L’ozono torna a proteggere l’Antartide

L’ozono è un gas incolore ma molto attivo. Sulla superficie terrestre, alte concentrazioni possono causare danni ad animali e vegetali ma, nell’atmosfera, proprio la capacità di reagire rapidamente con una vasta gamma di elementi, lo ha reso fondamentale per proteggerci da quella parte della radiazione solare che causa mutazioni genetiche (cioè tumori) sia negli uomini che nel resto degli esseri viventi.  Intorno alla Terra, quindi, oltre i sistemi di correnti che determinano il tempo atmosferico, un sottile strato di ozono ci protegge dai dannosi raggi ultravioletti.

Da circa 30 anni, però, durante la primavera antartica, in quella parte della stratosfera che avvolge l’emisfero meridionale, si sono iniziate a verificare una serie di interazioni chimiche che coinvolgono principalmente due elementi: cloro e bromo. Questi atomi reagiscono rapidamente con l’ozono e le reazioni innescate, come una scintilla in una vasca di alcool, rapidamente si moltiplicano e si diffondono nello spazio, squarciando l’ozonosfera. Queste ferite sono tristemente conosciute come buco dell’ozono.

Dalla sua prima apparizione, nel 1980, purtroppo, il buco non ha fatto altro che aumentare in dimensione raggiungendo il suo massimo assoluto nel 2000, quando è stata rilevata un’estensione di 29,9 milioni di km quadrati. La causa della sua formazione è da attribuire essenzialmente al cloro rilasciato da sostanze chimiche artificiali chiamate clorofluorocarburi (CFC).

Quest’anno, però, qualcosa è cambiato. La dimensione media del buco dell’ozono si è assestata sui 17,9 milioni di Km quadrati e ha raggiunto il suo massimo il 22 Settembre allargandosi fino a 21,2 milioni di km quadrati (più vasto in estensione dell’America settentrionale) e poi, rapidamente, contraendosi.

“Durante questa primavera la temperatura dell’aria nell’atmosfera è stata più alta del solito; potrebbe essere questo il motivo per cui non abbiamo assistito all’attesa riduzione dei livelli d’ozono così come sperimentato gli scorsi anni” spiega cauto Jim Butler, ricercatore del NOAA (Amministrazione Nazionale Oceanica ed Atmosferica).

In effetti, nonostante siano passati 25 anni dalla firma di un accordo internazionale per regolare la produzione delle sostanze tossiche che innescano questo meccanismo, il buco continua a formarsi puntualmente, a ogni primavera. Secondo i ricercatori, per dimostrare, scientificamente, una ripresa c’è bisogno di almeno un’altra decina di anni di buoni risultati e, se tutto andrà per il meglio, lo strato di ozono potrà tornare ai livelli precedenti al 1980 non prima del 2060.

Il processo sarà lento poiché ci vorrà del tempo per smaltire la grande quantità di clorofluorocarburi che sin ora abbiamo incoscientemente rilasciato nell’atmosfera ma anche perché non è ancora ben chiara l’influenza che avranno i cambiamenti climatici che stiamo vivendo.

E’ importante però avere la consapevolezza che noi possiamo contribuire al benessere del pianeta e che qualcosa abbiamo già fatto. Cambiando tutti insieme alcune piccole abitudini quotidiane stiamo contribuendo a curare almeno una delle ferite che abbiamo inferto alla nostra Terra.

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