosto, la temperatura media a livello globale ha segnato il quarto agosto più caldo dal 1880 ed è il 36° agosto consecutivo con temperature sopra la media del XX secolo.  In generale, dal Medio Oriente al Nord America si sono registrate temperature mensili più elevate rispetto alla media.

L’ondata di caldo è stata, inoltre, molto duratura (oltre 75 giorni) e, a fasi, anche intensa. A farne le spese è stata soprattutto l’Europa meridionale con un picco massimo durante i primi giorni del mese di agosto mentre, in Europa occidentale, poco dopo la metà del mese. La causa è da ricercare in un fenomeno piuttosto raro: la presenza di una vasta area di alta pressione africana che come un mantello ha coperto tutta l’Europa portando l’anticiclone fino in Danimarca. L’Italia è stata uno dei paesi più colpiti, con temperature massime che hanno sfiorato i 45°C; anche la Spagna ha visto i termometri raggiungere i 46°C e in Francia si sono registrate temperature massime inaudite anche ad alta quota con picchi di 13°C a 4000 metri s.l.m.

Tra i fattori scatenanti le vaste aree di bassa pressione che, stazionando sull’Oceano Atlantico, hanno permesso alle correnti calde africane di dirigersi verso il Mediterraneo, seguendo la traiettoria dell’anticiclone africano. Il fatto, poi, che correnti africane così massicce si siano spinte tanto a nord ha innescato la formazione di violenti temporali che, nel Nord Italia, hanno causato molti danni all’agricoltura.

Ormai l’estate è passata e, come me, molti si chiedono quali saranno le condizioni meteorologiche che ci accompagneranno questo inverno. In linea generale sembra che l’inverno che verrà sarà contraddistinto dalla presenza dell’ENSO (El Niño), il che significa non poter avere previsioni precise, se non a breve termine!

El Niño è un fenomeno climatico che si verifica nell’Oceano Pacifico centrale in media ogni cinque anni tra i mesi di Dicembre e Gennaio. Tale fenomeno ha un’influenza diretta sul clima del Pacifico centrale causando inondazioni, siccità e altre perturbazioni che variano a ogni sua manifestazione. Oltre agli effetti locali, però, l’ENSO è ritenuto essere la più vasta causa di variabilità delle condizioni meteorologiche e climatiche del mondo intero.

Basandoci solo su queste premesse potremmo azzardare delle ipotesi. L‘inizio della stagione invernale potrebbe essere caratterizzata da una certa normalità meteorologica su gran parte dell’Europa, con temperature attorno alle medie e precipitazioni abbondanti in Europa meridionale. Entrando nel cuore della stagione invernale si prevede un’ulteriore rinforzo dell’Anticiclone delle Azzorre sull’Oceano Atlantico che costringerebbe il flusso umido oceanico a scivolare su latitudini più settentrionali ma permetterebbe alle fredde correnti artiche di raggiungere i Balcani, prima e l’Italia poi.

In generale, le temperature e le precipitazioni dovrebbero mantenersi nelle medie stagionali ma l’eccezionalità delle condizioni che si verificheranno questo inverno rendono molto difficile qualsiasi tipo di previsione.

Un dato, però, rimane allarmante: durante la scorsa estate l’estensione del ghiaccio marino artico era del 38% al di sotto della media 1979-2000. Nel corso di un solo mese, l’Artico ha perso circa 93.000 km2 di ghiaccio al giorno, il più veloce tasso di ablazione (riduzione del ghiaccio per fusione o distacco di iceberg) mai osservato.

Uno studio del Research Unit Potsdam of the Alfred Wegener Institute for Polar and Marine Research della Helmholtz Association ha, per primo, messo in relazione la riduzione dei ghiacci artici con la presenza di inverni gelidi anche alle nostre latitudini.

Secondo lo studio, la vasta superficie di Oceano Artico rimasta scoperta durante l’estate tratterrà buona parte del calore irradiato che sarà rilasciato nell’atmosfera durante l’inverno causando delle correnti anomale in grado di alterare la circolazione tipica dell’Artico. Normalmente l’alta pressione Artica fa si che i venti caldi e umidi dell’Atlantico giungano in Europa ma se, come è avvenuto negli ultimi tre anni, la differenza di pressione non sarà più significativa, può accadere che venti e aria fredda artica saranno in grado di raggiunger l’Europa. Saranno necessari nuovi dati per avvalorare questo modello climatico ma, se così fosse, dovremmo rassegnarci e aspettarci un nuovo lungo e rigido inverno.

È chiaro come il sole che preservare l’Artico è una nostra priorità non solo per proteggere le creature che vi abitano ma soprattutto per garantire un futuro agli abitanti di tutta la Terra. Come sempre Greenpeace ha trovato il modo di portare all’attenzione del mondo intero la questione artica e l’ha fatto alla sua maniera: una nave della sua flotta, la Artic Sunrise ha raggiunto il circolo polare e ha lasciato su uno dei suoi ghiacci un cuore formato dalle bandiere dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite. Il cuore è il simbolo di un appello che l’associazione ambientalista rivolge ai Paesi di tutto il mondo per un’azione comune in difesa dell’Artico dal quale, aggiungo, dipenderà il destino dell’intero pianeta.

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