Mamma tigre e papà orsetto

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I genitori sono compartecipi insieme alla scuola dell’educazione dei figli. Lo dicono le Linee di indirizzo emanate dal Ministero dell’Istruzione a fine dell’anno 2012 sulla “Partecipazione dei genitori e corresponsabilità educativa“.

Purtroppo, i genitori di oggi sono i grandi assenti della vita della scuola. Solo una minoranza va oltre i voti in pagella. Sul piano formativo, si scaricano molto spesso le responsabilità sui docenti e sulla scuola, in generale. Naturalmente, questo non vale per tutti.

Teniamo presente che il vero toccasana di ogni scuola è la presenza attiva dei genitori. Oggi, senza l’aiuto dei genitori (anche finanziario) le scuole potrebbero anche chiudere, a causa dei costi di gestione e organizzazione.

Troppi genitori si limitano a fare i sindacalisti dei propri figli. Si limitano cioè a richiedere alla scuola una prestazione, più che apprezzare lo scopo educativo, in parole povere “accompagnare” un giovane alla maturazione personale e sociale.

Lo sappiamo, le famiglie sono su tanti aspetti in crisi. Per prima cosa come istituzione, cioè come autorità e autorevolezza, poi come relazione educativa.

In troppi casi, prevale il modello del “genitore-chioccia”. In poche parole, le nuove generazioni di mamme e papà tendono ad essere iper-protettive: quanti ragazzi proprio per questo, non riescono ad affrontare e superare le situazioni di paura, di conflitto, di difficoltà?

Io sono stata accompagnata a scuola dai miei genitori solo fino alle scuole elementari (probabilmente perché dovevamo andarci in macchina!). Poi, chiavi di casa alla mano, andavo e tornavo da sola. Adesso, i ragazzi vengono accompagnati davanti al cancello, diciamo fino al liceo? Anche all’Università ho visto miei compagne venire accompagnate.

Un recente studio australiano, pubblicato sul giornale scientifico PlosOne ha messo in evidenza come i bambini troppo controllati e difesi dai genitori hanno maggiori possibilità di diventare adulti ansiosi in futuro. In questo studio si parla di “helicopter parenting” (genitori-elicottero). Si tratta di quei genitori che, proprio come gli elicotteri, “ronzano” di continuo sopra la testa e, quindi, sopra la vita dei propri figli. Una presenza non solo fisica, ma soprattutto psicologica, esagerata, tale da perdere il riferimento alle cose veramente essenziali della vita dei figli.

Quanti genitori a scuola, ad esempio, intervengono in misura spropositata sul comportamento dei docenti, sulle loro valutazioni e programmazioni? Basterebbe domandarsi se, al loro posto di lavoro, sarebbero disposti ad accettare volentieri delle non sempre giustificate e competenti intromissioni. Se certe cose non vanno, ovviamente, è giusto rilevarle naturalmente. Ma educare i figli anche alla comprensione di queste dinamiche, non è mai tempo perso.

I genitori sanno, o dovrebbero sapere, che è fondamentale tenersi sempre un passo indietro nei confronti dei propri figli. E quindi rappresentare una presenza discreta, non distaccata, ma nemmeno troppo pressante. I ragazzi, cioè, vanno aiutati anche a sbagliare, perché è solo sbagliando, che si impara, che nasce la ricerca del perché dell’errore, e quindi della verità a partire dalla quale l’errore è errore. Vanno aiutati cioè a non avere paura degli imprevisti, dell’ignoto, degli insuccessi.

Ricordo bene, qualche tempo fa, il dibattito tutto americano sulle “mamme-tigri” che spingono i propri figli oltre il limite della competizione con se stessi e con gli altri. Da noi, invece, domina in alcune ricerche la figura del “papà-orsetto”, sempre pronto a lenire, con il proprio calore, la durezza

del mondo reale, troppo competitivo. In realtà, non mi convincono entrambe le teorie.

Queste riflessioni mi sembrano molto importanti e credo che dovrebbero essere prese in considerazione anche dai genitori che in questi giorni stanno decidendo che tipo di scuola scegliere per i propri figli; cercando di sopravvivere al disorientamento delle scuole medie e alle sirene del “purché-sia-un-liceo” (naturalmente il più vicino alla porta di casa); proibendo così ai figli la sfida di “luoghi meno comuni e più feroci”, dove potrebbero iniziare a confrontarsi con la ricchezza del reale.

 

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