Insetticidi nella catena alimentare: Imidacloprid

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L’imidacloprid è un insetticida sistemico appartenente alla stessa famiglia chimica della tossina del tabacco, la nicotina. Come quest’ultima, agisce sul sistema nervoso. La molecola è un inibitore irreversibile del recettore nicotinico dell’acetilcolina degli insetti, ma è meno attivo su quello dei mammiferi. E’ un insetticida relativamente recente: registrato come pesticida per la prima volta negli USA nel 1994. Si ritiene si tratti di uno degli insetticidi più diffusi al mondo, con impieghi assai diversi. Si propaga tramite le piante dal punto di applicazione ed uccide gli insetti che se ne nutrono.

L’imidacloprid è polivalente: lo si utilizza in agricoltura sul cotone e sulle verdure, rientra nella composizione dei prodotti per il tappeto erboso e per le piante ornamentali e di quelli ad uso interno ed esterno per la lotta contro le termiti e gli scarafaggi. Lo ritroviamo anche fra i prodotti per gli animali domestici e fra quelli per la cura del prato e del giardino così come in altri prodotti, per esempio il terriccio (che fatichiamo a classificare nella categoria degli insetticidi).

L’esposizione all’imidacloprid causa i seguenti sintomi: apatia, difficoltà di respirazione, mancanza di coordinazione, dimagrimento e spasmi. Un’esposizione prolungata causa perdita di peso persistente e lesioni alla tiroide.

E’ estremamente tossico per certe specie di uccelli, quali passeri, quaglie, canarini e piccioni. Per quanto riguarda la fauna acquatica, crescita e dimensioni dei gamberetti sono influenzate già a concentrazioni di imidacloprid inferiori ad una parte per miliardo (ppb). Una concentrazione inferiore a 60 ppb decima i gamberetti ed i crostacei.

Gli studi in laboratorio sugli effetti dell’imidacloprid su animali gravidi hanno rilevato un aumento di aborti spontanei e nidiate di peso inferiore.

I pesticidi neonicotinoidi, che agiscono sul sistema nervoso centrale, possono persistere nel suolo fino a due anni e sono altamente solubili in acqua. La contaminazione attraverso il deflusso è inevitabile; gli scienziati dell’EPA (Environmental Protection Agency) hanno ripetutamente messo in guardia rispetto al loro utilizzo.

A questo proposito, è aumentato lo stato di contaminazione delle acque italiane superficiali e sotterranee: nel 2010 sono stati rinvenuti residui nel 55,1% dei 1.297 punti di campionamento delle acque superficiali e nel 28,2% dei 2.324 punti di quelle sotterranee, per un totale di 166 tipologie di pesticidi (a fronte dei 118 del biennio 2007-2008) individuati nella rete di controllo ambientale delle acque italiane. Lo afferma l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) nel Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque 2013. I pesticidi più rilevati nelle acque superficiali sono: glifosate, AMPA, terbutilazina, terbutilazina-desetil, metolaclor, cloridazon, oxadiazon, MCPA, lenacil, azossistrobina. Nelle acque sotterranee, con frequenze generalmente più basse, le sostanze presenti in quantità maggiore sono bentazone, terbutilazina e terbutilazina-desetil, atrazina e atrazina-desetil, 2,6-diclorobenzammide, carbendazim, imidacloprid, metolaclor, metalaxil.

Naturalmente, anche l’uomo può essere contaminato attraverso la catena alimentare.

Il più recente programma di test sui pesticidi negli alimenti disponibile a dimensione europea ha evidenziato che oltre il 97 % dei campioni conteneva livelli di residui entro i limiti ammissibili, dichiara il 12 marzo 2013 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). La relazione europea sui residui di pesticidi negli alimenti ha valutato anche l’esposizione umana attraverso la dieta e ha concluso che i residui chimici presenti negli alimenti analizzati non costituiscono un rischio a lungo termine per la salute dei consumatori. La quarta relazione annuale, pubblicata sempre il 12 marzo, fornisce una panoramica sui residui di pesticidi riscontrati negli alimenti nel 2010 nei 27 Stati membri dell’UE, oltre che in Islanda e Norvegia. I programmi nazionali di monitoraggio hanno riscontrato che il 97,2 % dei campioni conteneva residui entro i limiti legalmente ammessi in Europa, noti come “livelli massimi di residui” (LMR). Ogni anno il programma coordinato dall’UE analizza un diverso ventaglio di colture e prodotti di origine animale, considerati come i componenti principali della dieta europea nel triennio. Nel 2010 i 12 prodotti selezionati erano mele, cavolo cappuccio, porro, lattuga, latte, pesche, pere, segale, avena, fragole, carne suina e pomidoro.

Mi auspico che in un futuro non troppo lontano avvenga la sospensione dei fitofarmaci pericolosi per gli insetti utili e che vengano predisposte tutte le procedure per rivedere l’autorizzazione dei principi attivi che non si limitino solo allo studio degli effetti immediati, ma anche nel medio e lungo periodo per tutto l’insieme delle forme viventi.

Per approfondire:

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