Interferenti endocrini ora anche nell’abbigliamento dei nostri bambini

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E’ stato da poco presentato (14 gennaio 2014) da Greenpeace Asia un rapporto, dal titolo italiano“Piccoli mostri nell’armadio” (a little story about the monsters in your closet). Il tema di questo rapporto, condotto insieme all’Università di Exter (Gran Bretagna), prende in considerazione degli articoli di abbigliamento e calzature (82 per la precisione), acquistati in 25 Paesi del mondo tra maggio e giugno dello scorso anno. Questi prodotti appartengono a marche famose come Disney, H&M, American Apparel, C&A, Adisas, Nike, Puma, fino ad arrivare a oggetti di lusso di Burberry.
Questa relazione ha messo in evidenza come tutte le marche prese in considerazione avevano almeno un prodotto contenente sostanze velenose. Il 61% dei prodotti (50 su 82) erano contaminati. In particolare, sono stati ritrovati ftalati, NPE (nonifenoli etossilati) e PFOA (acido perfluottanico). Gli ftalati sono stati riscontrati in 33 campioni su 35; i perfluororati su tutti i 15 articoli testati; l’antimonio in tutti e 36 gli oggetti in cui era stato cercato.
E, quindi, dobbiamo tornare a parlare degli interferenti endocrini. Ricordiamo che questi elementi, rilasciati nell’ambiente, portano effetti collaterali dannosi per il sistema ormonale e riproduttivo.
Uno studio piuttosto recente portato avanti dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) e dall’UNEP (Programma per l’ambiente delle nazioni unite) dal titolo “State of the science of endocrine disrupting chemicals – 2012”, ha confermato il ruolo negativo degli interferenti endocrini anche a basse concentrazioni, soprattutto se presenti fin dalle prime fasi della vita. Effetti poi irreversibili che si manifestano anche tardivamente nei soggetti contaminati.
Cosa ancora più grave, non è stata riscontrata una sostanziale differenza tra i livelli di contaminanti nei vestiti per bambini o neonati rispetto a quelli rinvenuti nei capi per adulti, analizzati in precedenti studi.
Teniamo presente che proprio la vulnerabilità dei bambini (0 – 3 anni) ha portato l’UE ad eliminare gli ftalati dai giocattoli. Forse è il caso di non trascurare anche l’abbigliamento.

Non è da sottovalutare anche l’impatto sull’ambiente di queste sostanze. E questo sia per il paese di produzione che per quello consumatore. Infatti, ci sarà sicuramente un rilascio di nonifenoli etossilati nelle acque reflue provenienti dagli impianti di produzione. Inoltre, residui di NPE saranno dispersi nelle acque reflue dei paesi consumatori, a causa del normale lavaggio dei capi. Quindi, ci ritroveremo tutti esposti a questo “bombardamento chimico”, con un conseguente bioaccumulo fino all’ingresso nella catena alimentare.

Sempre Greenpeace ha lanciato, nel luglio 2011, una campagna dal titolo Detox per denunciare l’utilizzo di questi veleni nei capi di abbigliamento realizzati da grandi marchi. Grazie a questa azione, molte grandi maison di abbigliamento hanno rinunciato all’utilizzo di sostanze nocive nei loro prodotti. Altre si sono impegnate per farlo, come Valentino, Mango e Zara. Purtroppo, ce ne sono alcune direi recidive, come Adidas e Nike.
In seguito a questo ultimo rapporto, l‘associazione ambientalista lancia la sua proposta, chiedendo che venga presa in considerazione con urgenza questa esigenza, mettendo come termine ultimo per l’eliminazione di queste sostanze dall’industria tessile il 1 gennaio 2020.
Speriamo che il grande protagonista della scena tessile e maggiore produttore, la Cina, accolga con velocità questa richiesta. Sarà per questo che Greenpeace ha deciso di presentare questo studio a Pechino.

"The Truth Revealed"

Infine, concluderei con un’infografica realizzata sempre da Greenpeace che ho trovato molto bella dal titolo Il Re è nudo (the king is naked). In questo caso, abbiamo un re-bambino che non vuole indossare bellissimi abiti di alta moda perché inquinati da sostanze tossiche. La madre, la regina, è la top model russa Eugenia Volodina che mentre abbraccia il re, lo sporca con una mano macchiata di inchiostro nero.
Forse è il caso di pensarci la prossima volta che facciamo un acquisto per i nostri figli.

Per approfondire:

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