Morte agli squali

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Sembra non possa esserci una tregua per i grandi abitanti del mare; da quest’anno anche una nazione ritenuta attenta alla conservazione dell’ambiente marino, l’Australia, ha dichiarato guerra ai suoi più antichi abitanti:gli squali.

Al grido di spiagge sicure il governo dell’Australia occidentale ha dato il via a una campagna di protezione delle coste più famose e frequentate del paese, attraverso la cattura e l’uccisione di tutti quegli squali, lunghi tre metri o più, che si trovano a nuotare in prossimità delle spiagge.

La misura prevede l’utilizzo di esche sospese e barili galleggianti posti a 1 km dalla riva; se ciò non dovesse bastare, il governo ha istituito un team di pescatori con licenza di uccidere qualsiasi squalo di grandi dimensioni che tenti di avvicinarsi alla costa.

Perché tutta questa violenza?

La campagna aggressiva, è stata adottata dopo l’incremento del numero di attacchi mortali avvenuti negli ultimi tre anni, sette in tutto. “Se si hanno squali di tre, quattro o cinque metri, delle specie più aggressive, che nuotano vicino ai bagnanti, allora si tratta di un pericolo incombente. – si è giustificato il premier Colin Barnett – Come governo, dobbiamo trovare un punto di equilibrio e sei attacchi mortali in due anni ci dicono che dobbiamo agire”.

La notizia era iniziata a circolare già dalla scorsa stagione estiva quando, dopo l’attacco mortale ai danni di un surfista, le autorità locali avevano cominciato a prendere in considerazione la possibilità di tornare a dare la caccia agli squali e cancellare, dopo anni, le norme istituite per la protezione delle specie ritenute in pericolo di estinzione.

Eh sì perché, tra le specie da abbattere, oltre allo squalo tigre e lo squalo leuca, grazie ad un’autorizzazione particolare c’è anche lo squalo bianco, una specie minacciata di estinzione, di cui in vita sono rimasti solo 3000 esemplari.

Lo squalo bianco è un animale costiero che, purtroppo per lui, predilige proprio quei tratti di mare frequentati da otarie, banchi di pesci e… surfisti.

La scelta del premier australiano non ha per niente convinto gli scienziati. Enrico Gennari, ricercatore e direttore scientifico di Oceans Research, ricorda in un’intervista che, lo squalo bianco, raggiunge una maturità sessuale solo in tarda età e nel corso della sua vita, mette al mondo pochissimi piccoli; la politica australiana non potrà far altro che peggiorare le condizioni di una specie già in estremo pericolo. Essendo, poi, grandi migratori, gli esemplari che saranno uccisi in Australia mancheranno all’appello la prossima primavera in Sud Africa. “I predatori come gli squali – continua Gennari – sono all’apice della catena alimentare e regolano la fragilissima vita degli oceani, che non possono permettersi di perderli. Le barriere coralline stesse, tanto care all’Australia, ne risentirebbero in modo pesantissimo e, a lungo andare, la vita stessa ne risulterebbe compromessa.”.

Ecologisti e biologi denunciano che, nonostante la campagna del governo australiano, il rischio di attacchi mortali continua a essere estremamente basso (20 in 200 anni). L’incremento degli ultimi anni non è dovuto a una maggiore aggressività degli squali ma è una diretta conseguenza della maggiore popolarità degli sport acquatici (surf, windsurf, etc.)

Per fortuna gli australiani, per primi, non condividono le politiche del premier anti conservazionista e, a poche ore di distanza dalle prime due uccisioni, hanno letteralmente invaso le più famose spiagge australiane per difendere i diritti degli squali e fermare le navi dei pescatori in partenza per la caccia.

Tra di loro anche Anthony Joyce che, sopravvissuto a un attacco, ha preferito abbracciare la causa degli attivisti perché, crede, non esista alcuna base scientifica secondo la quale affermare che questa politica possa effettivamente rendere più sicure le acque australiane ma c’è, questo sì, il rischio concreto di un impoverimento continuo e inesorabile della biodiversità dell’oceano, con serie conseguenze per tutto il pianeta.

Nonostante il dissenso, il piano è ancora operativo e proseguirà fino al prossimo aprile. La protesta è supportata da una serie di organizzazioni ecologiste internazionali, prima tra tutte Sea Shepherd, amplificata dalla solidarietà di giornali e tv e, presto, saranno organizzate manifestazioni pacifiche anche in altri paesi.

Sono tante le soluzioni alternative che le associazioni ambientaliste e i semplici cittadini propongono al governo. È giusto voler garantire la sicurezza a chi frequenta le spiagge australiane ma, prima di avviare un programma di così grande impatto ambientale, sarebbe valsa la pena considerare le conseguenze e le altre soluzioni perché, crediamo fermamente che, la vita di un animale valga molto di più del divertimento di un uomo.

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