Noc, la balena chiacchierona

Noc è un beluga (Delphinapterus leucas) che ha trascorso la sua intera vita nell’acquario statunitense della National Marine Mammal Foundation. Come tutti i cetacei in cattività passava le sue giornate in una vasca tra pochissimi esemplari della sua specie ma visitato da migliaia di esseri umani disposti a fare file lunghissime per ammirare la mitica balena bianca.

I cetacei, si sa, hanno un linguaggio piuttosto articolato con il quale si chiamano, si raccontano e si cercano nelle profondità dell’oceano. In un acquario la comunicazione rischia di diventare un po’… noiosa; immagino sia questo il motivo per cui Noc ha deciso di imparare il linguaggio umano. Probabilmente avrà pensato: avranno qualcosa di interessante da raccontare tutti quei bipedi che osservano dal grande vetro, e soprattutto, ci sarà un modo di comunicare con quelli di loro che giornalmente mi forniscono il pesce di cui mi nutro?!

Bene, secondo uno studio di Sam Ridgway, recentemente pubblicato su Current Biology, alla fine Noc è riuscito a imitare il linguaggio umano, o quantomeno a imitarne il ritmo e i toni; e non è di certo stato un gioco da ragazzi!

“Le nostre rilevazioni portano a ipotizzare che per produrre quei particolari suoni, simili all’articolazione di un linguaggio umano, la balena ha dovuto modificare la propria meccanica vocale”, ha spiegato Ridgway. “Questo suggerisce che stesse cercando qualche genere di contatto”.

Tutto ha avuto inizio per caso; un giorno del lontano 1984, il ricercatore e i suoi collaboratori avevano udito dei suoni strani provenire dalle vasche dei delfini e delle balene. Questi suoni, in lontananza, sembravano proprio un dialogo di persone poco distanti. Qualche tempo dopo, un subacqueo che si era immerso nella vasca, era riemerso chiedendo chi tra i colleghi gli avesse detto di uscire. Poiché nessuno aveva parlato, e solo per esclusione, si è iniziato a pensare che il responsabile fosse proprio Noc!

Ridgway volle vederci chiaro e iniziò a raccogliere delle prove. Negli anni successivi non ha mai smesso di registrare i suoni emessi da Noc e solo oggi, a distanza di 5 anni dalla morte del beluga, l’analisi delle sue vocalizzazioni ha evidenziato un ritmo del tutto simile a quello umano con frequenze (tra i 200 e i 300 hertz) molto diverse rispetto a quelle tipiche delle balene.

“L’impronta della voce della balena era più simile a quella di una voce umana che al vocalizzo consueto della sua specie”, ha aggiunto Ridgway. “I suoni che abbiamo sentito erano un chiaro esempio di apprendimento vocale da parte di questo cetaceo”.

Non deve essere stato facile, per Noc, imparare a parlare come gli umani. Le balene producono i loro suoni con il naso e non con la laringe. Per riprodurre suoni umani Noc ha quindi dovuto variare la pressione nel tratto nasale e apportare altri aggiustamenti anatomici gonfiando, ad esempio, il sacco vestibolare dello sfiatatoio.

Ciò che è accaduto a Noc mi ha fatto riflettere su quanto sia importante la comunicazione in questo gruppo di animali e ha portato alla mia memoria la triste storia della balena solitaria. 

Anche questa vicenda inizia molto tempo fa, nel 1992. Fu in quell’anno che un team di ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institution negli Stati Uniti ha catturato per la prima volta lo strano suono emesso da una balena particolare; l’unica in tutti gli oceani del mondo a cantare alla frequenza di 52 hertz. Tutte le specie di cetacei comunicano a frequenze nettamente più basse quindi è stato subito chiaro ai ricercatori che quel canto non sarebbe mai stato udibile da nessuno di loro.

Molte furono le ipotesi messe sul tavolo per non arrendersi alla triste verità: c’è chi sperava nella scoperta di una nuova specie, chi credeva si trattasse di un ibrido e infine chi imputava a questo esemplare qualche grave malattia che di lì a poco l’avrebbe portata alla morte.

La lunga vita della balena solitaria, però, ha dimostrato che si trattava di un individuo perfettamente sano. Per quindici anni i ricercatori hanno continuato a sentire il suo particolare canto, quindici anni in cui invano, nella solitudine del suo oceano, non ha mai smesso di dire: “C’è qualcuno laggiù? Io sono qui.”.

Per approfondire:

 

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