Tutto quello che so del Sudan l’ho imparato in questo viaggio

sudan04Il Sudan è una meta subacquea antica archiviata per colpa di un paese in guerra che fa di tutto per non facilitare il flusso turistico, cominciando dai voli e finendo con il costo altissimo del visto d’ingresso.Ma questo ha il suo risvolto positivo. Un tempo per trovare una meta di viaggio si consultava la carta geografica, oggi per trovare un posto per stare in pace e vedere pesce su un reef vergine bisogna fare altri calcoli.

Guerra, linea aerea nazionale inefficiente, due scali, cambiamento climatico che altera le stagioni, pirati nel corno d’africa, immersioni profonde, assenza di resort e di spiagge costruite. Tutte queste informazioni, sulla carta, facevano del Sudan una meta ideale soprattutto se si parte a ridosso delle feste.

All’arrivo all’aeroporto di Port Sudan gli europei si contano sulle dita di due mani e solo perché era giorno d’imbarco sulle cinque barche che lavorano durante il mese di dicembre. Durante l’alta stagione, da fine febbraio a fine maggio, le barche sono 12. Un numero comunque esiguo rispetto ai 650 km di costa da esplorare.

La crociera parte solitamente da Port Sudan, dove non esiste un molo turistico. Le barche sono ormeggiate con ancora e cime a terra, si scende con lo Zodiac dopo avere ottenuto il benestare del capitano e con un documento di riconoscimento addosso.

Il nostro imbarco sulla Goletta San Marco è avvenuto molto più a nord, ad un centinaio di chilometri da Port Sudan, pronta per partire all’alba verso il reef di Angarosh.

La guida subacquea è un giovane siciliano la cui specialità è buttarsi a piombo oltre i 50 per cercare i martello, del resto chi viene in Sudan per andare sott’acqua lo fa principalmente per questo.

Anni e anni di sveglie inutili all’alba alle Maldive per vederne uno non mi facevano sperare bene, il martello dal vivo rimaneva astratto come un essere mitologico.

La favola diventa realtà proprio lì ad Angarosh nella mia prima immersione dove il computer registra un -49.5.

Erano in un gruppo di circa 15 o 20 individui che si muovevano da una parte all’altra del corner a una profondità di 54 metri circa. Nella stessa immersione vediamo almeno quattro squali grigi e pinna bianca.

In questa stagione l’acqua è molto verde, carica di plancton, la visibilità è limitata a circa 20 metri che non è molto quando gli squali si tengono a distanza dall’uomo. Quello che si vede in realtà è la sagoma inconfondibile della testa del martello. Tornata a bordo comincio a leggere tutto sugli squali ma sulle abitudini dei martello c’è pochissima descrizione. Perché su una macchina ci sono cento schede tecniche e non c’è mai abbastanza su uno squalo? Passi per il giornalaio dell’aeroporto e sei sommersa da pubblicazioni specialistiche sulle armi, la caccia, le mazze da golf, le ultime applicazioni, come usare l’Iphone, le barche a vela ma niente che possa aiutare a svelare il mistero di un animale marino così originale e appartato.

Il martello solitamente vive in acque fredde, nelle acque del Sudan si rifugia sotto i meno 54 cercando il termoclino dei 25 gradi. Questa è la ragione per la sua diffusione nelle acque oceaniche più fredde di Cocos Island, Malpelo e Galapagos.

Detto questo il bello del comportamento animale è l’imprevedibilità.

Proprio quando hai imparato che un animale si comporta solo ed esclusivamente in un modo arriva la sorpresa.

E’ durante un’immersione ‘tranquilla’ sul pianoro a 25 metri circa che la guida tira fuori una bottiglia di plastica e la comincia a grattare. Il rumore attira gli squali che cominciano a volteggiare sopra le nostre teste per qualche minuto. Felice di averli a portata di macchina fotografica mi accorgo solo troppo tardi che alle mie spalle sui 23 metri era ‘salito’ un martello attirato anche lui dal rumore innaturale.

La costa sudanese del Mar Rosso è ricca di barriere coralline a qualche miglia di distanza. La barca entra dalla pass e si ancora all’interno della laguna dove il mare è protetto dalle onde. Nella laguna abbiamo trovato le mante e un grande gruppo di delfini che al riparo dai predatori e su fondali a loro più congeniali sono diventati stanziali.

Non credo ci sia emozione più forte per chi ama il mare di condividere l’acqua con queste creature meravigliose. In Sudan, il gruppo di subacquei era così piccolo che potevamo decidere di andare a cercare le mante con il gommone a pochi minuti dal tramonto del sole senza nessun vincolo se non quello di fare mare fino alla fine.

Dopo Angarosh la barca fa rotta in direzione sud verso Shab Rumi. Durante la lunga traversata, per non perdere un’immersione si decide di andare ad esplorare il relitto del Bluebell a metà strada.

Anche conosciuto come il relitto delle Toyota, il Bluebell era un cargo che il 1 dicembre del 1977 si incagliò sul reef di Shab Suadi per poi capovolgersi e inabissarsi qualche giorno dopo. Equipaggio in salvo ma non il carico di jeep Toyota che giace integralmente tra una profondità di 21 fino ai 70 metri.

Appena scesa sulla mia quota, a qualche metro dalle carcasse meravigliose delle jeep, mi rendo conto che la macchina fotografica è spenta. Cerco di accenderla ma con l’acqua le dita non fanno presa sulla leva sottile di metallo. E’ la prima volta che scendo con un grandangolo, dopo anni di macro. Sono mesi che preparo questa spedizione in funzione della nuova macchina fotografica e del nuovo obiettivo e proprio adesso che sto davanti a questo spettacolo non riesco ad accenderla???

Passo un quarto d’ora a capire come fare presa, nel frattempo il tempo passa e il gruppo che mi aveva lasciato sola davanti alle jeep sta risalendo per riprendermi e continuare l’immersione altrove.

Avete mai sudato sott’acqua? Non so come, ma riesco a spostare la leva sulla funzione ON proprio qualche minuto prima di vedere apparire le bolle degli altri subacquei.

Questa immersione è sorprendente non solo per il relitto ma per la presenza di grandi formazioni coralline fino ai venti metri di profondità. Coralli così grandi ricordo di averli visti solo durante le immersioni a Suvadiva, nelle Maldive.

Arrivati sul reef di Shab Rumi il gruppo riprende le immersioni sui meno 50. Dovendo fotografare programmo la mia immersione sul pianoro per non accumulare troppi minuti di decompressione. Questo reef pullula di vita. Da un lato del corner in piena corrente c’è un muro di barracuda, attraversato da banchi di carangidi e da qualche squalo.

Sulla distesa rocciosa del pianoro crescono formazioni di corallo molle coloratissimo. Durante un’immersione una grande tartaruga della specie Hawksbill (Erelmochelys imbricata) incurante della mia presenza sulla sua rotta discendente si ferma a strapparne la parte superiore con grande gusto.

Ogni momento di permanenza su questo reef è stata una sorpresa dietro l’altra. Proprio quando pensavo di avere visto tutto, la mia compagna d’immersione trova un grande nudibranco coloratissimo di una specie sconosciuta, e una cernia dalle dimensioni gigantesche, al confronto tutte le altre specie di cernie sembrano sottosviluppate.

Si muove come se fosse un predatore assoluto senza rivali, non accenna un moto di paura neanche quando la inseguo. Un suo colpo di coda solleva un’onda di reazione nel gruppo di pesci che forma una scia dietro di lei completandola come un unico simbiotico organismo.

Il reef di Shab Rumi è entrato nella leggenda ospitando su un pianoro sabbioso nel lato esterno della pass le costruzioni di Precontinente II, il secondo esperimento di vita sottomarina realizzato da Cousteau dopo quello del 1962 a Marsiglia denominato Conshelf I.

Sul bianco limpido della sabbia che riflette la luce della superficie a una decina di metri di profondità si staglia una costruzione a forma di riccio posata su tre gambe d’acciaio; testamento di una meraviglia archeologica subacquea che in qualche modo ci rende fieri di appartenere alla stessa specie di coloro che l’hanno costruita.

Il mare ha colonizzato la superficie del tetto decorandola con coralli e spugne di cui s’indovina facilmente l’età.

Le costruzione si affacciano sul mare aperto, disposte come osservatori per studiare gli abitanti del reef senza interferire.

Siamo tornate varie volte su questo incredibile pianoro e la facilità dell’immersione ha fatto si che restassimo sott’acqua a fotografare e ad esplorare fino all’ ultima riserva di aria senza sentire il bisogno di uscire prima, grazie anche alla temperatura che persino a dicembre è di 28 gradi.

Proprio la temperatura molto elevata dell’acqua è stata fatale alla barriera corallina qualche anno fa. Tutte le formazioni di corallo si sono congelate in una morte improvvisa dovuta all’innalzamento improvviso della temperatura dell’aria che ha raggiunto i 55 gradi e di quella dell’acqua arrivata a 35, come ci spiega Mariacristina Pulliero autrice di un’ottima guida alle immersioni del Sudan, all’aeroporto di Port Sudan in attesa dell’aereo di ritorno.

Tra questi scheletri muti si vede già un poco di ripresa con nuove formazioni colorate che ospitano vita ma non quella esuberanza di vita a cui siamo abituati nella parte egiziana del mar Rosso. La latitudine ha penalizzato questi reef e quel poco che si muoveva lo abbiamo trovato sulla sabbia in direzione della barriera.

Se non fosse per questa immagine di morte dei coralli direi che ho intravisto la barriera corallina del Sudan con gli stessi occhi con cui Hans Haas o gli oceonauti di Cousteau l’hanno scoperta tanti anni fa.

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