Le bocche di PEMUTERAN

Il mio viaggio a Bali è continuato ma non ho potuto postare nulla perché più mi allontanavo dal centro dell’isola meno funzionava Internet. Sono impaziente  e  non riesco a fissare il computer per ore aspettando che si carichi una pagina.

Un’altra tappa di viaggio è stata in direzione nord, a Pemuteran,  circa 5 ore da Sidemen. Mi sono fatta accompagnare, non ho guidato io. Fortunatamente perché quando abbiamo varcato i limiti di due distretti siamo stati fermati dalla polizia che ha controllato i documenti. Non sono paziente neanche con la polizia, e in certi paesi può essere pericoloso, lascio quindi sempre il rapporto con la polizia ha chi ha rispetto per loro o almeno savoir faire.

Pemuteran è un piccolo villaggio all’estrema punta nord ovest di Bali con un centro diving ben organizzato sulla spiaggia che funziona bene, i subacquei sono incuriositi dai fondali del parco marino Taman Nasional Bali Barat National Park (o West Bali National Park per dirla a parole nostre), e dall’isola di Menjangan.

Il giorno dopo il diving organizza due immersioni all’Isola di Menjangan. Mi diverte sempre andare un poco più lontano di dove sono già arrivata. L’idea di riprendere la macchina, e poi una barca per andare ancora più a nord mi entusiasma.

Arriviamo in una piccola darsena dove stazionano decine di barche tutte uguali, con un numero sopra il tetto come se fossero taxi. Certo ci devono essere molti subacquei qui che riempiono le barche.. penso tra me e me.

La barca si stacca dal pontile e dopo una breve traversata in mare aperto arriva in prossimità dell’isola. Facciamo la prima immersione su una parete verticale festonata di coralli. Avevano ragione a consigliare questa parte di Bali, è forse la più scenografica di tutte le immersioni che ho fatto e finalmente non devo scandagliare metri di sabbia nera in cerca di lumache colorate..

Sulla parete Wyan, la guida, mi trova ancora lumache colorate, così strane che ci metto un attimo a capire cosa sono. Solo quando vedo due antenne piccole e arrotondate da qualche parte del corpo capisco che è un nudibranco. Un grande gruppo di carangidi si compatta e si assottiglia in un movimento continuo dentro un caverna che si apre sulla parete. Rimango sempre sorpresa dalla vista di grandi branchi di pesce, mi riconnette all’idea primitiva di mare, abbondante e ricco di vita. Qualche pinneggiata più in là scopro una lunga fenditura sulla roccia che parte dalla superficie e arriva fino a circa 25 metri. Nello spacco sono cresciute gigantesche gorgonie che la luce del sole mette in risalto dall’alto. Non ho mai visto una formazione così meravigliosa. Durante un viaggio ci sono alcuni dettagli della geografia di un posto o formazioni in cielo che nessuna fotografia ti può raccontare. Solo queste gorgonie, che ovviamente non trovi descritte in nessuna guida, valgono da sole tutta la fatica di un viaggio. Rimango letteralmente a bocca aperta. Quello che colpisce e che m’intenerisce è vedere come la debolezza di un punto della roccia ha dato occasione alla gorgonia di ancorarsi in mezzo allo spacco sfruttando al meglio la corrente per il nutrimento e l’energia della luce del sole che gli arriva perpendicolare. Davanti a un’immagine così questo bello batte le altre bellezze, ha il valore aggiunto della lotta per la vita che fanno tutti gli organismi.

Tornati in barca ci ricongiungiamo con il gruppo di australiani e svizzere che hanno passato il tempo facendo snorkelling. La barca si è ancorata poco distante da un gruppo di costruzioni bianche alla fine delle quali troneggia la statua di un elefante, il Dio Ganesh della tradizione induista. Da una banchina scendono e salgono una lunga scia di pellegrini. Finalmente mi balena in testa la ragione dei taxi in darsena. Anche la nostra barca, taxi numero 45, è una barca per pellegrini, non per subacquei.

Il mare intorno alla barca è limpido, azzurro caraibico, il colore lo deve a una distesa di sabbia corallina macchiata da piccole isole scure di corallo. All’orizzonte si staglia la forma di un vulcano. Appena mi rendo conto che quella lingua di terra è Java il cuore comincia a battere.

I balinesi hanno coniato un concetto  Nyegara Gunung  per descrivere quell’energia armonica tra montagna e mare. Chissà come descrivono i catanesi la stessa sensazione in presenza dell’Etna?

Tra le immersioni ho mangiato solo un panino. Torno in albergo dopo una lunga giornata di mare affamata. Ma questa non è la solita fame che sento la mattina appena sveglia. Questa è una fame molto più profonda, sono ore che non mangio, il mio corpo ha esaurito tutti gli zuccheri. Sento i succhi gastrici affondare nelle pareti dello stomaco in cerca di qualcosa da aggredire.

Mi presento alle 7 al ristorante, ordino e aspetto.

La fame mi rende nervosa e ancora più impaziente, mi sento debole, spenta.  Si avvicina al mio tavolo un gatto di strada, direi di spiaggia, senza padrone costretto ad elemosinare un pezzo di cibo dai tavoli dei turisti.

Qui a Bali ho toccato con mano la stessa situazione che avevo visto l’anno scorso in India. Tanti animali abbandonati al loro destino che continuano a riprodursi e a soffrire la fame.

E’ un evento eccezionale soffrire la fame nei paesi del Primo Mondo e quindi non ci ero arrivata prima. Improvvisamente però capisco che è la fame che manda avanti questa giostra, non il sesso ( come tanti aneddoti ripetuti dagli uomini narrano). E capisco anche che razza di agonia deve essere la fame per un animale o una persona che deve dare retta agli urli dei succhi gastrici che reclamano la loro parte di cibo tutti i giorni ogni sei ore.

Do al gatto la maggior parte dei miei anelli di frittura di pesce, le patate e anche il riso. Ordino ancora un’altra porzione e aspetto.

E’ come avere avuto un’illuminazione, qualcosa che  non puoi arrivare a capire quando hai la pancia piena. Solo i saggi sanno che esiste la fame e ne tramandano la consapevolezza attraverso la religione. C’è qualcosa di incredibilmente giusto nel digiuno dei musulmani durante il mese di Ramadam perchè li obbliga a sentire quello che provano le persone che non possono mangiare tutti i giorni. La filosofia dei monaci Zen li obbliga a mangiare solo quando lo stomaco è completamente vuoto per rendere grazie poi del cibo.

Durante un’altra immersione a Pemuteran ho visto sotto un masso di cemento gettato per l’ancoraggio, una vescica gelatinosa con una bocca che filtrava l’acqua in cerca di nutrimento. Era una bocca, non aveva occhi, non aveva pinne, non aveva branchie. Solo un tubo gelatinoso che cercava cibo. Quando l’ho toccata ha reagito ritraendosi e contraendosi come un vero animale che si sente attaccato.

Dovunque ti giri ci sono bocche che hanno fame, che devono vivere, devono assimilare un altro organismo per sopravvivere. Qualcuno alla fine della giornata non ce la farà.

Quello che mi domando è come fanno tutte le persone che perdono la casa a causa di un tifone, di una pioggia torrenziale, di un incendio, di un cambiamento climatico o di una guerra civile a riuscire a nutrirsi ogni giorno ogni 6 ore… Sono milioni di persone che devono sfamarsi ogni giorno, sradicate dalla loro terra.

Difficile immaginare la grandezza della macchina che si deve mettere in moto per portare aiuti..

I turisti ai tavoli non avevano avanzi per i gatti, erano tutti grassissimi e sono sicura che avranno pensato che i gatti potevano farcela benissimo ancora per un altro giorno, e poi un altro ancora. Forse penseranno che le persone stritolate da una guerra civile e rifugiate in un paese limitrofo in un campo profughi, ce la faranno ancora un altro giorno come i gatti.

Delle volte esco dalla traccia del racconto di un viaggio, me ne rendo conto.

Certo vedo anche cose molto più leggere e turistiche da raccontare. La mia guida balinese, qui a Pemuteran, era un grandissimo figo, l’albergo aveva una spa super rilassante, ho visto finalmente uno squalo durante un’immersione che mi ha fatto uscire con un sorrisone stampato in faccia, il barman del Taman Sari sapeva come fare una Margarita, il responsabile del Diving era un ottimo fotografo subacqueo e mi ha dato molte dritte, all’isola di Menjangan c’è una piccola baia di acqua cristallina dove stavo svenendo di felicità.. ma delle volte mi sembra di scrivere per un depliant dove tutto va bene.

C’è l’altra faccia della medaglia da raccontare, quella che ti prende di sorpresa. La realtà di tanta gente e di tanti animali in questa parte del mondo che non solo non hanno la varietà di cibo che abbiamo noi, ma che non riesce mai a nutrirsi abbastanza tutti i giorni.

Ho visto un cane accettare dalle mie mani due pezzi di pane tostato con il burro come se fosse una bistecca. Aveva negli occhi una tale umiltà che mi sono sentita ferita.


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  1. Francesco
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