Into the WILD

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È il titolo di un film diretto da Sean Penn tratto dalla storia vera di un ragazzo americano di 24 anni che si era rifugiato nella solitudine della natura in Alaska.

Il film, uscito in Italia nel 2007, fu un successo nonostante nessuno sapesse niente della storia prima di vederlo. Ero a Roma quell’anno, gestivo uno dei cinema che era stato di mio padre. Normalmente i cinema andavano malissimo. Ma gli incassi di quel film furono un’eccezione. Ero sorpresa di vedere tanti giovani fare la fila per vedere un film poco annunciato. Cosa li attirava? Forse il titolo. Qualche relazione con il malessere di sentirsi confinati in una vita a senso unico o la ricerca di una alternativa a ridosso della crisi?

L’avventura del protagonista alla fine si chiude male. Il tempo avverso lo isola durante l’inverno in un bus dismesso che era diventato la sua casa a due giorni di cammino dalla prima strada, per sopravvivere è costretto a mangiare radici ed erbe. Una di queste erbe, velenosa, viene scambiata per commestibile e a Cristopher McCandless non resta che annotare sul suo diario gli ultimi giorni di un’agonia lenta e dolorosa che lo porterà alla morte. Il suo corpo viene trovato due settimane dopo dai cacciatori di alce.

Sfiga. Se solo i produttori avessero visto la fila di gente che voleva entrare a vedere il film avrebbero scelto una storia ambientata nella natura ma a lieto fine e sarebbe stato un successo intergalattico. L’inizio di un esodo dalle città.

Uscendo dal film, invece, sentivo la gente rimettersi il sogno nel cassetto e infilare lo scooter verso casa, lo stesso che lo avrebbe riportato in ufficio il giorno dopo.

Anni fa cercavo un posto isolato per vedere le stelle di notte senza la luce della città. Passando in barca con un amico davanti alla costa più selvatica di un’isola in Sicilia, per caso, succedono due cose contemporaneamente: avvistiamo un delfino a qualche metro dalla barca e una casetta bianca sulla costa. Casualmente la proprietaria era una mia amica e acquisto la casa.

Sono passati circa dieci anni dall’inizio di quell’avventura. Oggi dico che quel momento è stato l’inizio di una nuova vita senza rendermene conto.

Sono entrata dentro la natura un passo alla volta. Succedeva sempre lo stesso: ogni volta che lasciavo l’isola per ritornare alla comodità della mia casa ero sollevata ma in città sempre più spesso sopravvivevo al rumore tornando con la mente al silenzio dell’isola.

La vita nella natura è dura. La prima cosa che occorre avere è la generosità di spendersi. Solo per scavare un buco nella terra per mettere a dimora una pianta per quanto piccola ci vuole una forza fisica e una tecnica che una persona abituata in città non possiede.

Mi faccio aiutare dagli uomini del luogo che applicano una forza fisica inaudita. Li guardo, meschina e umiliata per ogni singolo aiuto al quale devo ricorrere. La mia vita autonoma non è mai stata così dipendente dallo sforzo combinato fisico e intellettuale della gente che mi corre in aiuto. Vivere nella natura cambia le carte in tavola, hai bisogno degli altri, sei disperatamente dipendente dagli altri. Cambia soprattutto la percezione del gradimento delle abilità di un uomo. Un banchiere di successo qui sarebbe perso. L’attività intellettuale senza manualità è inutile, serve saper fare cose che non abbiamo mai imparato a fare come ad esempio aggiustare la serratura della porta principale di casa quando una serratura nuova si trova in un negozio a due giorni di distanza. Oppure sapere aggiustare la pompa sommersa che aspira l’acqua della cisterna e la invia ai rubinetti di casa. Pompa rotta significa niente acqua per lavare i piatti, niente doccia e ritornare al vecchio metodo del secchio tirato su con la corda dalla cisterna.

Il giardino ‘selvatico’ non ha il prato all’inglese, è un terreno selvatico come Dio lo ha creato. I primi anni giravo con le flip flop fino a quando una spina non ha attraversato la suola di gomma e si è conficcata nella pianta del piede. Ad oggi in verità non ho ancora trovato un paio di scarpe adatte per la complessità del terreno. Penso sempre a come dovrebbe essere la scarpa ideale… uhm… non deve scivolare sugli scogli sommersi dall’onda, si deve bagnare quando salto dalla barca, poi deve aderire sulla superficie degli scogli lisci asciutti, deve essere abbastanza leggera per asciugarsi ma pesante per non sentire i sassi del sentiero, e provvista di suola a carrarmato per tenere sulla pietraia. Per vivere a casa mia ho un numero abbondante di vecchie scarpe che testo. L’ideale sarebbe un ibrido tra una scarpa da ginnastica e una scarpa da escursionismo, che lascia però fuori la parte sugli scogli.

Abbracciare la vita in natura significa adattarsi ad un nuovo terreno. Ironico no? Nuovo terreno. La dice lunga sul tempo che abbiamo passato altrove perché in verità questo è il terreno di sempre, quello che c’è sempre stato e quello che sempre sarà. Quello che l’uomo ha plasmato con il bitume e catrame per renderlo liscio, e fare camminare oltretutto noi donne con i tacchi.

Quando arrivo a casa i primi due giorni di lavoro sono i più duri finché i muscoli riprendono flessibilità e  tono. Il giardino si sviluppa su lenze degradanti verso la scogliera. Ogni lenza è come un lungo corridoio di diverse ampiezze collegato tra loro da scale che ho fatto fare per comodità ma anche per utilizzare un ammasso senza fine di pietre, avanzi della vecchia attività vulcanica dell’isola.

Il mio lavoro principale è portare acqua alle piante per assicurargli la sopravvivenza e piantarne ogni stagione di nuove. Ho un tubo che si alimenta alla cisterna, con un paio di estensioni arriva a misurare più di cento metri di lunghezza. Sembra facile…  ma non lo è, sono completamente disabituata a muovere le gambe sui dislivelli, a poggiare i piedi sulle pietre irregolari delle scale in pietra cercando di passare da una pianta all’altra velocemente per non sprecare acqua.

Sono stupidi movimenti automatici che tutti facciamo senza pensarci, ma su questo terreno devo disinserire il pilota automatico e velocemente mappare il terreno per decidere dove poggiare il piede in sicurezza.

Basta una pietra che cede sotto il peso, una radice nascosta che intrappola il piede per andare fuori gioco con una storta.

Quello che voglio dire è che l’esperienza di vivere nella natura si può fare solo se si accendono tutti i sensi. Non puoi vivere pensando ad altro, la mente non è dentro ieri, né dentro domani. E’ qui, presente dentro oggi, dentro questo momento, dentro questo istante che a parte la fatica è di una bellezza straordinaria.

Quest’anno per la prima volta sono riuscita ad arrivare a casa in aprile, in virtù di una finestra meteorologica propizia. Arrivata in giardino ho spalancato gli occhi, non potevo credere a quello che vedevo. Tutto il terreno era ricoperto di fiori. Alcune macchie fiorite erano alte fino a un metro e mezzo di altezza e talmente fitte che non potevi camminarci dentro. Ero commossa, sopraffatta, incapace di esprimere un’emozione tanto era inaspettato lo spettacolo che avevo davanti. Era come se un miracolo si fosse materializzato, di più ..come se la Primavera avesse organizzato un party con un centinaio di fate che danzavano impazzite d’amore.

L’ironia è pensare che in Inghilterra i giardinieri spargono sul terreno un paio di bustine di semi di fiori selvatici per ottenere un’idea di quello che spontaneamente ho visto questa primavera in giardino. L’assurdo della nostra vita in natura.

Quest’anno ho quindi deciso che non avrei pulito il giardino. In gergo pulire vuole dire tagliare tutto quello che è selvatico e lasciare solo quello che è stato piantato. A parte la bellezza dei fiori che non avrei tagliato per niente al mondo c’è un’altra ragione per la quale ho deciso di non pulire. Il cambiamento climatico ha inasprito la temperatura estiva. Il mio giardino è esposto a ovest e il pomeriggio quando il sole si riflette sulla superficie del mare emana un caldo insopportabile per le persone e per le piante. Ho bisogno di mantenere ogni singola goccia di umidità. L’acqua contenuta nell’erba andrebbe perduta se avessi bruciato, invece evaporerà lentamente man mano che la temperatura salirà, a beneficio delle piante circostanti e degli insetti fino a quel momento.

A proposito di insetti.. in un giardino ci sono tutti e in qualche modo bisogna imparare a sopportarli. Ho imparato ad amare gli insetti fotografando sott’acqua. I fotografi subacquei sono pazzi per le forme più orribili, e più orribile e strano è un organismo marino e più originale è la fotografia. Vedo così in ogni ragno un potenziale soggetto e il gioco è fatto.

Anche se il terreno è in una zona dell’isola lasciata allo stato selvatico so bene che non esistono più animali. Dalle mie parti rimangono solo serpi, conigli, topi, capre selvatiche, gabbiani, uccellini e falchi. A volte si sente parlare di avvistamenti di gatti selvatici. I locali mettono di frodo trappole per prendere i conigli poi la mattina quando passano hanno la brutta sorpresa di trovare il corpo già mangiato da un gatto selvatico. Questa evidentemente non è una specie, è un gatto domestico inselvatichito.

I locali non conoscono e non amano nessun animale. Hanno mangiato tutti gli animali selvatici capitati a tiro, e lo so perché se ne vantano nei loro discorsi. Tutti gli uccelli che migravano verso l’Africa sono stati abbattuti a fucilate. Forse oggi qualche esemplare potrebbe ancora passare ma non credo avrebbe scampo.

L’esame per avere il porto d’armi è difficile, insuperabile se sei analfabeta ma al sud trovi l’amico che ti rinnova il porto d’armi per un regalo. Non è difficile immaginare perché su queste isole sono rimasti solo conigli e topi.

Un giorno ho visto passare una biscia nera con un topo appena catturato in bocca. Meno uno… mi sono detta! Da quel momento le bisce sono diventate intoccabili nel mio giardino. Succede che in casi estremi si stringano alleanze impensabili…

La presenza dei topi in campagna è una certezza. Avrei preferito un lupo, una volpe, un cervo, una lince… invece a forza di sterminarli siamo rimasti in compagnia dei meno eleganti.

La convivenza con i topi significa che non si può lasciare nessun piatto con un avanzo allo scoperto. Qualsiasi cosa di commestibile deve essere chiusa ermeticamente dentro una scatola di plastica. Pasta, biscotti, zucchero, cioccolata, semi, verdure, frutta, olio, formaggi… tutto. La sera in cucina scende il coprifuoco. Questo non tanto per salvare il cibo ma per non sentirli correre tra piatti e bicchieri che fanno cadere durante la notte mentre stai dormendo.

Ci sono topi e topi. Quelli che assalgono la cucina sono i topi grossi, quelli che trovi dento i cassetti perché hanno fatto il nido sopra un tuo maglione sono i topolini. All’inizio urlavo come una pazza, adesso urlo ancora come una pazza!

Una mattina ho aperto le finestre di casa e ho trovato un gregge di capre selvatiche che brucava in giardino. Per un attimo potevo essere in Africa e avere di fronte un gruppo di animali veramente liberi. Erano bellissime nella loro autonomia.

Se al mio posto ci fosse stato un locale sarebbe uscito fuori con un fucile o con un’ascia e ne avrebbe accoppate un paio. Primo per evitare che brucassero le piante coltivate, secondo per la carne.

Le storie raccontano di locali che tirano giù le capre dai costoni della montagna con una fucilata dalla barca, le raccolgono facilmente poi in mare.

Ma i nemici veri sono i conigli. La ruggine si è creata per via del fatto che i conigli mangiano le verdure dai campi coltivati… pomodori, fagiolini, fave e uva. Ho sempre chiuso un occhio quando la sera gli operai andavano a mettere le trappole per catturarli. Poi ci ho ripensato e adesso l’occhio non lo chiudo più, non ho voglia di sentire il gemito straziante del coniglio preso nella trappola di notte mentre sto con la testa in aria a guardare le stelle. Ho perdonato ai conigli tutte le devastazioni… sono disposta a condividere le mie piante di aloe con loro in agosto quando non c’è acqua, in pace.

D’estate l’acqua manca per tutti, non solo per i conigli e le piante. Le lucertole vengono a bere nel lavandino o s’infilano nel secchio che raccoglie lo scarto dell’acqua della cucina. Le gocce che cadono dal rubinetto sono un’attrazione per le vespe, invece. Ne arriva una, beve e vola via a trasmettere la mappa. Da lì a un’ora arrivano anche le altre compagne. S’installano sulle gocce e succhiano l’acqua in preda all’istinto di sopravvivenza. Una volta trovata l’acqua non sloggiano più e mi ritrovo a lavare i piatti con un grappolo di vespe assetate che non ho il coraggio di uccidere perché sono al tubo del gas. Porto pazienza, se posso gli lascio scorrere acqua corrente da un altro rubinetto.

Ho pazienza con tutti gli insetti eccetto le zanzare. Pungono con quella subdola e sleale capacità di essere sottovalutate, non viste e captate solo all’ultimo momento, che odiamo. Il dolore di una puntura è inversamente proporzionale alla loro quasi inesistente massa. Perché la natura gli ha dato il potere d’infilarsi nei momenti migliori delle nostre serate estive è un mistero… La lotta alle zanzare mi ha portato a provare l’uso di qualsiasi repellente e il più incredibile è un olio spray per il corpo della Avon, Skin So Soft, segreto passato dagli inglesi.

Detto questo non è difficile immaginare che la star della mia casa è il geco. C’è qualcosa di rassicurante nel sentire il richiamo del geco provenire da un angolo buio del soffitto della camera da letto o dal portico della terrazza.

Ho imparato a sopportare il ribrezzo che mi danno i ragni. Più li frequento e più mi rendo conto che i loro itinerari non hanno in programma il mio letto.

Si nascondono dietro i quadri appesi ai muri e nei buchi del perimetro del muro all’altezza del pavimento. Quando lavo per terra con il tubo dell’acqua passo con la scopa per dargli un avvertimento, e il tempo di mettersi al riparo.

Conosco almeno 3 specie di ragni. Uno in particolare è attraente. Ha il corpo e le zampe striati come una tigre. Stranamente c’è un granchio molto piatto che trovo sui massi sott’acqua lungo la costa davanti a casa che è identico al ragno terrestre. Evidentemente fauna marina e terrestre sono influenzate dalla stessa geografia.

La mia sorgente d’acqua è la pioggia invernale. Viene raccolta dai tetti quadrati delle varie coperture e incanalata dentro due cisterne. La prima più pulita è per l’uso della casa, l’altra che ha un percorso più lungo e si sporca con vari elementi estranei, é usata per annaffiare.

Filtrata, bevo l’acqua della pioggia. Le persone che mi aiutano con i lavori invece, si portano le loro bottiglie di acqua. No problem per chi beve cosa. Il problema nasce durante i mesi estivi quando nel sacco della pattumiera raccolgo decine e decine di bottiglie di plastica che non posso smaltire da questa parte dell’isola. Devo riportare tutta la plastica dall’altra parte e il problema della spazzatura diventa la mia spina nel fianco. Cerco di riciclare tutto quello che uso ma ancora alcune cose rimangono fuori.

Rimane fuori il vetro: bottiglie di vino, birra e contenitori per le marmellate e sughi – la plastica: confezioni della pasta, bottiglie di shampoo, bottiglie di detergenti per la casa – le batterie e le lattine che contengono i pelati, i piselli, il mais, il tonno. Le lattine sono scarti degli altri ma devo comunque smaltirle.

Tutta la carta e gli scarti biologici, invece, sono la futura manna per il mio giardino. Li conservo in un recipiente e alla fine della giornata getto tutto nella compostiera. La riempio in un anno. Scarti biologici vengono coperti da terra, imessi a strati. Il biologico si decompone completamente grazie ai lombrichi e altri insetti. Metti carta, pasta, bucce, gusci di uova, caffè e dopo alcuni mesi tutto è diventato terra friabile.

Dall’esterno sembra un lavoro sporco ma trovo molto più sporco raccogliere tutti gli scarti della cucina dentro una busta di plastica e farli marcire dentro una discarica. Si gettano via talmente tanti elementi utili…

Penso seriamente che questa vita automatizzata abbia atrofizzato la capacità delle persone di prendersi la responsabilità dei propri scarti. La gente spende centinaia di euro per modernizzare la cucina e il bagno allontanando così da sé l’idea che l’organico smembrato, deformato, puzzolente possa essere ancora un suo problema. La cucina serve solo per portare a tavola il piatto cucinato. Scarti alimentari e del corpo non sono più un problema. Tocca ad altri.

E il momento che si delega ad altri il lavoro sporco si diventa dipendenti.

Dalla mia casa si vede il mare. Quando sono stanca di correre mi fermo e lo guardo. E’ blu, blu Mediterraneo che è diverso dal colore del mar Rosso, dell’Indonesia, dei Caraibi, del Madagascar, dell’india. Non è marrone, non è verde, non è turchese, non è un blu misto all’acqua dei fiumi o dalla pioggia. E’ un blu compatto, profondo che attira i raggi solari e si riscalda. Sulla superficie il sole riverbera e si rompe in migliaia di sfaccettature di luce come se avessero tagliato lo zaffiro con la punta di un diamante. E la luce si muove e si aggiusta in una posizione diversa a seconda del movimento delle onde.

Ogni ora il paesaggio cambia. Cambia la posizione del sole, delle nuvole.

La mattina presto sopra la cima del vulcano alle spalle della casa si raccoglie una nebbia creata dall’evaporazione dell’acqua dalla terra e dalla vegetazione. Avanza e cade giù a coprire le pendici, come a nascondere un’attività magica, di creazione di vita.

Quando il sole passa oltre la cima, la nebbia scompare, e l’umidità della notte si ritira dalla terra e da tutto quello che era rimasto fuori durante la notte.

Il sole continua il suo giro durante la giornata finché comincia a scendere all’orizzonte. Ogni giorno il tramonto si sposta lentamente in un punto diverso del mare.

Anche se distratti proprio nel momento del tramonto c’è qualcosa intorno al giardino che ti avverte. Non si sente un rumore, tutto si ferma per ritirarsi in tana aspettando l’avvento del buio, protetti.

Al tuffo del sole in mare fa eco qualcosa dentro, come se con la luce se ne fosse andata la compagnia.

Avverto distintamente ogni volta che il sole tramonta un senso di incredibile solitudine. Mi sento abbandonata. Rimango stupidamente a guardare il cielo appesa agli ultimi bagliori ed ecco che, sempre e poi sempre, la comparsa di Venere in cielo mi sorprende.

La disfatta del tramonto dura veramente pochi minuti, il tempo di abituarsi alla mancanza di luce e sintonizzarsi sulla notte. Una ad una le stelle compaiono ed esplodono in cielo. Se prima c’era solo il sole in cielo adesso ci sono migliaia di punti luminosi ognuno con la sua formazione, la sua distanza, la sua colorazione e la sua storia

Ho imparato a riconoscere alcune costellazioni quando viaggiavo in Giordania e dormivamo nel deserto di Wadi Rum. Il deserto e la barca sono i posti dove ricordo un cielo stellato.

C’è una piccola manciata di costellazioni famose nel nostro cielo europeo che vale la pena di conoscere per familiarizzare: il Gran Carro, Cassiopeia, le Pleaiadi, il Toro, Auriga e Orione…

Non c’è bisogno di nessuno astronomo al fianco per impararle. Si può comprare un atlante del cielo e iniziare con una costellazione come punto di riferimento. Solitamente si comincia dalla formazione più riconoscibile: la cintura di Orione, formata da tre stelle con la stessa luminosità e disposte in linea retta.

Dopodiché non c’è limite alla conoscenza, se solo si riesce a neutralizzare le zanzare che pungono proprio quando l’aria è diventata abbastanza calda da rimanere fuori per la notte…

Negli anni di vita in mezzo alla natura ho subito un mutamento che mi rende l’adattamento alla città impossibile.

Tutti noi misuriamo la nostra vivibilità in metri quadri, quelli a disposizione nel nostro appartamento. Da quando sono fuori, lo spazio che ho a disposizione è talmente illimitato che non entro più nei confini di una vita dentro casa.

In città, dopo il periodo speso sull’isola guardo i palazzi intorno al mio ufficio e mi domando come le persone riescano a vivere in un appartamento senza reclamare più spazio.

Io capisco che la sola ragione che li costringe a quella vita si chiama paura. Hanno paura dei topi, dei ragni, dei gechi, delle vespe, dei serpenti, delle zanzare, della doccia con l’acqua fredda, del miscelatore che non funziona, dello sbalzo di temperatura, del vento che spegne la fiamma del gas.

Quello che mi fa paura invece, è la parcellizzazione del mio cervello dietro la vita razionale e burocratica da cittadina. A volte vorrei volare, assentarmi, riposare, sognare, inseguire nuvole, dimenticare, affinare l’istinto. Vorrei dimenticare le scadenze, i pagamenti, la lista di telefonate da fare, i permessi, i rinnovi, i bolli, il prezzo che ha ogni cosa. Il mio cervello in città non fa nessun progresso, si muove come una leva on-off, meno concentrata, più concentrata, inanellandosi sempre e soltanto sulla stessa sfera di questioni.

Inseguo l’integrità della mia mente, 100% presente adesso, come lo sono quando guardo il mare, o le stelle la notte, quando tra romantica e pragmatica mi domando a cosa serve questo numero infinito di stelle e di pianeti?

Domanda che ci si pone sapendo che ci sono un miliardo e settecento milioni di anime che premono su questo pianeta, concausa di un cambiamento climatico che è l’unica favola da prendere sul serio.

L’istinto mi dice che devo piantare, creare ossigeno, imparare a coltivare la terra, adattarmi ad una vita diversa perché credo nel cambiamento climatico e credo nella mancanza di terra arabile per le prossime generazioni. Se ci credo devo essere coerente e smettere di continuare a vivere nello stesso modello.

Ma non sono solo considerazione logiche che mi portano fuori dalla città, c’è qualcosa d’incredibilmente arcaico che si è risvegliato meditando davanti all’orizzonte.

Sarà la distanza tra me e il punto più lontano all’orizzonte durante il giorno, o tra me e la stella più luminosa durante la notte che mi fanno calcolare nuovi spazi da conquistare, che a loro volta mi aprono i polmoni, e mettono in moto la mente piena di nuove idee mai avute prima.

Questo stato si potrebbe definire percepire un futuro, e non ha niente a che vedere con la sensazione di sicurezza materiale che deriva dal conto in banca, stipendio, ori accumulati, affitti da riscuotere.

E’ come essere arrivati nella terra dove il mito parla, comunica informazioni, il giardino appunto, quel giardino biblico che ha segnato un distacco maledetto e oggi un ritorno a casa per la mente, nella vastità dell’universo dove tutti i desideri sono possibili, sono realizzabili perché c’è finalmente spazio per contenerli.

Questa vita di una semplicità fuori moda ha il potenziale per una pace della mente illimitata. Dove nasce la vera ricchezza.


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  1. Francesco
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