Il Villano e la Primavera

primavera

Un tempo, quando il calendario segnava gli anni 70, la Primavera era una stagione che ti faceva abbandonare i compiti e i libri di scuola.
Se ne ricorda a volte qualcuno, quando parla del primo amore. Vecchie storie, miracoli accaduti molto tempo fa.
Ricordo bene la Primavera a Roma di quegli anni. Studiavo in una scuola in cima alla scalinata di Trinità dei Monti, retta da un ordine di suore francesi che impartivano preghiera e disciplina.
Per quanto fosse nostra intenzione osservare queste regole, con Marzo l’arrivo della Primavera sconvolgeva tutto.
Le finestre delle classi davano su un grande giardino alberato posto in cima a Roma; lo sguardo seguiva i mutamenti delle nuvole ad ore di distanza. La Primavera arrivava come un vento leggero con il compito di rompere il fronte delle nuvole e rivelare finalmente la luce del sole. In giardino questo gioco del vento illuminava, come lampi di flash al magnesio, gli alberi appena fioriti. Finalmente ti accorgevi che lo stesso rapido mutamento che avveniva in cielo si stava replicando sulla terra. Tutto risplendeva di energia. Le foglie ricoprivano i nudi rami invernali, il colore dei fiori diventava ogni giorno più intenso. L’aria tiepida e l’aroma profumato dei tigli sanciva la fine del maltempo invernale e la leggerezza della primavera si faceva sentire sulla pelle del viso, sulle braccia, sulle gambe. Era una vera e propria liberazione dall’inverno, via le scarpe pesanti, i guanti, le sciarpe, il cappotto. Tornavamo a correre ed esplorare il giardino consumando spazio con una tale fame che avremmo voluto volare via oltre il muro di cinta.
Il muro della scuola era altissimo, e il cancello di uscita quello di un carcere, eppure quando arrivava la Primavera non c’era cancello che ci potesse tenere dentro.
Non sente nessuna ragione, fa saltare via ogni regola, certezza, ogni prudenza. Arriva per compiere quello che da solo non riesci a fare, stretto come sei dalle abitudini, dalle penitenze, dai limiti razionali della mente. La Primavera scardina tutte le porte che ti limitano e ti getta nell’etere vasto, dove circolano nuove sensazioni, nuove esperienze, nuovi profumi, nuove coordinate.
Il villano, che vive nell’angolo della sua vita, che non ricorda di essere stato giovane, che non ama, ha di fatto aggredito nell’arco degli ultimi 30 anni la Primavera.
Vogliamo chiamare questo marzo l’anticamera della Primavera? La pioggia cade incessantemente e ti imbeve le ossa di umidità, le nuvole ti sbarrano la percezione della vastità del cielo, il grigio riflette solo inquinamento, buste di plastica volano ai margini dei marciapiedi, ambulanze sfrecciano lamentose e laceranti; sono il riflesso del villano che ha fatto a meno nella sua vita della Primavera.
Per accorgermi che è veramente arrivata ( Londra min 2 max 10 – Roma min 6 max 12) devo ispezionare da vicino il getto delle gemme degli alberi. Quando le vedo mi rincuoro immaginando che da qualche parte, qualcosa, qualcuno, in grande segreto segue ancora il solito ritmo.
La Primavera di oggi arriva con folate di vento vendicativo che ti accartocciano l’ombrello in faccia, giusto per esporti a quella litrata di gocce e grandine in testa, che ti alza fino alle narici quella puzza di sudicio ammassata sul selciato, che ti impedisce di metterti una gonna, un sandalo o di abbandonare l’impermeabile.
Il villano ha negoziato uno stile di vita offrendo in cambio la Primavera. Ogni giorno che ha consumato troppo a spese del Pianeta e voltato la pagina sulla quale lo scienziato chiaramente spiegava a cosa si andava incontro, ha preso a schiaffi la Primavera.
Viviamo una vita in città da prigionieri del meteo, sperando che il tetto tenga, che la grandine non rovini la macchina e il limone appena tirato fuori dalla serra. Viviamo al buio, sotto una cappa continua di nuvole che ci avvolge anche l’anima.
Ricordo quell’Autunno che, senza volerlo – non potevo essere stata assolutamente io – dovetti lasciare la scuola per sposarmi perché mi ero innamorata in Primavera del fratello di una mia compagna. Fu scandalo per le suore, le insegnanti e persino per le mie compagne. Io ero sotterrata dalla vergogna.
Eppure ogni anno mi perdo ancora nelle nuvole e rincorro quella Primavera che mi ha sconvolto la vita.

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  1. Enrico Massidda
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