Il più grande spettacolo del mondo

delfini

‘Ocean’, cerca con Google.

Quattro miliardi e duecento milioni di risultati.

‘Mankind’, genere umano:  venti milioni. La parola più digitata nel web (non sto neanche a dire quale) è contenuta in soli settecento ventinove milioni di pagine. Sempre più dei risultati per ‘mankind’, ma sei volte meno del mare. Il web, in qualche modo, riflette l’importanza che noi assegniamo alle cose. Se così è il mare occupa uno posizione preminente nella esplorazione scientifica come nel nostro immaginario, oggi come ai tempi dell’Odissea. Quello di Omero, infatti, non è un mare diverso da quello che scrittori e poeti più o meno moderni ci raccontano ancora. Da Melville a Baricco passando per Conrad il mare continua ad essere palcoscenico, madre ancestrale, vaso contenitore di tutti gli archetipi. Ma soprattutto, per dirla alla Conrad, un gran complice dell’irrequietezza umana.

E non c’è certo bisogno di scomodare Omero per intuire quanto il mare riesca ancora ad intrattenere noi umani, in vacanza come davanti a uno schermo. Un interesse pari a quattro miliardi e duecento milioni di pagine scritte e caricate su internet noi potremmo chiamarlo amore. Spesso però tutto questo interesse non corrisponde ad una visone corretta o utile al mare stesso dei problemi che lo riguardano. Diciamolo pure francamente:  manca una cultura diffusa, matura e condivisa sul mare, come ce l’abbiamo per esempio sui diritti umani, sui diritti degli animali.  Sul mare ed i suoi abitanti ne dicono tantissime anche i media autorevoli, un po’ troppe per l’epoca in cui viviamo.  Il mare, così amato e citato da poeti e tour operator è per molti di noi un semplice conoscente, se non un perfetto sconosciuto.  Se domandassi ad un passante da dove viene la maggior parte dell’ossigeno sul pianeta molto probabilmente mi risponderebbe: dagli alberi.

IMG_2041E quanti si stupirebbero nell’apprendere che il corallo non è una roccia, tantomeno una pianta, ma una forma interessantissima di condominio multietnico formato da alghe, calcio e polipetti? O nel sapere che il krill, i minuscoli gamberetti di cui le balene son ghiotte, costituisce la più grande biomassa sul pianeta terra, una massa tale che l’insieme di tutte le mandrie, di tutti gli stormi e tutti i branchi di ogni specie animale non riuscirebbe ad eguagliare? Immaginate quali immense migrazioni, immaginate il muoversi, l’accrescersi e il riprodursi, il nutrire e nutrirsi in uno spazio che è sempre in 3D. Dai riflessi argentei di un banco di avannotti alle mante che inseguono impercettibili autostrade di plancton, lì sotto tutto è ciclico, ma estremamente dinamico e mutevole proprio per l’assenza di peso.

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E’ come essere nello spazio.

Leggo, in una intervista a Chris Hadfield, che nei primi giorni in orbita gli astronauti scrutano la terra cercando le tracce di qualcosa che gli ricordi casa. E penso che forse è quello che facciamo noi da sempre con il mare. Chris Hadfield è famoso soprattutto per aver messo in rete un video dove suona la chitarra e canta ‘Space Oddity’, di David Bowie. Dalla stazione orbitale. Il video, dice Chris, “E’ diventato un fenomeno non perché ci dice qualcosa dello spazio, ma perché ci dice qualcosa di noi stessi.” Lo spazio come estensione della coscienza umana. Da anni, ormai, stiamo cercando un altro mare lassù, dove tracciare i sentieri di nuove avventure, umane e scientifiche. Eppure c’è un’avventura altrettanto emozionante e molto più a portata di mano dei viaggi spaziali, il viaggio in un altro mondo senza peso, ma brulicante di vita e sempre capace di lasciarci senza fiato, capace di portarci all’origine della vita sul pianeta. Il più grande spettacolo del mondo dopo il big bang è qui. E’ il mare.

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