Lo spettro di Chernobyl: cinghiali radioattivi anche in Italia

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Cinghiali radioattivi sono stati trovati anche in Italia, probabilmente a seguito della contaminazione radioattiva che nel 1986 si è diffusa sull’intera Europa. I primi di marzo, tracce di Cesio 137 (Cs-137) sono state trovate nella lingua e nel diaframma di 27 cinghiali abbattuti in Valsesia (Piemonte), tra il 2012 e il 2013. Questo isotopo, per il suo peso molecolare, è tipico delle fusioni nucleari. I campioni erano stati prelevati per essere sottoposti a un’indagine sulla trichinellosi (una malattia parassitaria che colpisce prevalentemente suini e cinghiali). Gli stessi campioni sono stati sottoposti anche a un test di screening per la ricerca del radionuclide Cesio 137, come previsto da una raccomandazione della Commissione Europea, ottenendo risultati che hanno evidenziato livelli superiori a 600 becquerel per chilo, limite massimo consentito per gli alimenti.

Undici carcasse di cinghiali sono state rinvenute pochi giorni prima su un prato all’interno di una dolina, a pochi metri dall’osservatorio astronomico di Basovizza (Friuli-Venezia Giulia). Erano esemplari adulti e cuccioli di pochi mesi.

Il radionuclide riscontrato nei cinghiali in elevate quantità (fino a 5.000 Bq/kg)  è appunto il Cs-137, un radioisotopo radioattivo avente emivita di 30 anni, ricaduto in quantità considerevole al suolo all’epoca dell’incidente di Chernobyl. All’epoca infatti  (29 aprile – 6 maggio 1986), le intense piogge che insistevano sul Nord Italia dilavarono efficacemente la nube radioattiva, conducendo al suolo elevati quantitativi di radioattività. Da quel momento il Cesio, legandosi ad argille e materia organica, rimase perlopiù intrappolato negli strati superficiali del suolo (10-20 cm); disponibile quindi ad essere captato da animali selvatici e altri organismi (funghi, in particolare).  Da qui, la spiegazione degli elevati valori di Cs-137 riscontrati nei cinghiali che, notoriamente, si cibano di alimenti che si trovano al suolo e nei primi cm di suolo.

Poiché non si sono registrate (l’Arpa ha un monitoraggio costante) dispersioni nell’ambiente di tale elemento in quelle zone ad esclusione dopo quella del 1986 di Chernobyl, si ipotizza che tutto sia dovuto alla ricaduta nel tempo conseguente a tale avvenimento.

I cinghiali radioattivi hanno funzionato da specie-spia di una situazione ambientale, poiché sono per loro indole buoni accumulatori di cesio 137.

Il cesio tende ad accumularsi in alcune zone (soprattutto per azione dei dilavamenti e degli smottamenti), per cui si hanno concentrazioni elevate a macchia di leopardo. Il cesio viene facilmente dilavato e, quindi, tenderà a trovarsi di più nel terreno che non sui vegetali; in teoria i bovini ingeriscono meno terra rispetto a un cinghiale che grufola. La contaminazione maggiore si può avere per l’ingestione di vegetali “ricchi di potassio” (il cesio funge da competitore): le patate, i frutti selvatici e le verdure/erbe a foglia larga. Ma, comunque, dipende dalle concentrazioni presenti, dalla frequenza di assunzioni di alimenti contaminati, dall’assorbimento dell’animale (non tutto quello che si ingerisce viene assorbito), dalla sua capacità di escrezione (anche con il latte) e dall’immagazzinamento (soprattutto nei muscoli).

La questione non riguarda quindi solo gli animali, di per sé spie della presenza di radioattività nel terreno. La presenza di Cs137 è stata rilevata, in tracce, anche in altre tipologie di campioni quali latte, miele, succo di mirtillo e funghi. Le concentrazioni più elevate sono state rilevate in alcuni campioni di funghi delle specie Boletus edulis, porcino comune, e Xerocomu badus, specie poco pregiata e poco consumata.

Una questione importante sono le conseguenze date dall’assorbimento del cesio 137. Tale sostanza ha un comportamento simile al potassio. Una volta assorbito nell’organismo animale tende a distribuirsi in modo più o meno uniforme: concentrandosi soprattutto nei muscoli e nel cuore, mentre è poco presente nelle ossa.

Nel quadriennio 2006-2010, sono stati sottoposti a esami di ricerca del Cesio 137 latte, formaggi, acqua, terra  e fieno riscontrando livelli non trascurabili di radioattività, anche se ampiamente al di sotto dei limiti di legge, con eccezione dei campioni di terra, che hanno evidenziato picchi elevati a seconda dei punti di prelievo, confermando la contaminazione a “macchia di leopardo” già osservata in altre zone d’Italia al momento dell’incidente di Chernobyl.

È presto per capire quali conseguenze avrà la scoperta. Intanto, sono stati disposti controlli in tutta la Regione ed, entro poche settimane, si dovrebbe sapere se la contaminazione da cesio è limitata alla sola Valsesia e ai soli cinghiali.

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