Social eating

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Possiamo dire che in Italia uno degli sport nazionali è senz’ombra di dubbio il mangiare. E in questo “sport” c’è una regola fondamentale: mangiar bene. L’italiano medio non si accontenta e fa bene.

Adesso anche in televisione spopolano programmi che mettono al centro la buona cucina: masterchef, il boss delle torte, il re del cioccolato, la terra dei cuochi e potrei continuare…

Per questo motivo vi voglio parlare di un social eating molto molto interessante, si chiama GNAMMO. Partiamo un po’ dalla sua storia. Gnammo è la sintesi della fusione di due diverse start-up: Cookous e Cookhunter. Gnammo è un marketplace dove l’utente può decidere di essere uno chef o un ospite, che in gergo tecnico chiamano “gnammer”: due ruoli con  due funzioni differenti. L’idea di conoscersi attorno al tavolo deve essere piaciuta, perché adesso Gnammo conta quasi 10.000 iscritti!

Innanzitutto, bisogna registrarsi sul portale. Se si decide di essere cuoco basterà postare un nuovo evento sul portale dicendo “stasera cena a casa mia, c’è questo menù, ogni coperto costa (ad esempio) 20 euro”. Il portale farà da connettore di tutti menù proposti su quella determinata località, e tra quelli pubblicizzerà anche il nostro. Lo gnammer, invece, può sfogliare tutti i menù proposti direttamente dagli utenti del portale, decidendo quale sia più di suo gradimento. Se il menù gli piace lo seleziona e (punto importante) paga in anticipo quello che è il corrispettivo chiesto dal cuoco. Il pagamento avverrà tramite  paypal o carte di credito, e questo è fondamentale. Agli gnammer è concesso di lasciare un feedback sul cuoco al termine della cena. Questa è la garanzia che la cena sia avvenuta senza alcun intoppo. Al mancato rilascio dei feedback, invece, il sistema cerca di capire cosa sia avvenuto per stabilire chi abbia la colpa del ‘fallimento’ della cena: se è attribuita allo gnammer, i soldi vengono comunque dati allo chef. In caso contrario i soldi vengono rimborsati allo gnammer stesso (e ovviamente verrà segnalato dal sistema il cuoco che ha dato “buca”).

Oltre a Gnammo i siti di social eating sono tanti: c’è NewGusto, per chiedere ospitalità a casa di estranei mentre si viaggia all’estero. Poi Ploonge, che coinvolge i ristoranti: tramite la piattaforma i gestori possono creare eventi conviviali nei loro locali (sono già qualche decina quelli che hanno aderito a Milano).

Allo stesso pubblico è dedicata l’applicazione WantEat, nata dal Progetto PIEMONTE dell’Università di Torino. Qui il cibo viene utilizzato per raccontare la cultura locale: gli utenti che assaggiano qualcosa di buono lo fotografano e condividono sul web, le altre persone collegate possono chiedere informazioni, commentare, dare consigli, conoscere i produttori e incontrarli. Di nuovo relazioni virtuali portano a esperienze fisiche e culinarie.

A questo proposito, si è concluso pochi giorni fa, l’evento Digital Food Days: un’iniziativa nata con l’intento di aggregare due categorie che spesso già coincidono senza saperlo, gli utenti dei social media e gli amanti dell’ottima cucina (i cosiddetti foodies). Foodie rappresenta un semplice neologismo per definire chi ha la passione per il buon cibo e ritiene che le nuove esperienze siano il fulcro di questo hobby. I social media hanno dato un impulso straordinario a questa classe di gourmet.

Completa il progetto Digital Food Days, un concorso culinario rivolto ai membri della community.

Che bella iniziativa!

Inoltre, credo che possa rivelarsi anche una buona alternativa per arrotondare in questi tempi di crisi. Ci sono stati diversi casi di cuochi che, organizzando un evento Gnammo, hanno conosciuto nuovi amici, che poi gli hanno commissionato un lavoro, nel loro lavoro reale.

 

Per approfondire:

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