Quando lo squalo tigre ti salva la stagione

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L’ Australia Occidentale è uno dei luoghi più interessanti del pianeta. Basta selezionare satellite su Google Maps, per capire perché. A ovest c’è il blu profondo dell’immenso Oceano Indiano, a est l’ outback  riempie migliaia di chilometri d’un bel color deserto. C’è da immaginarsi che in un posto del genere le acque costiere siano incontaminate. E lo sono. Infatti i marcatori tipici degli ecosistemi sani, come i predatori all’apice della catena alimentare, ci sono. Gli squali possono abbondare solo dove l’ecosistema non è stato compromesso. Ma al governo del Western Australia i conti tornano in un altro modo: troppi attacchi da squalo, otto mortali negli ultimi tre anni. E’ stato così disposto, per proteggere bagnanti e surfisti, ma soprattutto l’industria del turismo, di munire un bel pezzo di costa di esche e palamiti in grado di far abboccare gli squali di grossa taglia. Quelli che trovano ancora vivi li finiscono a fucilate.

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Un’idea geniale.

Mentre nel mondo organizzazioni come il CITES, il WWF, Greenpeace, Seashepherd, Shark Alliance e praticamente tutte le organizzazioni che si occupano della salvaguardia del mare più le Nazioni Unite, basandosi su rapporti veritieri lanciano un grido d’allarme sugli squali, in Australia Occidentale gli squali… li ammazzano.

Non è ancora, va detto, una tragedia ambientale. Il più grande killer di squali non il governo del Western Australia, è la zuppa di pinne di pescecane, una prelibatezza cinese. La zuppa di pinne, insieme al by-catch, o pesca accidentale, ha contribuito a ridurre la popolazione degli squali del 75%. Non c’è bisogno di una laurea in biologia marina né della capacità di comprendere le complesse interazioni nella catena alimentare dell’Oceano Indiano: la situazione squali ha ripercussioni imprevedibili sull’intero ecosistema marino. Che non è in gran forma neanche lui. In un quadro del genere, cosa vuoi che sia uno squalo ucciso ogni tanto e per salvaguardare i bagnanti sulle spiagge davanti a ottanta milioni di esemplari uccisi ogni anno per errore o per una zuppa?

E’ soprattutto una questione morale.

La decisione del Governatorato del W.A. sancisce che la guerra uomo-specie selvatiche per il controllo del territorio, malgrado le nostre cognizioni conservazioniste, continua e si sta estendendo sempre di più al mare. Ecco, quindi che decine di migliaia di persone in quell’angolo di mondo così poco popolato manifestano il loro dissenso, sui media sui social network, affollando le spiagge nuotando proprio in quelle acque giudicate pericolose. I surfisti, le prime vittime degli attacchi da squalo, si dissociano con forza da questa disposizione. La protesta levatasi in nome del diritto all’esistenza di specie in pericolo, potrebbe portare sotto gli occhi del mondo il problema squali e farlo una volta per tutte. Dalla CNN alla BBC, il mondo intero sa cosa sta succedendo in Australia e sa che su una cosa son tutti d’accordo: gli squali, questi bau-bau sono estremamente utili. Non solo all’ecosistema marino, ma anche a quell’industria che il governo dell’Australia Occidentale voleva salvaguardare. Il turismo.

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Nel 2005 ero a Sharm el Sheikh  e la città si era svuotata. La paura e l’amarezza avevano avuto ragione su tutto, anche sullo spirito multietnico dei Peter Pan residenti. Alcuni alberghi avevano chiuso. Molto personale era stato mandato a casa. Io e pochi altri restammo lì, in faccia al Mar Rosso, al fallimento imminente delle nostre aziende. In fondo lo sapevamo, non ci sono medicine più potenti del mare e della luce forte del deserto. Nessun altro luogo avrebbe potuto curare una ferita così profonda. Un giorno Ivan con le immagini della sua videocamera ci racconta che ci sono in giro più squali del solito. C’è anche uno squalo tigre nel blu a Ras Mohammed, un magnifico Galeocerdo cuvieri. Non è da solo, sono tornati. La voce si scatena sul web. Cominciano ad arrivare decine, centinaia di subacquei per ammirare gli squali tigre e gli squali orlati nel banco dei barracuda a Shark Reef. Come per i leoni della savana, uno squalo vale più  da vivo che da morto. I subacquei spendono migliaia di dollari, tra viaggio e servizi vari, per uno scatto o solo per un fugace incontro ravvicinato col fascinoso predatore dei mari. Potrebbe essere il privilegio esclusivo per chi vive in questa prima metà del secolo; se il trend di depauperamento della popolazione non si inverte già dal  2050  sarà difficilissimo, se non impossibile, vedere squali nel mare. E così, quell’anno a Sharm el Sheikh gli squali tigre ci salvarono dal fallimento. Riempiendoci i diving, i ristoranti e gli alberghi di subacquei.

Dimenticavo.

La notte era caldissima come può esserlo una notte sulle rive del Mar Rosso a fine Luglio. E prese fuoco.

Tre esplosioni gettarono la tristezza più cupa su un luogo fino ad allora fuori dai tormenti globali. In un’altra costa dei sogni il più feroce dei predatori era entrato in azione. Apparteneva alla nostra specie.

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